Aldo Fabrizi (all’anagrafe Fabbrizi) nacque a Roma il 1° novembre 1905, da Giuseppe, vetturino, e Angela Petrucci, fruttivendola a Campo de’ Fiori.
Rimasto precocemente orfano di padre, abbandonò gli studi per contribuire al sostentamento della famiglia, composta dalla madre e da cinque sorelle, tra cui la nota “sora Lella” (Elena Fabrizi).
Nonostante ciò, nel 1928 pubblicò una prima raccolta di poesie, Lucciche ar sole. Poesie romanesche, e parallelamente cominciò a frequentare con continuità l’ambiente teatrale, dapprima interpretando piccoli ruoli nella Filodrammatica Tata Giovanni, poi come macchiettista sulle scene di numerosi palchi italiani, fino a giungere al 1937, quando inaugurò una propria compagnia.
Al 1942 risale l’esordio cinematografico con Avanti c’è posto…, affiancato da Anna Magnani sotto la regia di Mario Bonnard.
Ben presto divenne una presenza stabile sul grande schermo, vincendo anche nel 1950 il Nastro d’argento come migliore attore protagonista nel film Prima comunione.
Seguirono oltre 70 pellicole, tra le quali Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini e numerose altre in collaborazione con il collega e amico Totò – trai più noti: Guardie e ladri (1951), I tartassati (1959), Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi (1960), Totò contro i quattro (1963) – e altre con Peppino De Filippo – Signori, in carrozza! (1951), Accadde al penitenziario (1955) e Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo (1956) –.
Fabrizi divenne così una delle figure centrali della commedia all’italiana, dando vita a personaggi ricorrenti e caratteristici, ispirati alla Roma popolare, come il corpulento, gioviale e brontolone che vestiva gli abiti del piccolo borghese o la divisa da sottufficiale, molto cari al pubblico italiano.
Dopo una breve parentesi come regista, tra gli anni ’60 e ’70 la sua presenza sul grande schermo si fece più diradata. Tuttavia, tornò in ruoli di rilievo in La Tosca (1973) di Luigi Magni e soprattutto in C’eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola, con un’interpretazione che gli valse il secondo Nastro d’Argento, questa volta in qualità di attore non protagonista.
Nell’ultimo decennio della sua vita, continuò a partecipare a produzioni teatrali e televisive e, nel 1988, ricevette il David di Donatello alla carriera.
Morì a Roma il 2 aprile 1990.
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1905
Per approfondimenti sulla figura di Aldo Fabrizi, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Sisto Sallusti.
Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1905
Giuseppe Bottai nacque a Roma il 3 settembre 1895, da Luigi, commerciante di vini, ed Elena Cortesia.
Con lo scoppio della Grande Guerra interruppe gli studi per arruolarsi volontario al fronte, distinguendosi in diverse azioni belliche che gli valsero la medaglia di bronzo al valor militare. Terminato il conflitto, conseguì la laurea in Giurisprudenza e iniziò a coltivare una spiccata inclinazione letteraria e giornalistica, collaborando con la redazione del Popolo d’Italia e con la direzione della rivista Roma futurista.
Eletto deputato nel 1924, fu nominato sottosegretario nel 1926 e, dal 1929 al 1932, ricoprì l’incarico di ministro delle Corporazioni, contribuendo in modo rilevante all’elaborazione della Carta del Lavoro (1927). Parallelamente all’attività politica e giornalistica, a partire dal 1930 intraprese la carriera accademica, ottenendo la cattedra di Diritto corporativo prima all’Università di Pisa e, dal 1936, all’Università di Roma.
Il 22 novembre 1936, Bottai assunse la guida del Ministero dell’Educazione nazionale, che mantenne fino al 1943. Durante il suo mandato promosse un’incisiva riforma dell’intero sistema scolastico, volta a favorire un accesso più ampio all’istruzione, e si fece promotore di provvedimenti di grande rilievo nel campo della tutela del patrimonio culturale e artistico. Tra questi spiccano: l’aumento delle Soprintendenze da 28 a 58, con una più razionale distribuzione territoriale e delle competenze; la regolamentazione delle norme relative a ritrovamenti, riproduzioni, esportazioni ed espropriazioni di beni artistici; la promulgazione della nota legge Bottai (l.n. 1089 del 1° giugno 1939), ovvero la prima normativa organica per la salvaguardia delle cose di interesse artistico e storico, a cui si aggiunse la l.n. 1497 del 29 giugno 1939, volta alla “tutela delle bellezze paesistiche”; infine, dispose la creazione dell’Istituto Centrale per il Restauro (l.n. 1240 del 22 luglio 1939).
