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HomeStorie di famigliaBrasile

Nazionalità: Brasile

Mi chiamo Eduardo Becher de Lima Bernardo, sono brasiliano, nato nell’entroterra dello Stato di San Paolo, ma vivo a Curitiba fin da bambino. Nella famiglia di mio padre, a volte sentivo lui o mia madre accennare al fatto che i “Bernardo” avevano origine italiana. Tuttavia, essendo una famiglia di umili origini, pensavo fosse solo un modo per dare un tocco di fascino europeo alla probabile storia sofferta di una famiglia brasiliana che aveva adottato il cognome Bernardo.

Nel 2023, quando mio nonno, Antonio Bernardo, è morto, ho iniziato a fare qualche ricerca sulla genealogia della famiglia. Ho fatto un test del DNA e il risultato mostrava un 13%-15% di ascendenza dell’Italia centro-meridionale, il che ha acceso ancora di più la mia curiosità nel voler indagare la storia dei Bernardo.

Atto di nascita di Antonio Caserta

Mio padre mi ha aiutato con i documenti di mio nonno e ho scoperto che la mia bisnonna “Celeste” in realtà si chiamava “Pasqualina Caserta”: ho così capito da dove provenisse l’origine italiana del nostro ramo “Bernardo”. Ma perché Celeste? Semplice: il suo nome di battesimo era “Pasqualina Celeste”, per distinguerla dalla sorella, anche lei “Pasqualina”.

In ogni caso, è stato facile trovare online i registri della bisnonna: era nata nell’entroterra di San Paolo alla fine degli anni Venti, figlia di “Antonio Cazerta” e “Assumpta Violla”. Più difficile è stato scoprire da quale città provenissero i miei trisnonni. I parenti parlavano di Calabria, Napoli… sapevo dunque che era nel sud. Antonio Caserta – questo era il suo nome corretto -, nei registri brasiliani, risultava figlio di “Domingos Cazerta” e “Paschualina Brachale” o “Paschualina Brazol”: chiare versioni brasilianizzate, con errori tipici che solo un ufficiale brasiliano, ascoltando il dialetto del sud Italia, avrebbe potuto trascrivere.

 Atto di nascita di Assunta Violo

Assunta Violo era figlia di “Eleuterio Violla” e “Celeste Marcella”. Ho cercato instancabilmente in vari siti, parlato a lungo con parenti lontani e proprio quando stavo per perdere la speranza di trovare i registri al di fuori del Brasile… ho trovato un’associazione della città di Aquino che aveva avviato un progetto bellissimo: costruire un albero genealogico per l’intera città. Ed eccolo lì: Antonio Caserta, nato nel 1886, figlio di Domenico Caserta e Pasqualina Bracciale. Ho provato un sollievo ancestrale, come un bambino che prende coscienza di sé e del mondo.

Dopotutto, lì, nella terra della famiglia di San Tommaso d’Aquino, c’era la prova chiara di un’esistenza della quale porto il sangue nelle vene… ma non tutto mi era ancora completamente chiaro. Dovevo trovare il registro, ed è lì che il portale Antenati mi ha salvato. Ho cercato “Aquino”, ho aperto il libro delle nascite del 1886 e lì c’era il mio trisavolo.

Naturalmente non mi sono fermato: ho consultato quasi tutti i registri digitalizzati sul Portale e ho trovato anche la sorella del mio trisnonno, Mariantonia Caserta.

 Atto di nascita di Mariantonia Caserta

Mi sono innamorato della città di Aquino, della sua cultura, storia e gente. E la mia trisavola Assunta? Ho cercato ad Aquino e non ho trovato nulla… ma ho trovato Celeste Marsella, la madre della mia trisavola Assunta. Così, cercando tra i registri ho scoperto che era nata ad Aquino nel 1864, ma senza tracce successive. Approfondendo, ho scoperto che si era sposata a Galluccio con un certo Eleuterio Violo.

Matrimonio di Eleuterio Violo e Celeste Marsella

Sì, il padre della mia trisavola. Si sposarono nel 1887 e lì nacque la loro figlia Assunta. Ho trovato il registro sul portale Antenati e la ciliegina sulla torta è stata l’annotazione nell’angolo dell’atto: “sposata con Caserta Antonio il 14 marzo 1908, ad Aquino”.

Questo coincideva con la storia di famiglia secondo cui sarebbero arrivati già sposati dall’Italia, tra il 1900 e il 1910.

Da quel momento, il mio cuore ha adottato un’altra città italiana: Galluccio. E così, da brasiliano instancabile alla ricerca delle proprie origini e che porta Aquino e Galluccio nel cuore, ho tormentato i miei parenti finché non ho trovato una foto di Antonio e Assunta.

Eccoli qui, davanti al Monumento dell’Indipendenza del Brasile, tra il 1940 e il 1950, insieme alle figlie Costantina e Pasqualina, ai generi e ai nipoti. Assunta è la prima donna a destra, accanto a lei c’è Antonio con il cappello, vicino al genero, poi le figlie, l’altro genero in fondo e, sotto, i nipoti.

Lascio qui il mio ringraziamento al Portale Antenati, che ha reso possibile, grazie a un team straordinario con un progetto meraviglioso, un sogno e l’orgoglio di un brasiliano che porta anche sangue italiano. Un abbraccio a tutti, in particolare alle amate città di Aquino e Galluccio, che devo visitare prima di morire: è una promessa!

La famiglia Caserta in Brasile

Antonio morì a Catanduva, São Paulo, l’8 dicembre 1950 e Assunta a Itajobi, São Paulo, il 16 novembre 1965, ma lasciarono in eredità il sangue contadino italiano ai figli, ai nipoti, ai pronipoti, ai trisnipoti, ai quadrisnipoti e a tutti i loro discendenti.

Sono molto orgoglioso di questo sangue, lo stesso che scorreva nelle vene delle braccia che hanno nutrito l’Italia e il Regno delle Due Sicilie nell’antica Terra di Lavoro… persone che riconoscevano negli altri gruppi che lavoravano nelle piantagioni di caffè brasiliane la stessa sofferenza e, al tempo stesso, la stessa ammirazione per il lavoro ben fatto, per la semplicità e per l’amore verso la famiglia. Alla fine, forse “Bernardo” non è il mio cognome di origine italiana, ma i “Bernardo” che discendono da Pasqualina (oppure “Pascoalina) Celeste Caserta portano sicuramente con sé questo orgoglio.

