Trisavolo Vincenzo Palleschi, nato a Paliano nel 1839, figlio di Angelo Maria di Fontana
Tra i tanti doni che ho ricevuto da mio Padre, uno che sento come particolarmente prezioso è la passione che mi ha trasferito per le storie di chi ci ha preceduto. Storie con la lettera minuscola, che probabilmente non hanno cambiato il mondo, ma che comunque hanno lasciato un segno in noi, come noi lo lasceremo sui nostri figli e nipoti, forse anche più in là, se qualcuno di loro erediterà la nostra di passione.
Ho cominciato con mio padre a studiare le storie di famiglia più di quaranta anni fa, quando Internet non c’era ancora e il database più importante era l’elenco telefonico. I primi rami del nostro albero genealogico sono cresciuti così, parlando al telefono con sconosciuti con il nostro stesso cognome. La privacy non si sapeva neanche cosa fosse, all’epoca, ma soprattutto c’era sempre questo piacere del ricordo che abbatteva la diffidenza, e apriva il cuore a racconti e confidenze.
Oltre il telefono, c’era la ricerca ‘sul campo’, che allora voleva dire fare un bel po’ di chilometri tra biblioteche e parrocchie. Ricordo ancora l’emozione quando trovammo l’atto di morte del mio quadrisavolo Angelo Maria “e Terra nuncupata Fontana Regni Neapolis”, nell’archivio parrocchiale di Paliano. Una grandissima emozione. Anche quando il Parroco si scordò di noi, e ci chiuse dentro la Chiesa. Non c’erano i cellulari, riuscimmo per miracolo (eravamo nel posto giusto) a trovare un telefono, per farci liberare.
Poi è arrivato Internet, e tutto è cambiato. Papà se n’è andato troppo presto, e così il genealogista di famiglia sono diventato io; la posta elettronica e Facebook hanno preso il posto del telefono, e i primi dati – spesso trascrizioni, molto parziali, dei registri degli Archivi di Stato hanno cominciato a essere messi a disposizione.
Atto di Nascita di Vincenzo Bartolozzi Giovanni Palleschi
Sto seguendo il progetto del Portale Antenati ormai da diversi anni, ma fino a poco tempo fa, almeno per gli archivi relativi alla mia storia famigliare, non c’era alternativa ai microfilm di Family Search. Poi sono arrivati i registri di Roma, dai quali ho scoperto che mio Nonno Vincenzo aveva un secondo nome che era… un cognome. Rimarrà probabilmente sempre un mistero perché sia stato chiamato così. E poi le piccole cose che danno soddisfazione: due rami della Famiglia, che si sono sviluppati a Milano e a Napoli. In entrambi i luoghi si ricordava vagamente un antenato ferroviere: l’ho trovato nei registri di Taranto, Domenico Antonio, ferroviere, anche lui nato a Fontana, nel 1845.
Oggi, grazie anche al Portale Antenati, il mio albero genealogico ha più di 50.000 individui (in massima parte morti), i vari rami della Famiglia sono stati quasi tutti ricondotti ai lontani comuni antenati di Fontana Liri, con una linea diretta che percorre 15 generazioni.
Ma ad ogni progresso, piccolo o grande che sia, non posso non pensare: “Chissà Papà come sarebbe stato contento”.
E poi mi commuovo. Ma anche questo l’ho preso da Papà.
Secondo Stuani
I cassetti dei nonni, si sa, sono sempre pieni di fotografie e ricordi gelosamente custoditi. Vengono aperti in rare occasioni e il loro contenuto fugacemente condiviso per non intaccarne la sacralità.
I nostri nonni, quelli di inizio secolo, non sono riusciti a stare al passo con i nostri tempi, dove anche la foto di quello che si mangia ogni giorno viene esposto e commentato al mondo intero.
Le loro fotografie sono numericamente molto inferiori, ed anche per questo motivo hanno ognuna una storia. Un forte legame con la storia della famiglia.
Se siamo stati fortunati, e curiosi, ci siamo fatti raccontare i ricordi che quelle immagini sbiadite facevano loro venire in mente. Si è venuti così a conoscenza degli aneddoti che riguardavano l’occasione nella quale venne scattata la foto.