A partire dagli anni Quaranta, i suoi rapporti con Mussolini iniziarono a incrinarsi. Dopo il 1943 fu costretto a nascondersi e, nel processo di Verona, venne condannato a morte in contumacia. Il 4 luglio 1944 l’Alta Corte di giustizia lo privò della cattedra universitaria e lo condannò all’ergastolo.
Amnistiato nel 1947, poté rientrare in Italia il 2 agosto 1948 e, pur reintegrato nei ruoli universitari, nel 1951 chiese di essere collocato a riposo.
Due anni più tardi fondò la rivista di critica politica ABC, che diresse fino alla morte, sopraggiunta a Roma il 9 gennaio 1959.
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1895
Per approfondimenti sulla figura di Giuseppe Bottai, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Sabino Cassese.
Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1895
John Vincent Tomassi in 1963
My father died this year. His name was John Vincent Tomassi and he was 76.
In 2027, he would have been turning 80, I would be 60 and if we would have followed through with our plan, we would be walking in the Italian towns from whence our ancestors hailed 300 years after our piece of the Tomassi family is recorded to have lived there.
But together, we didn’t do any of the things we talked about when we started researching our Italian heritage five years ago. Time, health, distance, and reality overshadowed and eventually overcame our initial excitement.
I wrote about this goal for the Ancestors Portal in March 2021: 300 years a Tomassi. Truth be told, I think I was more excited about it than he was. I was captivated by the old Italian script and fell in love with the romantic stories of ancestors conjured in my head.
I personally had delusions of us returning to Italy, as Italian citizens, to our ancestry roots, walking the streets, meeting the people, and speaking Italian.
The Tomassi Family Crest as represented in the book “Storie di Guarcino”
Unfortunately I’m no closer to speaking Italian, but in October 2022, my brother and I ventured on a trip through our ancestry towns that allowed us to experience a small part of our family history.
The journey we took connected us physically, mentally and emotionally to our roots. Just before we departed on our quest, I connected with a direct cousin of my father’s. At 82 years old, she is an incredible wealth of knowledge, an inspiration, and an all around beautiful person. Although she and my father weren’t able to reconnect before he died, we continue to speak often and I cherish the moments and memories she provides to fill in small holes of our family lore.
The church in Fagnano Alto (AQ)
She introduced me to another Tomassi, in Rome, who, when I met him at the end of our 2-week trip, relayed to me his philosophy that all Tomassi’s are “cousins.” I continue to use that term often. He even showed me a book from 1971, entitled “The History of Guarcino,” with one page highlighting the Tomassi Family.
It illustrated the family crest, highlighted our ancestor, Cardinale Giacomo Tomassi, who died in 1304, and had a palace named after him, and reflected the names of many Tomassi nuns who wore the monastic habit in the 16th and 18th centuries at the monastery San Luca, in Guarcino. I’ve contacted the monastery with hope of more information, but continue to await their response.
As well, the page states the Tomassi name is “extinct,” which of course I know not to be true; I’m proof of that. But also through my research with the Ancestors Portal, my 6th great grandfather was born in Fagnano Alto, L’Aquila, Abruzzo in 1727.
The oddly abandoned yet fully renovated buildings and streets in Fagnano Alto(AQ)Alberto Pisterzi in 1923
Before meeting our cousin in Rome, my brother and I arrived in Italy two weeks earlier in Amaseno, Frosinone, Lazio. It was there we met with our cousin from the Pisterzi side of the family.
My father’s uncle was Alberto Pisterzi and was a direct relation to the Pisterzi’s in Amaseno. Another part of our quest in Amaseno was to obtain a certified copy of my great grandfather’s birth certificate. With a bit of waiting and a short lesson in why we should speak Italian, we accomplished our first mission.
In Amaseno, we were also able to meet and thank Don Italo Cardarilli, whom I credit with setting me on the path to find our family roots.