Mi chiamo Regina Helena Scavone Posvolsky, sono brasiliana, nata a San Paolo e fiera della mia ascendenza italiana. Il primo membro della famiglia Scavone, della quale io sono una discendente, arrivò in Brasile nel 1886 proveniente da Tito, comune italiano della provincia di Potenza, Basilicata. È trascorso poco più di un secolo e mezzo dall’arrivo in terra brasiliana del mio trisavolo e sapendo che tramandare oralmente le memorie non è il modo più efficace per perpetuare la storia della famiglia, ho deciso di scrivere un libro sui miei ascendenti paterni. A tal fine sono ricorsa ad innumerevoli fonti che vanno dai documenti religiosi archiviati nelle parrocchie e nelle diocesi, alle ricerche realizzate presso gli uffici anagrafici, passando attraverso la collezione dei periodici (giornali, riviste, almanacchi) disponibili nella Emeroteca Digitale e non meno importanti siti genealogici quali, Portale Antenati e Family Search. Senza dimenticare l’importanza che i familiari più anziani rappresentano in questo contesto, mi sono resa disponibile ad ascoltarli ed interrogarli sul loro lontano passato, ho rivisto fotografie e ho visitato i luoghi che fecero parte della vita dei miei antenati. Il riscatto della nostra storia familiare è un viaggio personale alla ricerca della propria identità ed esige impegno, determinazione e soprattutto passione. La città di Tito dell’Ottocento, periodo su cui ho concentrato le mie ricerche, si è rivelata un piccolo villaggio formato da nuclei familiari costituiti da determinate famiglie, i cui cognomi nei registri di nascita, matrimonio e morte, si ripetono spesso. Ancora oggi a Tito il cognome Scavone è tra i più diffusi. È facile concludere che molti matrimoni avvenissero tra membri della stessa famiglia e che quando ciò non avveniva si trattava di matrimoni tra famiglie che mantenevano rapporti, ciò dava origine ad una estesa rete di parenti che garantiva mutuo supporto nei vari momenti della vita.

Il mio trisavolo, Gerardo Scavone, figlio di Vitonicola Laviero Scavone e Caterina Maria Agnesa Laurino, si sposò il 3 luglio 1847 con Angiolina Salvia, figlia di Gerardo Salvia e Giuseppa Giosa, entrambi nati a Tito. La coppia di contadini ebbe sette figli dei quali sembra che solo Laviero Salvatore abbia raggiunto l’età adulta. La mia trisavola, Angiolina Salvia, morì intorno al 1865. Rimasto vedovo, Gerardo Scavone (41 anni), si risposò con Rosina Giosa (27 anni). La coppia ebbe tre figli ma solo Carlo raggiunse la maturità.

Nel dicembre del 1886, a 62 anni, Gerardo e la sua seconda moglie, Rosina Giosa e il figlio Carlo, sbarcarono a Rio de Janeiro e di lì, furono inviati alla Hospedaria dos Imigrantes, struttura localizzata in San Paolo, nella quale restarono per un breve periodo.

Viene da chiedersi cosa fu che spinse un uomo di 62 anni a lasciare la sua patria, ad allontanarsi da parenti e amici, a rompere con tutto quello che gli dava una qualche sensazione di sicurezza, protezione e conforto emotivo, per stabilirsi in un altro Paese. Fu coraggio o disperazione? In realtà fu la scarsità di terra, la fame e la miseria. Dall’altro lato, le notizie che arrivavano dall’estero parlavano di un Paese dell’America del sud in cui la terra era abbondante, il suolo fertile e il clima gradevole, dove qualunque cosa si piantasse cresceva rigogliosa e nel quale cercavano agricoltori per lavorare la terra. La possibilità di acquisire terre e prosperare, attirarono una generazione di italiani scontenti della vita che avevano. Fu così che a milioni lasciarono l’Italia e tra loro, la famiglia Scavone.

Differentemente dalla maggioranza degli immigranti che si dirigevano verso l’interno del Paese al fine di lavorare nell’agricoltura, il mio trisavolo Gerardo, sua moglie e il figlio, si stabilirono in San Paolo decisi ad abbandonare la vita contadina. Desideravano attività urbane, commerciali o artigianali.

Il mio bisnonno, Laviero Salvatore Scavone, figlio di Gerardo Scavone e Angiolina Salvia, nato l’11 novembre 1848 a Tito, fu battezzato il giorno 17 novembre, data in cui si festeggiava il giorno di San Laviero martire, patrono e protettore della città e, in suo omaggio, ne ricevette il nome.

Nel 1871, Laviero Salvatore, conosciuto semplicemente come Salvatore, si sposò con la sorella della sua matrigna, una giovane di nome Filomena Giosa. La coppia ebbe quattro figli. Solo Angiolina sopravvisse. Filomena morì nel 1880, tre mesi dopo la nascita del quarto figlio, il quale morì pochi mesi dopo. La vedovanza precoce colpì il mio bisnonno, così come era avvenuto con il mio trisavolo, Gerardo e il padre di quest’ultimo, Vitonicola Laviero.

Nel 1885 Salvatore si risposò con Concetta Caprio (Tito, 23/10/1863 – San Paolo, 30/05/1948), figlia di Antonio Caprio, proveniente da Marsico Nuovo e di Lucia Di Giurni, anch’essa di Tito. La coppia ebbe sette figli: Gerardo, Lucia, Antonio (mio nonno), Elvira e Francesco Michele, nati a Tito; José e Geraldo nati a San Paolo. I figli Gerardo, Lucia ed Elvira morirono a Tito all’età di un anno circa.
Di fronte ad uno scenario di assoluta miseria e attratto dalla figura del padre che già si trovava a San Paolo, Salvatore decise di emigrare. La possibilità di poter contare sull’aiuto paterno per la ricerca di un lavoro e di un alloggio gli diede il coraggio di prendere la difficile decisione.

Laviero Salvatore partì il 12 marzo 1895 da Genova, a bordo della nave Rosario, lasciando i figli e la moglie Concetta che era in stato interessante.

Con il marito in Brasile, Concetta sentiva la famiglia incompleta e, trascorsi 5 anni, l’umile contadina e i figli: Antonio (10 anni) e Francesco Michele (quattro anni), che il padre ancora non conosceva, partirono da Genova a bordo della nave Sempione. Sbarcarono in Brasile il 14 marzo del 1900. Finalmente la famiglia era al completo, si stabilirono in San Paolo, nel quartiere Consolação.

Così come a Tito, anche in terra brasiliana mantennero una estesa rete di relazioni formata da parenti e conterranei. In tali relazioni prevaleva un sistema di mutua assistenza basato sulla solidarietà e la reciprocità. Non era raro che l’aiuto fosse anche di natura economica. Di regola abitavano tutti molto vicini, a volte nella stessa via o a pochi isolati di distanza e si facevano visita con frequenza.

La famiglia visse unita poco più di sei anni. Laviero Salvatore morì il 2 maggio 1906 a seguito delle lesioni provocate dal calcio di un cavallo. Lasciò la moglie Concetta (42 anni) e i figli Antonio (17 anni), Francesco Michele (10 anni), José (5 anni) e Geraldo (due anni).