A volte quei cassetti si aprono in occasioni tristi, ad esempio dopo un decesso, e allora ecco che ci si accorge di quante informazioni abbiamo perso, di volti e momenti che non avranno più un nome o una storia, perché non siamo stati abbastanza curiosi o attenti ai racconti dei nostri vecchi.
È una storia simile, quella che voglio raccontarvi: la storia di una mia fotografia trovata in un cassetto della nonna.
Vi è ritratto il busto di un uomo, dai capelli e baffi bianchi, con il viso scavato dalle rughe del tempo, a testa alta e lo sguardo fiero … e con una medaglia appuntata al petto.
Chi era questo signore? Che medaglia portava? Che storia aveva da raccontare?
I nonni non ci sono più per dircelo. Mio padre riconosce solo che quello è un suo bisnonno, il padre di sua nonna paterna, niente altro.
Cosa potevo quindi fare per soddisfare la mia curiosità? Come poteva quella fotografia aiutarmi a scoprire un pezzo di storia di un mio antenato?
Non sapevo niente di medaglie, di genealogia, di Archivi di Stato, di atti dello stato civile e militare … era tutto un mondo nuovo per me, ma sarebbe diventato un impegno quotidiano che, nel tempo libero, come un hobby appassionante, mi avrebbe portato a scoprire da dove venivo.
Presi quella foto e la prima cosa che pensai fu di digitalizzarla e rendere l’immagine più nitida possibile con l’aiuto di programmi di elaborazione fotografica.
Questo lavoro rese i contorni della medaglia più delineati, rendendone possibile l’identificazione. Scoprii che esistono collezionisti di medaglie, gruppi di appassionati sui social e con loro condivisi quella fotografia, ottenendo immediato riscontro sulla sua natura.
Si tratterebbe di una medaglia al valore civile, una onorificenza che viene assegnata a chi nella vita civile si rende protagonista di atti di eroismo. La cosa si faceva interessante e la curiosità aumentava ancora di più.
La medaglia era di questo mio avo? Cosa aveva fatto per meritarsela?
Bisognava scoprire chi era, da dove veniva, cosa faceva.
Iniziare una ricerca genealogica fu la naturale conseguenza di questa mia voglia di sapere.
I primi passi furono difficili, bisognava imparare come procedere, come raccogliere i dati e come analizzarli ed elaborarli.
Bisognava anche superare lo scoglio dei familiari e parenti che ti dicevano di non perdere tempo a scavare i morti che tanto non possono dirti niente, di trovarmi un hobby più interessante ed utile.
Sono un testardo, e se si cerca di mettermi i bastoni tra le ruote non si fa altro che spronarmi ad andare avanti ancora più deciso.
Così, tra studi online e negli archivi, nell’attesa di ricevere atti dai comuni, ed anche attraverso alcuni errori che mi hanno portato verso altri rami genealogici, sono riuscito infine a tracciare il passato della mia famigliaed avere una chiara visione del mio albero.
Ho saputo chi era questo mio antenato:il trisavolo Stuani Secondo, contadino, nato a Bozzolo provincia di Mantova, in data 1° ottobre 1865. Restava da scoprire la sua storia, e quella della medaglia.
Venni a conoscenza del fatto che ogni atto di concessione di onorificenza veniva pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e che, conoscendo il nome del decorato, si poteva fare una veloce ricerca avanzata online, perché tutte le copie della Gazzetta Ufficiale sono digitalizzate e pubblicate in rete.
Cosi feci, sperando che le due cose combaciassero.
Fu cosi, e quindi nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia dell’anno 1888, edizione numero 60 del 12 marzo, trovai il decreto di conferimento della medaglia d’argento al valore civile (tra gli altri) a Stuani Secondo contadino in Marcaria (MN) fregiato da sua Maestà nell’udienza del 4 marzo 1888 in premio di coraggiose e filantropiche azioni compiute con evidente pericolo della vita.
Bene, era proprio lui il decorato, la medaglia che in quella foto porta al petto è proprio la sua. Sono riuscito a costruire un aneddoto della storia di famiglia grazie anche alla possibilità che ci dà la tecnologia moderna.