Just before entering Abruzzo, we made a short stop in Guarcino to visit the birthplace and palace of Cardinale Giacomo Tomassi. We secretly expected some sort of fanfare as we drove into the small, quiet village, but nothing of the sort happened. Instead we enjoyed the beautiful sights, walked the small paths and stood in the archway named after our most famous ancestor – Cardinale Giacomo Tomassi.
We moved on to Bugnara seeking to fulfill our next mission of retrieving a certified copy of our great grandmother, Anna Incorvati. While there, we stayed in the beautiful town of Sulmona. It was there we met with another cousin from the Incorvati side of the family. She was a wonderful host and showed us the historic city with its amazing intact Roman aqueduct and world famous confetti candies.
Anna Incorvati in 1931
Also while staying in Sulmona, we ventured to the small town of Cerchio to retrieve a certified copy of the birth certification of our other great grandmother, Adalgisa Mastrantonio. The comune worker in Cerchio was one of a kind. He not only found the original birth certificate (and offered to assist further), he let me come behind the counter to actually touch the 122-year old document. I stood in awe at the large page and wondered why it wasn’t locked away somewhere, but thankful it wasn’t so I could personally witness it.
My great grandmother Ada was the only great grandparent on my father’s side that I actually had the honor of knowing as a child and touching her birth certificate brought back faint memories of her.
To end our amazing trip, we finally entered the small town of Fagnano Alto, L’Aquila, Abruzzo; the place that started my ancestral journey and sparked my interest to find the roots of the Tomassi family.
Oddly we found the town totally abandoned. However about 80 percent of the buildings were fully renovated as if they have been built yesterday. In the town and municipality we found Castello di Fagnano, a stone bridge from the 1st century and the church where five Tomassi generations were baptized.
As I walked the empty streets I wondered which of the buildings my ancestors lived and worked in. I also wondered why it was so renovated and why nobody was living there. I asked at the municipality, but our language disparity was too great for any real understanding. But the feeling of standing in my ancestral town was breathtaking.
Adalgisa Mastrantonio in the 1960s
I know my father would have loved the trip, but at the time his poor health didn’t allow him to take the adventure.
Of course we visited many other sights during the entire 2-week trip and my brother and I spoke with our father daily to update him on our progress. We also spoke with cousins, aunts and uncles who became acutely interested in our quest to discover family roots, and we connected with family members in Italy of whom we would have never had the opportunity to meet without this trip.
I don’t know if my original goal of attaining Italian citizenship will ever come to fruition, but I am thankful I found the Ancestors Portal that allowed us the opportunity to peek into our past and mine gems of information that sat undiscovered for many, many years.
Eduardo De Filippo nacque a Napoli, in via Vittoria Colonna 5, il 26 maggio 1900.
Figlio illegittimo di Luisa De Filippo e del noto attore Eduardo Scarpetta, non fu riconosciuto alla nascita.
Dall’unione dei due nacquero anche Titina e Peppino, e tutti e tre vennero introdotti sin dalla più tenera età ai palcoscenici napoletani, partecipando come comparse o in ruoli minori nella compagnia del fratellastro Vincenzo Scarpetta.
A questa compagnia, impegnata prevalentemente nella messa in scena delle commedie paterne o in rivisitazioni della tradizione, Eduardo rimase legato fino agli inizi degli anni Venti, firmando le sue prime prove di drammaturgia come, ad esempio, Ho fatto il guaio, riparerò…, che sarebbe poi diventata celebre con il titolo di Uomo e galantuomo, uno dei suoi lavori di maggior successo.
Rigoroso e severo, ma dotato di una sagacia comica e di un’originale inventiva, De Filippo faticò non poco per ottenere uno spazio autonomo nei teatri napoletani. Con i fratelli Titina e Peppino fondò una propria compagnia, attraverso la quale mise in scena diverse sue opere, talvolta sotto pseudonimo e con successi alterni. Fin quando, il 25 dicembre 1931, debuttò con Natale in casa Cupiello, segnando il felice avvio della Compagnia del “Teatro Umoristico I De Filippo”.
Gli anni successivi furono caratterizzati da un’intensa e fruttuosa attività – fra opere proprie e adattamenti – che progressivamente portarono De Filippo ad avvicinarsi anche al mondo cinematografico, in qualità di regista e attore. Tra i tanti lavori, nel 1950, diresse e recitò accanto a Totò in Napoli milionaria! e collaborò con Vittorio De Sica, scrivendo per lui alcune sceneggiature, tra cui L’oro di Napoli (1954) e curando l’adattamento di Matrimonio all’italiana (1964), rifacimento di Filumena Marturano.