Furono tempi difficili, Concetta dipendeva dai guadagni del marito e dovette andare a lavorare come lavandaia. Non si risposò. Anziana e con problemi cognitivi, sognava di imbarcarsi su una nave diretta In Italia. Desiderava reincontrare familiari e amici, camminare per le vie che un tempo frequentava. La mia bisnonna morì senza riuscire a realizzare il suo grande sogno. Penso che forse sia stato meglio così. La Tito di mezzo secolo prima, quella che conosceva la mia bisnonna, non esisteva più.

La coppia di contadini Laviero Salvatore Scavone e Concetta Caprio aspettava l’arrivo del terzo figlio. Mio nonno, Antonio, nacque mercoledì 24 aprile 1889 nella casa dei suoi genitori, in via Municipio, a Tito.

Antonio Scavone

Il ragazzino, di carnagione scura e occhi verdi, lasciò la città poco prima di compiere undici anni. Degli innumerevoli ricordi che albergavano nella sua memoria rimasero il sinistro ululare dei lupi al calare della notte e la fontana pubblica, costruita nel 1869 in Piazza del Seggio, proprio nel cuore della città, dove il nonno fissò la sua memoria.

Dopo la morte del padre, Antonio divenne il capofamiglia. Al lato della madre, Concetta Caprio, lavorò ostinatamente per far fronte alle necessità familiari. Nel 1912, alla ricerca di orizzonti più promettenti, si recò a Rosario, in Argentina. Non riuscendo ad adattarsi, tornò a San Paolo.

Il nonno era un uomo umile, un calzolaio che aveva studiato poco, aveva una piccola bottega nel cortile di casa nella quale riparava e confezionava calzature. Nel 1921, all’età di 31 anni, si sposò con Maria Natividade Azurem (1900 – 1977), un’orfana cresciuta ed educata in un orfanatrofio gestito dalla Santa Casa de Misericórdia de São Paulo, dove ricevette un’educazione estremamente religiosa e conservatrice. All’orfanotrofio, oltre alle materie tradizionali, apprese vari mestieri manuali quali taglio e cucito, crochet, tricot, ricamo, mestieri che le permisero di contribuire alla rendita familiare.

Il matrimonio di Antonio Scavone e Maria Natividade Azurem – San Paolo, 7 maggio 1921

La coppia ebbe quattro figli: Salvador, Maria José, Carlos ed Helio (mio padre).

Si sposarono tutti ma solo Carlos ed Helio ebbero discendenti.
Antonio Scavone morì nel 1958 senza mai essere tornato a Tito, ma i suoi racconti resistettero al tempo.

Nel 1992 i miei genitori, Helio e Sylvia, andarono a Tito. Papà voleva vedere da vicino quei luoghi che tante volte erano stati descritti dal suo defunto padre, in particolare la fontana di Tito, il ricordo più emblematico di mio nonno. Camminò per le strade strette e sinuose appropriandosi di quell’ambiente. Osservò l’organizzazione dello spazio, le antiche case allineate lato a lato, le facciate preservate e i portoni ad arco. Visitò le chiese, i pochi monumenti storici e il cimitero in cui giacevano i suoi antenati. Quando finalmente pose gli occhi sull’antica fontana, tutto quello che suo padre gli aveva raccontato su Tito divenne realtà.

Helio Scavone alla Fontana Pubblica nella Piazza del Seggio – Tito, 1992

Nel 2014 io e mio marito, Cassio Posvolsky, andammo a Tito. Arrivammo in un pomeriggio nuvoloso. Soffiava un venticello freddo. Ci addentrammo nella città attraverso Via Vittorio Emanuele. In quel momento smisi di essere il copilota di mio marito. Volevo solo osservare il paesaggio, fissare nei miei occhi le immagini che si succedevano nella misura in cui l’auto avanzava. In fondo alla strada, quando vidi la fontana, un solo pensiero si formò nella mia mente: “sono arrivata alla casa
di mio nonno!” È nei ricordi del passato che affermiamo la nostra identità.

Regina Helena Scavone Posvolsky, alla Fontana Pubblica nella Piazza del Seggio – Tito, 2014

La storia del ramo familiare al quale appartengo è costituita in maniera preponderante da persone umili, contadini, analfabeti. Arrivarono in Brasile spinti dalla fame, dalla miseria e qui si stabilirono. Non fecero fortuna, ma prosperarono. Ci hanno lasciato un’eredità di coraggio, fede, speranza, valori etici e morali che guidano le nostre vite. Devo a loro la mia esistenza.

Biase Martorella

Mi chiamo Gisela Astrid e sono brasiliana, ma nel mio sangue scorre un forte legame con l’Italia. Il mio trisavolo, infatti, si chiamava Biase Martorella e nacque il 5 luglio 1859 a Lagonegro, in provincia di Potenza (Basilicata), da Salvatore e Maria Carrano, che risiedevano in via Castello, a circa 200 metri di distanza dalla cattedrale intitolata a San Nicola di Bari.

Non conosco esattamente quando Biase sia immigrato in Brasile, ma so che al suo arrivo il suo nome divenne “Braz Martorelli” e che, da quel momento, tutti i suoi discendenti ereditarono il cognome “Martorelli” invece di “Martorella”.

Biase presumibilmente partì per il Brasile attorno al 1882, anno in cui sposò la mia trisnonna, Maria Filomena Colombo, che, pur essendo nata in Brasile, nella città di Bonito (Pernambuco), il 29 settembre 1869, anche lei era figlia di immigrati italiani.

Grazie al portale Antenati, ho avuto modo di ricostruire alcuni avvenimenti della loro storia: il padre di Maria Filomena Colombo, si chiamava Domenico e nacque intorno al 1823, probabilmente nella frazione di Battaglia del Casaletto Spartano, in provincia di Salerno; mentre sua moglie, Filomena Isabella Amato, nacque il 23 dicembre 1837 a Sapri, dove il 21 aprile 1857 si unirono in matrimonio. Qualche anno dopo, precisamente nel 1868, Domenico e Filomena si trasferirono in Brasile, divenendo “Domingos Colombo” e “Filomena Amado”. Lì diedero alla luce alcuni dei loro figli, tra cui la mia trisavola, Maria Filomena.

Biase Martorella e Maria Filomena Colombo si sposarono il 30 novembre 1882, nella città di Bonito, quando lei aveva solo 13 anni. Da questo matrimonio nacquero numerosi figli: Salvador (nato nel 1885), Domenico Astrogildo (nato nel 1887 a Sapri), Audiphas Sofonias (nato nel 1891), Maria Florina (la mia bisnonna, nata nel 1893), Josepha (nata nel 1895), Humberto (nato nel 1898), Filomena (nata nel 1900), Julia Helena (nata nel 1902), Alberto (nato nel 1905) e Audifas (nato nel 1908).