Restava comunque un lato oscuro , cioè sapere quale fu quella azione coraggiosa che portò al conferimento della medaglia. Forse i nonni ne erano a conoscenza, forse no, e magari sarebbe piaciuto anche a loro conoscere questa storia.
Come ho detto prima, io sono un testardo, e quindi non mi andava di lasciare questa cosa in sospeso.
Doveva pure esserci traccia di questo fatto da qualche parte. Provai a scrivere al Comune di Marcaria, all’Archivio di Stato di Mantova, a cercare online qualsiasi riferimento, senza ricevere però risposte da nessuno.
Un giorno, per caso, ho saputo dell’esistenza di un archivio che raccoglieva tutte le copie antiche dei quotidiani locali della provincia mantovana e ho scoperto, inoltre, con mio ulteriore enorme stupore, che queste copie erano tutte digitalizzate e pubblicate online. Era l’ultima speranza di scoprire cosa fosse successo, e ho cominciato così un lungo e paziente lavoro di lettura, foglio per foglio, giorno per giorno, articolo per articolo, giornale per giornale, fino a quando la mia caparbietà e pazienza sono state premiate.
Ho trovato così, infine, nella «Gazzetta di Mantova» del 16 marzo 1888 quel trafiletto tanto sperato che mi ha permesso di chiudere il cerchio su questa vicenda: “Il contadino Secondo Stuani il giorno 26 giugno del 1887, in Marcaria, con gravissimo rischio della propria vita, riusciva a trarre a salvamento una donna e due bambini travolti dalle acque del fiume Oglio.”
Una grande gioia, ed immensa soddisfazione, essere riuscito dopo mesi e mesi di studi e ricerche nel mio intento!
Ora spero che quei due bambini tratti in salvo siano cresciuti e che abbiano raccontato questa avventura ai loro figli e nipoti, che sia stata tramandata ai loro discendenti, e che capiti magari proprio a loro di leggere queste righe riconoscendo la loro storia in questo racconto.
Dedico quindi specialmente a loro questa bella storia, ed a tutti voi lettori spero di aver trasmesso la voglia di continuare sempre a cercare fino in fondo, senza arrendersi mai, qualsiasi strada per far luce su eventi di storie familiari.
Buona ricerca!!!
Antonio Fioravante Frega, Francesco Saverio Guido e Francesco Pugliese
All’inizio del secolo scorso, Angelo Frega, mio nonno, appena arrivato a Rio de Janeiro da San Basile, in provincia di Cosenza, nel sud Italia, aprì una fabbrica di scarpe.
I primi tempi non furono facili per lui e la sua famiglia, perché poco tempo dopo l’emigrazione e l’arrivo in Brasile scoppiò la Prima Guerra Mondiale. Angelo fu costretto a tornare a San Basile con tutta la famiglia, rispondendo alla chiamata del Governo Italiano, che, quando il paese entrò in guerra, chiese ai suoi cittadini emigrati di rientrare.
Questa chiamata all’epoca era conosciuta come “Italia chiama Italia” e molti italiani rientrarono da tutto il mondo, sotto la minaccia della perdita di cittadinanza, secondo quanto il Governo italiano aveva proclamato entrando in guerra. Soprattutto quelli, come Angelo, a cui un giorno sarebbe piaciuto godersi la pensione al dolce sole della Calabria.
Angelo Frega riprese i suoi piani dopo la guerra, quando tornò a Rio de Janeiro, secondo quanto aveva stabilito: “meglio lasciare la famiglia a San Basile, vicino a parenti e amici. Andrò più veloce da solo, secondo i miei piani, a Rio de Janeiro e la famiglia potrà venire più tardi, quando tutto sarà stato organizzato!”
“Costruiremo i nuovi impianti e produrremo scarpe con macchine moderne, in un capannone vicino alla nostra vecchia casa a Rio.”
“Perché non in Via Maresciallo Bitencourt, 11? C’è un ottimo capannone che possiamo trasformare velocemente nella fabbrica di cui abbiamo bisogno! Inoltre Francesco Pugliese, giovane nipote, è la persona giusta, che chiunque vorrebbe avere a fianco per riuscire a fare quello che vuole.”