Nel 1948, diede fondo a tutti i suoi risparmi e acquistò il semidistrutto teatro San Ferdinando, che, inaugurato nel 1954, fu il luogo in cui il dialetto napoletano venne elevato a lingua artistica, contribuendo così a riconoscere il “teatro dialettale” come “teatro d’arte.” Questo fu, forse più di ogni altro, il palcoscenico d’eccellenza in cui Eduardo mise in scena la sua visione della società, creando un ritratto della piccola borghesia napoletana, sempre centrale nei suoi lavori.
Il suo modo di scrivere e mettere in scena hanno profondamente influenzato il teatro moderno, la drammaturgia e la commedia, attualizzando l’eredità del teatro di Pulcinella – grazie anche alla sua finezza recitativa – e portandolo in tutto il mondo.
Dopo aver ricevuto due lauree honoris causa a Birmingham (1977) e Roma (1980), fu nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Sandro Pertini nel settembre 1981.
Eduardo De Filippo morì a Roma il 31 ottobre 1984.
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Napoli, Stato civile italiano (quartieri di Napoli), Chiaia, Registro 33, suppl. 2
Per approfondimenti sulla figura di Eduardo De Filippo, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Stefano De Matteis.
Archivio di Stato di Napoli, Stato civile italiano (quartieri di Napoli), Chiaia, Registro 33, suppl. 2
Pasquale Vena nacque l’8 settembre 1871 a Pisticci (MT).
Partì ancora giovanissimo assieme ai fratelli per imbarcarsi verso l’America. Tuttavia, si fermò a Napoli, dove presso la pasticceria “Scaturchio” apprese i primi rudimenti dell’arte dolciaria.
Quando fece rientro nel paese natio, aprì il Caffè Vena, nel cui retrobottega nel 1894 cominciò a lavorare a varie miscele di erbe alla ricerca del liquore perfetto. Nacque così l’Amaro Lucano, che riscosse subito un successo tale da giungere sino a casa Savoia, di cui Vena divenne fornitore abituale.
L’azienda crebbe, aumentato la quantità produttiva e diventando una vera e propria realtà imprenditoriale.
Pasquale Vena morì a Pisticci nel 1937.
Dopo la sua morte, nonostante l’interruzione forzata a causa della Seconda guerra mondiale, l’eredità venne raccolta dai figli, che favorirono il prosperare dell’azienda di famiglia, che nel 1965 raggiunse gli oltre 110 mila litri di amaro venduti.
Puoi consultare l’atto di nascitasul Portale Antenati: Archivio di Stato di Matera > Stato civile italiano > Pisticci > 1871
Archivio di Stato di Matera > Stato civile italiano > Pisticci > 1871
Lorenzo Leone Antonio Maria Respighi nacque a Cortemaggiore (PC) il 7 ottobre 1824.
Rimasto presto orfano di entrambi i genitori, fu affidato alle cure dapprima dal fratello e poi di un prozio.
Terminati gli studi liceali, si iscrisse alla facoltà di Matematica e fisica di Bologna, dove si laureò ad honorem nel 1847 e dove, nel 1851, fu nominato professore di Ottica e astronomia. Pochi anni più tardi gli fu affidata la direzione dell’Osservatorio astronomico della città.
Nel 1864, Respighi, cattolico praticante, rifiutò di prestare il giuramento di fedeltà al governo sabaudo, probabilmente per motivi di coscienza e lealtà nei confronti del papa, venendo così destituito da tutti gli incarichi ufficiali.
Tuttavia, l’anno successivo il pontefice Pio IX lo nominò titolare della cattedra di Ottica e astronomia presso il collegio “La Sapienza” di Roma e, in seguito, direttore dell’Osservatorio Capitolino.
Nel corso della sua lunga carriera si occupò di numerose ricerche in vari campi dell’astronomia, tra cui la cromosfera solare e le relazioni tra macchie e protuberanze, le misurazioni quotidiane del diametro del sole, lo spettro delle macchie solari, l’analisi di diversi fenomeni cometari, la latitudine del Campidoglio e di Monte Mario, la longitudine di Roma e di Milano e compilò un prezioso catalogo di oltre 2534 stelle.