Restauro di foto di Maria Filomena Colombo, moglie di Biase Martorella

La mia trisavola, Maria Filomena, morì all’età di 40 anni, il 5 agosto 1911 in Brasile. È stato interessante scoprire che, sebbene sia nata e si sia sposata a Bonito, lei e Biase abbiano vissuto per alcuni anni a Sapri, il comune natale dei genitori di Maria Filomena, dove diedero anche alla luce un figlio.

Tuttavia, in un certo momento, decisero di tornare in Brasile. Dopo la morte di Maria Filomena, Biase si risposò il 28 maggio 1917 con Maria Barbosa, nata a Monteiro (Paraiba, Brasile) il 22 luglio 1888. Da questo matrimonio nacquero: Zullina (nata nel 1916), Helena (nata nel 1917), Adalberto (nato nel 1917), Maria do Carmo (nata nel 1920), Eunice (nata nel 1922), Jaime (nato nel 1923) e Nivaldo (nato nel 1924).

Biase morì il 19 luglio 1938 a Recife (Pernambuco), all’età di 79 anni. Lì fu sepolto nel cimitero di Santo Amaro. Oltre ai figli, lasciò un’enorme eredità di discendenti, basti pensare che la mia bisnonna, Maria Florina, sua figlia, sia morta lasciando a sua volta 17 figli. La maggior parte della mia discendenza italiana è costituita da commercianti: ad esempio, stando all’atto di nascita di Biase e all’atto di matrimonio dei suoi genitori, suo padre Salvatore era “ramaio”. Tuttavia, Biase era comunemente chiamato “Capitano”, poiché, a quanto pare, era un capitano della Guardia Nazionale dello Stato di Pernambuco.

Sono una pronipote di Biase, mia nonna paterna si chiamava Maria Astrid, sebbene fosse brasiliana, era di origine italiana. Maria Astrid è stata l’unica nonna che non ho avuto modo di conoscere, perché morì prima che io nascessi. Tuttavia, ho sempre sentito un forte legame, anche perché il mio secondo nome è ovviamente dedicato a lei.

Biase Martorella e Maria Filomena Colombo si sposarono il 30 novembre 1882, nella città di Bonito, quando lei aveva solo 13 anni.

Da questo matrimonio nacquero numerosi figli: Salvador (nato nel 1885), Domenico Astrogildo (nato nel 1887 a Sapri), Audiphas Sofonias (nato nel 1891), Maria Florina (la mia bisnonna, nata nel 1893), Josepha (nata nel 1895), Humberto (nato nel 1898), Filomena (nata nel 1900), Julia Helena (nata nel 1902), Alberto (nato nel 1905) e Audifas (nato nel 1908).

La mia trisavola, Maria Filomena, morì all’età di 40 anni, il 5 agosto 1911 in Brasile.

È stato interessante scoprire che, sebbene sia nata e si sia sposata a Bonito, lei e Biase abbiano vissuto per alcuni anni a Sapri, il comune natale dei genitori di Maria Filomena, dove diedero anche alla luce un figlio.

Tuttavia, in un certo momento, decisero di tornare in Brasile.

Dopo la morte di Maria Filomena, Biase si risposò il 28 maggio 1917 con Maria Barbosa, nata a Monteiro (Paraiba, Brasile) il 22 luglio 1888.

Da questo matrimonio nacquero: Zullina (nata nel 1916), Helena (nata nel 1917), Adalberto (nato nel 1917), Maria do Carmo (nata nel 1920), Eunice (nata nel 1922), Jaime (nato nel 1923) e Nivaldo (nato nel 1924).

Biase morì il 19 luglio 1938 a Recife (Pernambuco), all’età di 79 anni. Lì fu sepolto nel cimitero di Santo Amaro. Oltre ai figli, lasciò un’enorme eredità di discendenti, basti pensare che la mia bisnonna, Maria Florina, sua figlia, sia morta   lasciando a sua volta 17 figli.

La maggior parte della mia discendenza italiana è costituita da commercianti: ad esempio, stando all’atto di nascita di Biase e all’atto di matrimonio dei suoi genitori, suo padre Salvatore era “ramaio”. Tuttavia, Biase era comunemente chiamato “Capitano”, poiché, a quanto pare, era un capitano della Guardia Nazionale dello Stato di Pernambuco.

Sono una pronipote di Biase, mia nonna paterna si chiamava Maria Astrid, sebbene fosse brasiliana, era di origine italiana. Maria Astrid è stata l’unica nonna che non ho avuto modo di conoscere, perché morì prima che io nascessi. Tuttavia, ho sempre sentito un forte legame, anche perché il mio secondo nome è ovviamente dedicato a lei.

La riscoperta di queste origini italiane è stata per me molto importante: ogni volta che acquisisco nuove informazioni sui miei antenati, mi sembra di salvare un pezzetto della mia storia. Cerco di visualizzarli nel contesto dell’epoca, cerco di capire i loro desideri e, anche se è un compito apparentemente impossibile, mi piace provare a immaginarli. Capire le mie origini è qualcosa che mi affascina molto.

Continuo a chiedermi cosa abbia spinto una famiglia italiana a emigrare dall’altra parte dell’oceano, ma immagino che lo abbiano fatto perché cercavano una vita migliore. Per questo, penso che i Martorellas siano stati molto coraggiosi, perché hanno avuto il coraggio di andare alla ricerca  di nuove opportunità.

Così, anche se ci sono quattro generazioni tra me e il mio trisavolo nato in Italia, grazie a lui posso ancora vedere tracce italiane nella mia famiglia.

Fotoritocco di Biase Martorella

Addirittura, in famiglia abbiamo una “battuta interna” per cui ogni volta che qualcuno si agita troppo o parla a voce alta, diciamo: «Io sono italiano! Sono un Martorella!». E, naturalmente, lo diciamo a voce alta, con un accento molto marcato e una gestualità vivace, tipicamente italiana.

Abbiamo deciso che un giorno, quando avremo il passaporto italiano, trascorreremo qualche giorno lì per onorare i nostri antenati e per festeggiare il riconoscimento della nostra cittadinanza italiana.

Famiglia Capellato negli anni ’40

Mi chiamo Allan Pietri, sono brasiliano, e sono il pronipote di Mario Zanotello e Amélia Capellato, genitori di mia nonna materna.
Mia bisnonna Amélia era la figlia minore di Angelo Capellato e Carolina Bassan. Angelo e i suoi figli dedicarono gran parte della loro vita ai trasporti pubblici di Valinhos, ho pensato allora di scrivere alcune righe sulla loro storia, iniziando da quando vivevano in Italia, dove il loro cognome era ancora Cappello, fino a quando hanno realizzato il loro sogno di andare in Brasile.