Ma tutto questo non era abbastanza! Servivano anche dei compagni di San Basile che sapessero fare scarpe di qualità e anche insegnare ad alcuni bravi ragazzi di Rio, che erano stati selezionati per lavorare in fabbrica.
“Quando i nostri amici arriveranno, ai funzionari dell’immigrazione che chiedono dove abiteranno a Rio, dovranno solo dire: “Maresciallo Bitencourt, 11”. In fin dei conti sembra un indirizzo importante!”
La famiglia Bellizzi
Durante i primi anni la fabbrica fu avviata e la famiglia potè tornare in Brasile, lasciando San Basile dopo aver atteso per lunghi anni questa buona notizia.
Antonio, mio padre, era allora un bambino di 7 anni, nato poco prima che la famiglia tornasse da Rio a San Basile, nel 1914. Era il piccolo Antonio o “o Chicandó”, come lo chiamava mia nonna Teresa. Quando arrivò in Brasile parlava solo l’Albanese che aveva imparato nella piccola San Basile, fondata da immigrati albanesi nel XV secolo.
Da un’infanzia trascorsa felicemente a San Basile, nonostante l’assenza di mio nonno Angelo, Antonio portò con sé per tutta la vita un po’ di accento e la nostalgia del Monte Pollino e delle montagne calabresi.
La casa di Rio de Janeiro doveva essere abbastanza grande da ospitare tutta la famiglia, ma anche da accogliere i compagni provenienti da San Basile per lavorare e aiutare nella fabbrica di scarpe.
“Costruiamo un annesso sul retro della casa, per ospitare i nostri amici calabresi finché non potranno reggersi sulle proprie gambe e trovare un posto dove stare a Rio de Janeiro.”
Fu lì, nei sobborghi di Rio de Janeiro, che nacque la rinomata “Ambasciata della Calabria”, in cui vissero diversi immigrati di San Basile durante i loro primi giorni in Brasile.
“Se la casa è piena, Francesco può aiutare con la sua, dal momento che sua moglie Maria è rimasta al sicuro in Calabria durante questo primo periodo di Francesco in Brasile. In fin dei conti, il lavoro in fabbrica è duro, ma la vita a Rio de Janeiro è buona e gioiosa…”
Angelo Frega non si sentiva bene quella mattina del 4 luglio 1929, ma doveva andare in centro a Rio per risolvere alcune questioni della fabbrica di scarpe. Ci stava mettendo troppo tempo a tornare a casa e, purtroppo, un amico portò la triste notizia che Angelo era morto di una malattia improvvisa, mentre camminava in una strada nel centro di Rio.
Antonio, mio padre, aveva allora 15 anni e rimase scioccato: per tutta la vita si è portato dietro la paura di una morte in pubblico, come era successo a suo padre Angelo.
“Bene e ora? Come risolvere il problema di mantenere la famiglia dopo la morte di Angelo, con il figlio maggiore di appena 18 anni e tutti ancora studenti?”
“Facciamo così”, propose Francesco,“ Angelo era il mio socio e negli ultimi anni abbiamo condiviso la gestione della fabbrica che lui ha creato. Ora che non c’è più, la dirigerò da solo e ogni mese darò la sua quota alla sua famiglia, fino a quando i ragazzi saranno cresciuti e avranno deciso cosa vogliono fare o essere nella vita, e le sue figlie saranno sistemate.”
“Tu, Teresa, puoi aiutare a mantenere viva l’Ambasciata Calabrese, per aiutare i compagni di San Basile, anche se vengono a Rio per fare altri lavori. Dopotutto, la situazione nella nostra Italia non è facile e alcuni dicono che nei prossimi tempi potrebbe anche peggiorare.”
Carta di immigrazione del Consolato brasiliano a Napoli di Francesco Pugliese
È andata così. Dopo la morte di Angelo Francesco è diventato il protettore della famiglia Frega. Permettendo ai ragazzi di finire la scuola e di diventare dei professionisti (tra cui un avvocato) e alle ragazze di sposarsi con bravi ragazzi.