Lorenzo Respighi morì a Roma il 10 dicembre 1889.
Puoi consultare gli atti di nascita e morte sul Portale Antenati, rispettivamente: Archivio di Stato di Piacenza, Stato civile della Restaurazione, Cortemaggiore, 1824 e Archivio di Stato di Roma, Stato civile italiano, Roma, 1889
Per approfondimenti sulla figura di Lorenzo Respighi, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Ileana Chinnici.
Il suo archivio personale (1849-1890; 450 fascicoli) è conservato presso l’Archivio storico dell’Osservatorio Astronomico di Roma.
Archivio di Stato di Piacenza, Stato civile della Restaurazione, Cortemaggiore, 1824Archivio di Stato di Roma, Stato civile italiano, Roma, 1889
Alba Carla Laurita de Céspedes nacque a Roma l’11 marzo 1911, da Laura Bertini Alessandrini, romana, e Carlos Manuel de Céspedes y Quesada, ambasciatore per Cuba in Italia. Suo nonno era Carlos Manuel de Céspedes, un rivoluzionario che dal 1869 al 1873 fu presidente della Repubblica cubana e fautore dell’abolizione della schiavitù.
A soli 15 anni, nel 1926, Alba sposò il conte romano Giuseppe Antamoro, per poi separarsene nel 1931.
Il contesto agiato e colto in cui crebbe le favorì un’educazione d’eccellenza, alimentando la sua vocazione per la scrittura e l’interesse per la politica, d’orientamento antifascista.
Sebbene fosse perfettamente bilingue in italiano e spagnolo, e conoscesse diverse altre lingue europee, per la sua produzione letteraria scelse l’italiano come lingua prevalente. Esordì nel 1935 con la pubblicazione della sua prima raccolta di poesie, L’anima degli altri, favorita anche dalla solida amicizia con Arnoldo Mondadori. Nel 1938, invece, pubblicò il suo primo romanzo, Nessuno torna indietro, con il quale vinse il Premio Viareggio l’anno successivo, che tuttavia le fu revocato per volere di Mussolini, a causa della sua militanza antifascista, che le era costata anche alcuni giorni di carcere.
I suoi scritti erano animati da un’attenta cura stilistica, tesa a una letteratura di qualità, in cui la forma era sempre accompagnata da uno spessore dei contenuti e una riflessione profonda su questioni etiche e sociali.
Durante la Seconda guerra mondiale, fu parte attiva della resistenza partigiana, operando con il nome di battaglia “Clorinda”.
A partire dal 1944, fondò e diresse la rivista Mercurio, che divenne un importante punto di riferimento per l’intellettualità italiana durante gli anni del dopoguerra, grazie anche alla collaborazione di penne di gran pregio. La rivista chiuse quattro anni più tardi, nel 1948. Da quel momento in poi, de Céspedes cominciò a collaborare con varie testate, come Epoca e La stampa di Torino.
Negli anni successivi, tra Roma, Cuba e Parigi, si dedicò intensamente alla scrittura, pubblicando numerosi romanzi, spesso ricchi di elementi autobiografici: l’insoddisfazione sentimentale, l’educazione femminile e la lotta per l’identificazione personale e collettiva. Tra i tanti titoli, si ricordano: Dalla parte di lei (1949), Quaderno proibito (1952), Prima e dopo (1955) e Il rimorso (1962).
L’ultimo suo lavoro, rimasto incompiuto, è un racconto autobiografico scritto tra gli anni Ottanta e Novanta, dedicato a Fidel Castro e alla Rivoluzione cubana, pubblicato postumo nel 2011 da Mondadori in occasione del centenario della sua nascita.
Alba de Céspedes morì a Parigi il 14 novembre 1997 dopo una lunga malattia.
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma, Stato civile italiano, Roma, 1911
Il suo archivio personale (1876 – 1997), che consta 136 buste, circa 2100 fotografie e 4122 tra libri e opuscoli, è conservato presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori.
Archivio di Stato di Roma, Stato civile italiano, Roma, 1911
Gino Coppedè nacque a Firenze il 26 settembre 1866 da Mariano, di professione intagliatore, e Antonietta Bizzarri.