I Cappello in Italia

Era un venerdì, il 17 settembre 1869, quando alle nove di sera nacque un bambino, secondogenito di Domenico Cappello e Teresa Lazzarin; il piccolo venne battezzato due giorni dopo con il nome di Angelo nella chiesa di Santa Maria Assunta di Solesino. La famiglia Cappello, soprannominata Pasotto, proveniva da Solesino/Stanghella, in provincia di Padova; il capofamiglia Domenico era carrettiere e sua moglie contadina, sposati a Solesino nel febbraio 1867, ebbero il primo figlio nel 1868, che per complicanze durante il parto morì pochi minuti dopo la nascita, e poiché non fu possibile battezzarlo e dargli un nome, non venne registrato nel libro dei battesimi ma solo in quello dei defunti, nacquero in seguito: Angelo nel 1869, Pietro nel 1871, Amabile nel 1873, morta dopo 20 giorni dalla nascita. La famiglia era di origini molto umili, probabilmente era per questo che cambiava spesso paese, a seconda di dove riusciva a trovare nuove opportunità di lavoro, e in una di queste occasioni, nel 1874, si trasferì a Ponso, sempre in provincia di Padova, dove rimase per 6 anni.
A Ponso ebbero i figli Giulia (1874), nata morta, Maria Luigia (1875), e Amalia (1878).
Nell’inverno del 1881, Domenico morì improvvisamente, per una malattia cardiaca, a soli 36 anni; sua moglie Teresa, essendo incinta, tornò allora con i figli nel paese d’origine dove diede alla luce Teresa (1881), l’ultima figlia della coppia, che tutti chiamavano Domenica in onore del padre defunto. Purtroppo le tragedie non erano finite per la famiglia Cappello, nel 1884, muore Amalia, a Stanghella, a soli 5 anni per difterite. Dei loro figli, solo 4 arrivarono all’età adulta: Angelo, Pietro, Maria Luigia e Teresa.
Poco sappiamo delle vicende avvenute nei sette anni successivi a questi eventi. Nel luglio del 1891, il loro figlio secondogenito Angelo sposa Carolina Bassan, originaria di Stanghella; i due giovani si conobbero probabilmente a Solesino o Stanghella e due anni dopo, nel maggio 1893, nacque il loro primo figlio Vittorio a Stanghella.

Una nuova vita in Brasile

Fu nel 1895 che Angelo prese la decisione che avrebbe cambiato per sempre la loro vita, quella di emigrare in Brasile. L’11 maggio 1895 giunsero in Brasile a bordo della nave San Gottardo: Angelo 25 anni e capofamiglia, Carolina 23 anni sua moglie, Vittorio 2 anni suo figlio e  Luigia 28 anni sua cognata. Si stabilirono a Campinas, nell’entroterra di San Paolo, per lavorare nelle fattorie come coloni; lì la coppia ebbe tre figli, Antonio nel 1897, João nel 1899 e Domingos nel 1901 ed in seguito la famiglia si trasferì a Valinhos.

Valinhos

Uno dei primi veicoli dell’impresa Capellato, anni ’20

Valinhos è una città dell’entroterra di San Paolo, situata vicino a Campinas, della quale fece parte fino al 1896, quando fu dichiarata distretto di pace ed infine comune nel 1953. Conosciuta oggi a livello nazionale come “la capitale del fico viola”, per la produzione nazionale di questo frutto, la città è nota anche per la festa del fico che si tiene ogni anno e per essere la città natale del compositore e sambista italo brasiliano Adoniran Barbosa.
Fu nella città di Valinhos che la famiglia risiedette dal 1903, e fu lì che nacquero i loro ultimi 3 figli: Natale nel 1903, Emma nel 1905 e Amélia nel 1913. Si pensa che fu a Valinhos, nel corso del primo decennio del ‘900, che il cognome di Angelo cambiò da Cappello a Capellato; la famiglia ad oggi non conosce il vero motivo del cambiamento, ma ritiene che sia stato un errore nella trascrizione dei documenti. Da quel momento in poi Angelo cominciò ad essere conosciuto e chiamato da tutti Angelo Capellato, cognome mantenuto da tutti i discendenti fino al giorno d’oggi e presente anche con le varianti Capelatto e Capelato. Angelo cominciò a lavorare in città come contadino e lattaio e con i risparmi, sempre in quel periodo, acquistò un appezzamento di terreno, dove avviò la sua prima attività, una fabbrica di ceramica.

Jardineiras della ditta Capelato negli anni ’50

Negli anni ’20 acquistò un camion, iniziò a trasportare i contadini e i loro attrezzi da Valinhos a Campinas, e viceversa, e nello stesso decennio acquistò una Jardineira, (le Jardineiras, costruite col motore di un camion, furono i primi modelli di “autobus” a circolare in Brasile); dopo quest’ultimo acquisto fondò la “Empresa de Ônibus Capelato”, azienda pioniera nel trasporto pubblico a Valinhos.
L’inizio fu difficile; secondo i resoconti della famiglia, infatti, a causa della guerra, negli anni ’40 questi veicoli erano alimentati a gasogeno, un prodotto ottenuto dalla combustione di legna bruciata, ma in seguito con molto sforzo e l’aiuto dei figli l’azienda crebbe, all’inizio con un solo veicolo, poi con due, fino ad arrivare a 10. Il tragitto delle jardineiras era la vecchia strada di Campinas e i Valinhenses che dovevano studiare, andare in ospedale, oppure recarsi al lavoro a Campinas, facevano il percorso con questi veicoli; ancora oggi molti si ricordano delle vecchie jardineiras Capelato. Col tempo, e l’arrivo in Brasile di veri e propri autobus, la Capelato ha sostituito la sua flotta con dei veri autobus, effettuando diverse linee attraverso le città e i quartieri di Valinhos, Campinas, Louveira, Vinhedo, Joaquim Egidio e Souzas.

Gli ultimi anni

Dipinto di Angelo Capellato degli anni ’40

Angelo era un uomo severo ma giusto, molto affettuoso con i suoi nipoti. Si raccontava che quando li vedeva, prendeva sempre una monetina dalla tasca e la dava a loro perché si comprassero delle caramelle. Aveva dei baffi lunghissimi, di cui era molto orgoglioso e che erano la sua particolarità, non permettendo a nessuno di tagliarglieli. Vedovo dal 1938, negli ultimi anni della sua vita, era usuale trovarlo seduto sulla sedia a dondolo, nel cortile sul retro della sua casa. Morì il 7 dicembre 1951, nella sua casa in Avenida Independência a Valinhos.

L’attività

Per molti anni i Capellato trasportarono i Valinhenses, facendo parte della loro storia e della città; ancora oggi i loro nipoti e pronipoti con le rispettive aziende di trasporto continuano l’attività iniziata da Angelo. A Valinhos, c’è una via intitolata “Rua Angelo Capellato” e anche altre vie che portano i nomi di figli, nipoti e pronipoti in onore al lavoro svolto da Angelo e dai suoi discendenti.