Giovanni Frega (João Fraga), il mio zio più vecchio, in seguito per tutta la vita è stato “Ambasciatore della Calabria”, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando diversi amici della seconda generazione di immigrati di San Basile hanno dovuto lasciare l’Italia alla ricerca di tempi e opportunità migliori. Alcuni per lavorare nella fabbrica di scarpe, altri per avviare un’attività, o semplicemente per lavorare in Brasile.
Negli anni ’60, dopo diversi anni alla guida della fabbrica, i concorrenti diventarono troppo grandi per andare avanti. Francesco decise di chiudere, chiese a sua moglie Maria, che lo aveva aspettato per molti anni, di raggiungerlo in Brasile, e decise di andare in pensione. Qualche tempo dopo l’arrivo di Maria, decisero di tornare a San Basile.
Sapevamo che quella era l’ultima volta che vedevamo Francesco e l’addio nel porto di Rio de Janeiro, mentre lo guardavamo camminare sul ponte di imbarco della nave, fu triste e pieno di lacrime, come sempre accade nelle famiglie italiane.
Alcuni anni più tardi, senza più mio padre e i miei zii, morti nel frattempo, ho potuto visitare San Basile e vedere la foto di Francesco Pugliese sulla sua tomba, guidato da uno dei compagni di San Basile che era stato ospitato nella vecchia “Ambasciata di Calabria” a Rio de Janeiro.
Vincenzo Lamanna (Canosa di Puglia, 1878 – Canosa di Puglia, 1919)
Questa storia inizia in un pomeriggio del febbraio 2014, quando – scorrendo la homepage di facebook – sono venuto a conoscenza del Portale Antenati, e si svolge interamente in Puglia, a Canosa.
Fino ad allora la conoscenza dei miei antenati terminava con i parenti più prossimi e mi sono sempre chiesto quali fossero i rapporti di parentela con gli zii e i cugini di secondo grado, senza trovare mai risposte certe, anche perché erano venute a mancare le memorie storiche della famiglia, i nonni.
Date, nomi e racconti, di cui ero venuto a conoscenza da bambino durante le chiacchierate con i miei nonni, erano rimasti chiusi nei cassetti della memoria.
Mi sono messo così alla ricerca dei miei avi sul Portale Antenati e ho trovato gli atti di nascita dei miei nonni.
Una volta trovati questi preziosi documenti ho dovuto affinare la ricerca, tornando indietro nel tempo, ma è stato anche necessario imparare a leggere quei documenti, che risalgono a centinaia di anni fa, immedesimarsi in quel che poteva essere la vita a quel tempo e capire che l’importanza che diamo oggi a certi eventi non è la stessa che si dava a quei tempi.
Così le prime settimane, dopo il lavoro, ho trascorso ore e ore sul Portale, cercando di trovare tutti i miei avi, alternando emozioni positive, quando trovavo qualcosa di interessante per la mia ricerca, e negative, quando gli atti sul monitor del computer non restituivano i risultati sperati, e quindi mi sarei dovuto nuovamente mettere alla ricerca.
Da allora sono passati ormai quattro anni e il mio albero genealogico è un rigoglioso albero di oltre 300 anni con circa 1000 persone tra parenti, affini e attinenti, suddivisi in 12 generazioni.
Continuando la mia ricerca, ho completato l’analisi dei dati presenti sul Portale Antenati e mi sono rivolto a vari Archivi di Stato, ora per richiedere i catasti onciari, ora per richiedere i dati dei distretti militari, ora per richiedere atti di processi penali.
E così, in questa interminabile ricerca, vengono fuori conferme ad alcuni racconti familiari e sorprese che mai nessuno aveva raccontato!
La prima scoperta è che mia nonna paterna aveva una sorella di cui non avevo mai sentito parlare. Ne scopro l’esistenza scorrendo gli indici decennali dei nati a Canosa di Puglia e leggendo il nome Lamanna Nunzia di Vincenzo. Sarebbe facile trovare conferma se l’atto fosse disponibile, purtroppo però non ho modo di cercare l’atto.
Il primo indizio è che questa bambina portava il nome uguale a quello della nonna materna. Il secondo indizio è che nelle mie ricerche non ho mai trovato un omonimo di Vincenzo.