Dopo la Scuola professionale di arti decorative industriali, dove ebbe modo di affinare le sue competenze nella lavorazione del legno, si iscrisse all’Accademia di Belle Arti, diplomandosi in disegno architettonico nel 1896.
Il suo primo incarico di rilievo fu la progettazione e realizzazione del castello MacKenzie a Genova, che lo vide impegnato dal 1897 al 1906. L’edificio, ispirato all’architettura fiorentina, comprendeva una commistione di elementi esuberanti, alquanto inusuali per lo stile architettonico della città ligure, ma che gli valsero il favore della ricca borghesia locale.
Il cosiddetto “stile Coppedè” si basava, infatti, sull’amplificazione di elementi architettonici di diverse epoche, rielaborati in maniera originale ma armonica. Una novità nel panorama edilizio che, tuttavia, riuscì a conquistare l’apprezzamento della critica e del pubblico, avviando l’architetto a una brillante carriera, che lo rese celebre ben oltre i confini nazionali.
Numerosi, infatti, i progetti che portarono la sua firma in svariate città italiane: molti a Genova, ma anche a Napoli, Roma, nonché in numerose città del centro e sud Italia, come ad esempio a Messina, dove contribuì alla ricostruzione post-terremoto.
Dopo la Prima guerra mondiale, l’attività di Coppedè continuò vigorosa, grazie anche ai numerosi riconoscimenti e incarichi accademici di cui venne insignito.
Solo a seguito della morte della moglie Beatrice, figlia dello scultore Pasquale Romanelli, che aveva sposato nel 1889, decise di trasferirsi a Roma, per dedicarsi al completamento del celebre quartiere residenziale Dora, oggi meglio noto come “quartiere Coppedè”.
La ditta Cerruti – con cui intratteneva un saldo legame professionale – gli aveva commissionato la realizzazione di un quartiere signorile destinato a soddisfare la ricercatezza voluta dai romani dell’alta borghesia degli anni Venti. Qui il suo stile raggiunse l’apice dell’eclettismo, con una fusione di linguaggi architettonici che, seppur apparentemente inconciliabili, trovarono uno stupefacente equilibrio.
Gino Coppedè morì a Roma il 20 settembre 1927.
Puoi consultare l’atto di morte sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma, Stato civile italiano, Roma, 1927
Archivio di Stato di Roma, Stato civile italiano, Roma, 1927
Menotti Vittorio Amedeo Bianchi, in arte Frate Menotti, nacque a Bari il 24 settembre 1863 da Tommaso e Angela de’ Liguori.
Si ritiene che fu il padre a insegnargli l’arte del disegno, che egli praticò realizzando caricature e disegni satirici che traevano ispirazione dagli eventi, i personaggi, le voci e i pettegolezzi della sua città. Pubblicò le prime illustrazioni sul settimanale umoristico barese Fra Melitone, dove – a partire dal 1888 – adottò lo pseudonimo di “Frate Menotti”, dal sapore fortemente anticlericale. A seguire collaborò con Il Figaro (1900-1902) e dal 1902 entrò a far parte della redazione del Don Ferrante fino al 1907. Di particolare rilievo fu anche la sua collaborazione con il quotidiano barese L’Oggi.
Nel frattempo, già a partire dal 1885 aveva trovato impiego presso la Banca Bitontina, dove lavorò sino al 1892, quando fu assunto dalla Camera di commercio di Bari.
Continuò parallelamente la sua attività di disegnatore, soprattutto nei momenti di pausa, trascorsi spesso nei caffè centrali di Bari, luoghi prediletti in cui amava sedersi per ritrarre i suoi concittadini in caricature pungenti e rappresentazioni mordaci, che non di rado si rivelavano aspre critiche alla società del suo tempo.
Tra le altre brevi collaborazioni, si annoverano quelle con il Piccolo giornale d’Italia e la Gazzetta di Puglia, da cui fu presto estromesso, non riuscendo a celare il disprezzo verso il conformismo fascista che iniziava a diffondersi anche tra la borghesia barese.
Negli ultimi anni della sua vita, diradò le pubblicazioni, tuttavia poco prima della sua morte, espresse il desiderio che le sue illustrazioni non andassero perdute e che la sua sua memoria fosse preservata proprio attraverso quei disegni.