Ringraziamenti

Vorrei ringraziare i miei familiari brasiliani e italiani, per le storie raccontate nel corso degli anni e per le foto, la mia amica Elena, gli amici della APHV (Associação de Preservação Historica de Valinhos), gli amici Ulisses Lo Porto e il professore Gersio Pellegatti, il sito familysearch, gli amici del gruppo “Amici della genealogia”, il sito tuttogenealogia.it e il Portale Antenati per l’opportunità di poter scrivere questo testo sulla mia ricerca e anche per il meraviglioso progetto, grazie al quale sono riuscito a trovare anche l’atto di nascita di Luigi Lazzarin, nonno materno di Angelo, nato nel lontanissimo 1813, ed infine i miei più sentiti ringraziamenti a tutti coloro che mi hanno aiutato nelle mie ricerche.

Matrimonio di Candido Landri e Maria Raffaela Amorell nel 14 ottobre 1886

A casa era qui …
Dove? Lo cerco e non lo trovo.
Sento una voce che ho dimenticato:
È la voce di questo stesso flusso.

Ah, quanto tempo è passato
(Oltre cinquant’anni)
Così tanti che la morte ha preso!
(E una vita … in incomprensioni …)

L’usura ha reso il bordo poco profondo
Dalla vecchia fattoria triste:
La casa non esiste più …

– Ma il ragazzo esiste ancora.

(Manuel Bandeira)

Candeloro Luigi Francesco Landri (in Brasile adottò il nome di Candido Landri) e Maria Raffaela Amorell si sposarono il 14 ottobre 1886 a San Nicola, in Centola e si trasferirono in Brasile a Rio de Janeiro, nel 1887, all’età di 30 anni. Arrivarono ad Alfenas, Minas Gerais, e lì presero dimora.

Fattoria di Candido Landri e Maria Raffaela Amorelli nel 1900

Candido, figlio di Vincenzo Landri e Antonia D’Amore, nacque il 02/02/1858. Proveniva dalla Campania, in provincia di Salerno, Corpo di Cava che fa parte del comune di Cava de’ Tirreni, in Costiera amalfitana, un luogo bellissimo, noto come “Divina costiera”. I suoi fratelli erano Alfonso Giovanni, Maddalena, Carmela Lucia Concetta, Domenico, Lucia, Maria e Maria Immacolata Pia.

Maria Raffaela, figlia di Fedele Amorelli e Rachele Tomei, nacque il 25/10/1858. Proveniva da San Nicola, che appartiene al comune di Centola, in provincia di Salerno, sempre nella regione Campania. Anche lei ebbe diversi fratelli: Ignacio (in Brasile aveva  adottato il nome di Vicente Amorelli), Francesco (in Brasile, ha adottato il nome Antonio Amorelli), Maria Teresa, Maria Giuseppa Filomena e Maria Sabatina Domenica.

Magazzino di Candido Landri nel 1918

La coppia prese residenza in una fattoria posta tra le strade Bias Fortes e Oswaldo Cruz (attuale Pedro Silveira) fino a João Paulino Damasceno, dove coltivarono molti alberi da frutto, principalmente alberi di mango, frutti che furono commercializzati da Raffaella. Inoltre allevavano polli e anatre. In un’altra proprietà, tra le strade José Dias Barroso e Manoel Pedro Rodrigues, coltivavano banane, caffè e noccioline. Per aiutare la famiglia, Candido produceva vasi di rame e lampade, che la sua affettuosa moglie vendeva in città. Di fronte al palazzo, dove vivevano, c’erano alcune stanze che venivano affittate come bottega di barbiere e sartoria. Appena arrivati, fecero amicizia con i loro connazionali e vicini: le famiglie Paraizo e Tamburini. Condussero una vita sobria e molto corretta. Candido adorava leggere e non vedeva l’ora che arrivasse un giornale dell’epoca, “A Noite”.  Per tutta la vita hanno avuto una governante, Nazaré, considerata un membro della famiglia. Furono una coppia molto felice, che viveva in perfetta armonia e dalla loro unione nacquero diversi figli: Vicente, il maggiore, Maria Angelina, João, Antonia, Maria, Pedro.

Candido morì il 23 dicembre 1939, all’età di 81 anni, e Raffaela il 15 settembre 1945, all’età di 87 anni.

Ritratto di Rocco Galluccio

Si chiamava Rocco… in omaggio al santo patrono della sua città; la sua vita si confonde con la storia del suo paese; nacque in un periodo turbolento, periodo in cui il Sud Italia fu annesso con la forza al Nord. In seguito tutto fu povertà, fame, sofferenza. Perse inoltre i genitori quando era molto giovane. Un giorno dissero a quel povero giovane che c’era una speranza dall’altra parte dell’oceano… terra di ricchezza e abbondanza. Non ebbe dubbi: raccolse le sue poche cose e si lanciò in una avventura senza ritorno; nel 1885 si lasciò alle spalle il suo paesino e la sua amata Italia, insieme a milioni di suoi connazionali; la nave si chiamava “Europa”, l’Europa che mai avrebbe rivisto.
“Trenta sei giorni di macchina e vapore… e in America noi siamo arrivati…” come dice la canzone: porto di Santos, San Paolo, Brasile… una babele di razze e di lingue… “dove andrò? Che mi riserva il futuro?” questo sicuramente pensava il giovane italiano in terra straniera… non immaginava che la vita gli stava già preparando il futuro: nella persona della dolce Rita, nipote dei baroni del caffè, in bancarotta a causa dell’abolizione della schiavitù.

Atto di nascita di Rocco Galluccio nel 1859

Non sappiamo quando Rocco e Rita si incontrarono, si videro, si innamorarono… il povero straniero e la baronessa povera… si sposarono a Piracicaba, San Paolo… e vennero i figli, i nipoti, i bisnipoti… vite che ora sono intrecciate con il nuovo paese.
Rocco lasciò l’Italia, ma l’Italia non lo lasciò; la portò nel cuore e riuscì a trasmettere questo suo amore ai suoi discendenti; oggi non è più un illustre sconosciuto, grazie al Portale Antenati sono stato in grado di riallacciare i legami che si erano persi. La piccola Cesinali, in provincia di Avellino, era appena un punto sulla carta geografica; oggi è un punto nel mio cuore; non permetta Dio che io muoia senza tornare da te, piccola Cesinali, terra del mio amato bisnonno Rocco Galluccio!

Passaporto del 1922 del trisnonno Antonio Natale Crescenzio

Mi chiamo Allan Pietri, sono brasiliano e sono pronipote di Arturo Pietri e Emma Crescenzio; da 7 anni faccio ricerche sui miei avi e sulle loro origini, spinto dalla curiosità e dall’amore che nutro verso la loro storia.