Allora ho provato a chiedere informazioni alla cognata di mia nonna, ma sostiene che a lei non sia mai stato detto dell’esistenza di questa bambina.
Tuttavia, la conferma che quella bambina sia effettivamente la sorella di mia nonna, mi è arrivata da alcune cartoline spedite dal padre Vincenzo quando si trovava al fronte, nelle quali manda i saluti alla moglie e alle figlie Savina e Nunzia. È lei!
Purtroppo Nunzia morirà a 5 anni nel 1919. Tuttora mi chiedo come mai mia nonna non abbia mai raccontato la storia di questa sua sorella minore, ma credo non troverò mai risposta a questa domanda..
L’altra ‘storia nella storia’ genealogica che ho scoperto era un racconto di mio nonno materno, il quale sosteneva di non aver partecipato alla prima guerra mondiale perché alla visita di leva, sostenuta all’età di 16 anni e mezzo, era risultato troppo basso e per questo schernito dall’ufficiale medico che lo fece salire su un banco gridando a tutti i presenti: “Guardate che soldati caccia l’Italia!”.
Quando mio nonno raccontava questo episodio appariva, ai miei occhi di bambino, un “omone” di oltre un metro e settanta.
Ho cercato nel distretto militare la sua visita di leva e lì risulta che il giorno della visita di leva era alto 1 metro e 42 e per questo venne riformato per difetto di statura.
Dopo 6 mesi però divenne l’ ”omone” che ricordo, si sposò ed ebbe 8 figlie e 19 nipoti, morendo alla veneranda età di 98 anni.
È stata una fortuna che lui sia cresciuto con calma: prima di tutto per lui e poi per noi discendenti, perché a quest’ora, se fosse partito per la guerra, avremmo potuto non essere mai nati.
E poi ho scoperto tante altre piccole storie di vita quotidiana che, raccontate dopo secoli, emozionano.
La ricerca, e di conseguenza la storia della mia famiglia, continua…!
Angelo Gabusi Fotografia identificativa di un abbonamento alla linea tramviaria di Brescia, di cui è visibile il timbro (primi mesi del 1918)
Il cognome Gabusi conserva nelle sue radici un legame stretto con la terra. Il nome latino della verza invernale, capuceus, si abbrevia in capus, si trasforma in campus, varia in gambus, si abbrevia in gabus.
Gabusia indicava all’inizio dell’età moderna, il luogo in cui sorge una cascina a nord di Pontevico (Brescia). È chiaro il riferimento al campo coltivato, all’ortaglia, tanto che ancora oggi, in dialetto bresciano il Gabüs è il cavolo cappuccio.
Quale il significato della trasformazione di un ortaggio in un cognome? Potrebbe essere un’allusione, a nostro giudizio, alle condizioni modeste e alle umili origini di una famiglia. Chiunque abbia praticato ortocoltura o abbia osservato uno dei tanti orti domestici del nostro territorio sa che la verza invernale è l’ultima verdura a restare a dimora. Raccolta quella, nessun ortaggio resta più da consumare fino alla primavera. Si può anche intuire che all’origine Gabüs, Gabusi o Gabusio fosse un soprannome di contrada e magari un’allusione ironica a un carattere caparbio e testardo, viste le caratteristiche dell’ortaggio, resistente alle intemperie invernali.
Una traccia significativa del cognome compare in una sentenza del fondo Ufficio del Territorio, conservato presso l’Archivio di Stato di Brescia. È l’anno 1577 quando il Capitano di Brescia, magistrato della Serenissima decide, in sentenza, il contenzioso fiscale fra Giovita Gabusio e il Comune di Flero:
23 Gennario 1577
Professava il Comun di Flero, che Giovita Gabusio de Prato di Valle Trompia fosse tenuto al pagamento del Colonato, e Testa nel Comun medesimo ove esso abitava, e però fu disputata la causa avanti il Capitano di Brescia, venne deciso, che mostrando esso Giovita, che contribuisca dette Gravezze nella valle suddetta, non abbia ad esser tenuto pagar cosa alcuna al Comun medesimo suddetto (S. Rossetti – T. Sinistri – A. Superfluo, Blasonario bresciano, appunti, Montichiari, Zanetti Editore, 1990, p. 17).