La sua richiesta venne accolta da un gruppo di amici, di cui facevano parte l’editore Giovanni Laterza, l’archeologo Michele Gervasio, il vicedirettore dell’allora Biblioteca Consorziale, Francesco Colavecchio, nonché l’amico e poeta Armando Perotti. Questi, dopo aver acquisito gran parte dei suoi lavori, crearono il fondo Menotti Bianchi, una collezione comprendente oltre 800 tra tavole e disegni acquerellati, e ne fecero dono alla Biblioteca Nazionale “Sagarriga Visconti Volpe” di Bari, dove è tutt’oggi è conservato, assieme a circa 350 libri a lui appartenuti.
Frate Menotti morì a Bari l’11 settembre 1924
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Bari, Stato civile italiano, Bari, 1863
Archivio di Stato di Bari, Stato civile italiano, Bari, 1863
Emma Buzzacchi, meglio nota come Mimì, nacque a Medole (MN) il 28 agosto 1903, da Lorenzo e Pia Folegatti, appartenenti alla borghesia agraria mantovana.
Sin dalla giovane età, grazie alle colte influenze della sua famiglia e agli insegnamenti di Edgardo Rossaro, suo primo maestro di disegno, sviluppò una precoce passione per le arti, in particolare per la pittura e l’incisione.
Durante l’adolescenza, si trasferì a Ferrara assieme alla famiglia, dove venne profondamente influenzata dall’ambiente artistico locale e si avvicinò ai principi del movimento Novecento. Questo percorso la portò, poco più che ventenne, a realizzare le sue prime mostre personali, fino a essere invitata, nel 1928, a esporre alla Biennale di Venezia, manifestazione a cui partecipò ininterrottamente fino al 1950.
Nel 1929 si unì in matrimonio con Nello Quilici, giornalista e direttore del Corriere Padano, con cui collaborò attivamente divenendo la coordinatrice della Terza pagina. Dalla loro unione nacquero due figli, Folco, poi divenuto regista, e Vieri, noto architetto. Tuttavia, il matrimonio fu tragicamente interrotto dalla morte di Nello durante l’incidente aereo del 28 giugno 1940 a Tobruk, in cui perse la vita anche Italo Balbo, che era alla guida del velivolo, e per il quale Quilici stava svolgendo le funzioni di ufficio stampa in Libia.
Rimasta vedova, Mimì si trasferì Roma.
Lì, la sua vita artistica ricevette un nuovo impulso: prese a dedicarsi ancora più intensamente alla raffigurazione paesaggistica, costiera in special modo, evolvendo in una pittura più espressiva e tormentata, grazie all’uso sapiente e dialogico di luci e colore, che creavano risultati di grande suggestione. Il suo referente in pittura rimase Cézanne, ma riletto attraverso Morandi.
Solo a partire dal 1958 le sue esecuzioni pittoriche presero a placarsi, in concomitanza con il ritorno e i frequenti viaggi alle Valli di Comacchio, dove iniziò cicli pittorici e opere poi confluite in mostre ed esposizioni tra Roma e il nord Italia.
Per tutto il trentennio successivo lavorò senza sosta, ottenendo premi e riconoscimenti internazionali.
Morì a Roma il 16 giugno 1990.
Tra i lavori più noti, si ricordano: il ritratto del nonno Giovanni Buzzacchi “Il nonno garibaldino” (1961), l’affresco “La glorificazione delle sante Felicita e Perpetua” (1940) presso il villaggio Corradini in Libia, le mostre “Le Valli di Comacchio (Ferrara, 1960), “Quadri del Tevere” (Roma, 1976), “Mediterraneo, luce e spazio” (Roma, 1979) a cui si aggiungono la curatela di numerose copertine di libri e riviste e le pregevoli opere incisorie, e in particolare xilografiche, cui lavorò con costanza fin dagli esordi.
Molte delle sue opere sono oggi conservate nella collezione permanente presso la “Civica Raccolta d’Arte Moderna e Contemporanea” di Medole, ospitata nella sede di Palazzo Ceni.
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Mantova, Stato civile italiano (registri del Tribunale di Mantova) dal 1901, Medole, 1903
Da notare a margine dell’atto la nota di cancelleria che segna l’avvenuto matrimonio con Nello Quilici, il 2 febbraio 1929 a Ferrara.