Voglio fare i miei ringraziamenti ai miei familiari che mi hanno raccontato tutte queste splendide storie, alla mia amica Elena, che mi ha aiutato tantissimo con i documenti, ai miei amici di Cinto Euganeo, al portale Antenati, dove ho trovato gli atti di nascita/morte della famiglia Gallo, agli amici ed utenti del sito tuttogenealogia.it e del gruppo Facebook Amici della Genealogia, al Museu da Imigração de São Paulo, dove ho trovato le liste di sbarchi del 1898 e 1922, in cui compaiono i nomi di miei bisnonni e dei trisnonni, ai parroci che mi hanno risposto con le informazioni e i documenti necessari per la mia ricerca, al sito Familysearch, ai discendenti di Isidoro Crescenzio, fratello del mio trisnonno Antonio, insomma a tutti coloro che mi hanno aiutato in qualche modo con documenti e informazioni, faccio i miei più sinceri ringraziamenti.

I Crescenzio e il Brasile:

Era un giovedì, il 13 dicembre 1921, quando la famiglia Crescenzio diede addio alla propria Patria, ai parenti e agli amici per imbarcarsi definitivamente verso il Brasile.

La famiglia viaggiò a bordo del vapore Garibaldi e arrivò a Santos, città dello Stato di São Paulo il 1 gennaio 1922. Erano in 5:

I genitori:

Antonio Natale Crescenzio, 50 anni

Maria Luigia Cappello, 46 anni

I figli:

Pietro Luigi Crescenzio, 24 anni

Emma Crescenzio, 21 anni *la mia bisnonna*

Lino Romano Crescenzio, 11 anni

 Sul vapore c’erano anche:

Arturo Pietri,  23 anni *il mio bisnonno*

(futuro marito di Emma Crescenzio)

Elsa Giuditta Garbin, 20 anni

(sposa di Pietro Luigi Crescenzio)

Maria Luigia Cappello (1875-1952)

Non era la prima volta che la famiglia Crescenzio emigrava in Brasile: infatti, 24 anni prima Antonio Crescenzio e Maria Luigia Cappello erano arrivati per la prima volta in Brasile con il piccolo Pietro Luigi di 3 mesi, raggiungendo Santos il 13 gennaio 1898 a bordo del vapore Minas, e all’epoca erano andati a vivere a São Simão, São Paulo.

Il 26 agosto 1900 a São Simão, São Paulo, nacque la seconda figlia di Antonio Crescenzio e Maria Luigia Cappello, alla quale venne dato nome Emma, e nel 1901/1902 la famiglia decise di ritornare in Italia. Non conosciamo la data esatta né il motivo del ritorno, però abbiamo scoperto un documento del dicembre 1902, un atto di morte di una cognata di Antonio Crescenzio, nel quale Antonio risultava testimone: da ciò possiamo dedurre che si trovavano già in Italia in quel periodo.

Arturo Pietri (1898-1968)

Arturo Pietri, il mio bisnonno:

Arturo Pietri è nato nella Frazione Voltabarozzo, Padova, il 29 giugno 1898, figlio di genitori ignoti, il cognome Pietri gli è stato imposto perché è nato nel giorno di San Pietro. Della sua famiglia biologica sappiamo veramente pochissimo: Arturo fu mandato all’Istituto degli esposti di Padova e poi affidato alla coppia Pasquale Ravarotto  (di Cinto Euganeo ) e Costantina Destro il 18 agosto 1898. Da adulto Arturo partecipò alla prima guerra mondiale e venne fatto prigioniero di guerra per un anno (1917-1918); dopo la fine della guerra si stabilì a Villa Estense.

Secondo le storie tramandate in famiglia, il bisnonno Arturo conobbe bisnonna Emma Crescenzio mentre erano a bordo del vapore Garibaldi verso il Brasile e si innamorarono. In seguito si sposarono a Nova Europa, São Paulo, il 13 maggio 1922, ebbero 5 figli ed andarono a vivere ad Ipiranga, São Paulo.

Vissero gli ultimi anni della loro vita a São Bernardo do Campo, São Paulo e furono sepolti nel cimitero di São Bernardo do Campo.

I bisnonni Emma Crescenzio (1900-1971) e Arturo Pietri (1898-1968)

Sull’origine degli avi dei Crescenzio:

Gli avi dei Crescenzio sono nati e vissuti nei Colli Euganei, più precisamente a Valnogaredo di Cinto Euganeo. Alcuni  nacquero e lavorarono anche nei comuni limitrofi come Lozzo Atestino, Este, Ospedaletto Euganeo, Vó, Monselice e tanti altri, prestando servizio come mandriani, contadini o villici, com’erano descritti nei registri parrocchiali antichi.

Di seguito un piccolo e breve riassunto di ciò che abbiamo scoperto su di loro:

Antonio Natale Crescenzio (1871) era figlio di Giovanni Crescenzio (1842 – nato a Lozzo Atestino) e Firma Caffeo (1842~); Giovanni Crescenzio era figlio di Antonio Crescenzio (1807) e Anna Gallo (1808).

Anna Gallo (1808) a sua volta era figlia di Agostino Gallo detto Scolpin e Caterina Beggiato; Agostino Gallo detto Scolpin (1773 – nato a Lozzo Atestino) era figlio di Valentino Gallo detto Scolpin (1735) e Maria Bertolle (1749~); Valentino Gallo detto Scolpin (1735) era figlio di Francesco Gallo detto Scolpin (1708 – di Cortella, Vó) e Antonia Mutta (1709).

Antonia Mutta (1709) a sua volta era figlia di Francesco Mutta (1674) e Elisabetta Ongaro (1679~), e  finalmente Francesco Mutta era figlio di Zuane Mutta e Antonia.

I bisnonni Emma Crescenzio (1900-1971) e Arturo Pietri (1898-1968) – Anni 60

Il mio antenato più lontano, di cui si conoscono con precisione la data ed il luogo di nascita, si chiamava Francesco Mutta e nacque il 6 maggio 1674 a Valnogaredo di Cinto Euganeo,  venne battezzato il 13 maggio 1674; i suoi genitori si chiamavano Zuane Mutta e Antonia.

Grazie all’aiuto di tanti amici e dei siti come il Portale Antenati, sono riuscito a conoscere le origini di miei avi e le loro gesta,  sono riuscito anche a trovare i discendenti viventi dei fratelli del mio trisnonno Antonio Natale Crescenzio, dopo quasi 95 anni dalla sua partenza per il Brasile.

C’è ancora molta strada da fare, soprattutto per quanto riguarda l’altra parte della famiglia, ma grazie a questa ricerca ho conosciuto molte persone meravigliose che condividono la mia stessa passione per la genealogia.

Antonio Fioravante Frega, Francesco Saverio Guido e Francesco Pugliese

All’inizio del secolo scorso, Angelo Frega, mio nonno, appena arrivato a Rio de Janeiro da San Basile, in provincia di Cosenza, nel sud Italia, aprì una fabbrica di scarpe.
I primi tempi non furono facili per lui e la sua famiglia, perché poco tempo dopo l’emigrazione e l’arrivo in Brasile scoppiò la Prima Guerra Mondiale. Angelo fu costretto a tornare a San Basile con tutta la famiglia, rispondendo alla chiamata del Governo Italiano, che, quando il paese entrò in guerra, chiese ai suoi cittadini emigrati di rientrare.
Questa chiamata all’epoca era conosciuta come “Italia chiama Italia” e molti italiani rientrarono da tutto il mondo, sotto la minaccia della perdita di cittadinanza, secondo quanto il Governo italiano aveva proclamato entrando in guerra. Soprattutto quelli, come Angelo, a cui un giorno sarebbe piaciuto godersi la pensione al dolce sole della Calabria.

Angelo Frega riprese i suoi piani dopo la guerra, quando tornò a Rio de Janeiro, secondo quanto aveva stabilito: “meglio lasciare la famiglia a San Basile, vicino a parenti e amici. Andrò più veloce da solo, secondo i miei piani, a Rio de Janeiro e la famiglia potrà venire più tardi, quando tutto sarà stato organizzato!”
“Costruiremo i nuovi impianti e produrremo scarpe con macchine moderne, in un capannone vicino alla nostra vecchia casa a Rio.”
“Perché non in Via Maresciallo Bitencourt, 11? C’è un ottimo capannone che possiamo trasformare velocemente nella fabbrica di cui abbiamo bisogno! Inoltre Francesco Pugliese, giovane nipote, è la persona giusta, che chiunque vorrebbe avere a fianco per riuscire a fare quello che vuole.”
Ma tutto questo non era abbastanza! Servivano anche dei compagni di San Basile che sapessero fare scarpe di qualità e anche insegnare ad alcuni bravi ragazzi di Rio, che erano stati selezionati per lavorare in fabbrica.
“Quando i nostri amici arriveranno, ai funzionari dell’immigrazione che chiedono dove abiteranno a Rio, dovranno solo dire: “Maresciallo Bitencourt, 11”. In fin dei conti sembra un indirizzo importante!”

La famiglia Bellizzi

Durante i primi anni la fabbrica fu avviata e la famiglia potè tornare in Brasile, lasciando San Basile dopo aver atteso per lunghi anni questa buona notizia.
Antonio, mio padre, era allora un bambino di 7 anni, nato poco prima che la famiglia tornasse da Rio a San Basile, nel 1914. Era il piccolo Antonio o “o Chicandó”, come lo chiamava mia nonna Teresa. Quando arrivò in Brasile parlava solo l’Albanese che aveva imparato nella piccola San Basile, fondata da immigrati albanesi nel XV secolo.
Da un’infanzia trascorsa felicemente a San Basile, nonostante l’assenza di mio nonno Angelo, Antonio portò con sé per tutta la vita un po’ di accento e la nostalgia del Monte Pollino e delle montagne calabresi.

La casa di Rio de Janeiro doveva essere abbastanza grande da ospitare tutta la famiglia, ma anche da accogliere i compagni provenienti da San Basile per lavorare e aiutare nella fabbrica di scarpe.
“Costruiamo un annesso sul retro della casa, per ospitare i nostri amici calabresi finché non potranno reggersi sulle proprie gambe e trovare un posto dove stare a Rio de Janeiro.”
Fu lì, nei sobborghi di Rio de Janeiro, che nacque la rinomata “Ambasciata della Calabria”, in cui vissero diversi immigrati di San Basile durante i loro primi giorni in Brasile.
“Se la casa è piena, Francesco può aiutare con la sua, dal momento che sua moglie Maria è rimasta al sicuro in Calabria durante questo primo periodo di Francesco in Brasile. In fin dei conti, il lavoro in fabbrica è duro, ma la vita a Rio de Janeiro è buona e gioiosa…”

Angelo Frega non si sentiva bene quella mattina del 4 luglio 1929, ma doveva andare in centro a Rio per risolvere alcune questioni della fabbrica di scarpe. Ci stava mettendo troppo tempo a tornare a casa e, purtroppo, un amico portò la triste notizia che Angelo era morto di una malattia improvvisa, mentre camminava in una strada nel centro di Rio.
Antonio, mio padre, aveva allora 15 anni e rimase scioccato: per tutta la vita si è portato dietro la paura di una morte in pubblico, come era successo a suo padre Angelo.

“Bene e ora? Come risolvere il problema di mantenere la famiglia dopo la morte di Angelo, con il figlio maggiore di appena 18 anni e tutti ancora studenti?”
“Facciamo così”, propose Francesco,“ Angelo era il mio socio e negli ultimi anni abbiamo condiviso la gestione della fabbrica che lui ha creato. Ora che non c’è più, la dirigerò da solo e ogni mese darò la sua quota alla sua famiglia, fino a quando i ragazzi saranno cresciuti e avranno deciso cosa vogliono fare o essere nella vita, e le sue figlie saranno sistemate.”
“Tu, Teresa, puoi aiutare a mantenere viva l’Ambasciata Calabrese, per aiutare i compagni di San Basile, anche se vengono a Rio per fare altri lavori. Dopotutto, la situazione nella nostra Italia non è facile e alcuni dicono che nei prossimi tempi potrebbe anche peggiorare.”

Carta di immigrazione del Consolato brasiliano a Napoli di Francesco Pugliese

È andata così. Dopo la morte di Angelo Francesco è diventato il protettore della famiglia Frega. Permettendo ai ragazzi di finire la scuola e di diventare dei professionisti (tra cui un avvocato) e alle ragazze di sposarsi con bravi ragazzi.
Giovanni Frega (João Fraga), il mio zio più vecchio, in seguito per tutta la vita è stato “Ambasciatore della Calabria”, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando diversi amici della seconda generazione di immigrati di San Basile hanno dovuto lasciare l’Italia alla ricerca di tempi e opportunità migliori. Alcuni per lavorare nella fabbrica di scarpe, altri per avviare un’attività, o semplicemente per lavorare in Brasile.

Negli anni ’60, dopo diversi anni alla guida della fabbrica, i concorrenti diventarono troppo grandi per andare avanti. Francesco decise di chiudere, chiese a sua moglie Maria, che lo aveva aspettato per molti anni, di raggiungerlo in Brasile, e decise di andare in pensione. Qualche tempo dopo l’arrivo di Maria, decisero di tornare a San Basile.
Sapevamo che quella era l’ultima volta che vedevamo Francesco e l’addio nel porto di Rio de Janeiro, mentre lo guardavamo camminare sul ponte di imbarco della nave, fu triste e pieno di lacrime, come sempre accade nelle famiglie italiane.

Alcuni anni più tardi, senza più mio padre e i miei zii, morti nel frattempo, ho potuto visitare San Basile e vedere la foto di Francesco Pugliese sulla sua tomba, guidato da uno dei compagni di San Basile che era stato ospitato nella vecchia “Ambasciata di Calabria” a Rio de Janeiro.

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