Proviene, Giovita, non dalla Valle Trompia, come erroneamente indicato nel documento, ma dalla Valle Sabbia, dove si trova il Comune di Prato, oggi Belprato di Livemmo.
Il documento è posteriore di alcuni anni alla battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), che decide le sorti della Repubblica di Venezia contro l’Impero ottomano e a cui partecipano mille bresciani. È uno sforzo enorme quello a cui la provincia viene sottoposta, non solo per il numero di uomini necessario, ma anche per le ingenti risorse finanziarie. Dalla Valle delle pertiche partono diversi cittadini alla volta di Lepanto: da Levrange, Lavenone, Nozza, Casto, Bagolino. Osserva un commentatore che la Valle Sabbia offrì all’impresa armi, denaro, ferro, e paghe militari: villaggi e borgate del piano arruolarono a decine e centinaia i loro giovani nel reggimento bresciano.
Lascia una traccia importante questo breve scritto, non solo perché attesta la pervasività dell’amministrazione dei tributi della Serenissima, in un momento peraltro particolare, ma anche perché attesta l’origine di un cognome nella Valle delle pertiche e la sua comparsa a Flero già nel Cinquecento.
Ancora prima della sentenza del 1577, altri Gabusi sono citati negli atti della Parrocchia di S. Andrea di Barbaine. Leggiamo così che, nel 1503, Comino e Turrino Gabusi di Belprato sono i delegati del loro Comune per stilare l’inventario dei beni appartenenti a quattro chiese della zona.
La Valle delle pertiche, al tempo della dominazione veneziana, è terra prospera e autonoma. È ricca di pascoli, boschi e giacimenti di ferro sfruttati sin dai tempi più remoti. Significativo notare la dedica a San Marco della chiesa di Livemmo, chiaro segno di quella dominazione della Serenissima che, secondo molti commentatori, è la fortuna delle famiglie del paese e dei dintorni perché permette lo sviluppo dei più svariati commerci e, di conseguenza, l’apertura di questa piccola valle, racchiusa fra il Mella e il Chiese, al mondo sterminato dominato da Venezia .
È interessante, oggi, osservare come il cognome Gabusi si concentri in luoghi ben definiti della provincia, e in particolare come esso sia costantemente presente con più nuclei familiari in tutta l’area della valle del Chiese, sino alla provincia di Mantova, lungo una chiara direttrice nord-sud.
Seguendo il corso del fiume, troviamo infatti tale cognome nell’area delle Pertiche, a Gavardo, a Ciliverghe e Mazzano, a Montichiari, a Medole nel Mantovano.
Un altro nucleo significativo del cognome si rintraccia infine ancora più a sud, fra Parma e Bologna.
Non ci si deve stupire, perché la traiettoria dalla montagna alla pianura lungo il corso del fiume Chiese affonda le radici nell’antichità. Proprio dalla pianura bresciana e mantovana fra il Mella e il Chiese i mitici pastori della poesia virgiliana, discorrendo delle loro alterne fortune, guardavano la sera scendere dai monti che appaiono all’orizzonte. Nos patriae finis et dulcia linquimus arva. È il destino scritto nelle terre di montagna, quello di muoversi verso la pianura, perché, raggiunta l’agiatezza, si cerca di acquisire terre meno impervie. Perché lo richiede il ciclo delle stagioni e l’allevamento degli armenti. Perché si è attanagliati dalle fatiche e dalla miseria: muoversi per il mondo, lasciare la vita dura della montagna, raggiungere città e paesi dove l’industria ha portato benessere. Sempre da questa valle troviamo che molti Gabusi ad inizio del secolo scorso salirono sui transatlantici che salpavano per il Nord America e per l’Argentina.
E così emigra in Argentina Gabusi Caterina, sbarcata a Buenos Aires nel 1890. Così Gabusi Celeste, 24 anni di Belprato di Livemmo sbarca a Buenos Aires nel 1949. E ancora Gabusi Francesco, muratore di Sabbio Chiese, sbarca a New York nel novembre 1903. Lo accompagna sullo stesso piroscafo un omonimo compaesano, Gabusi Gianmaria, che raggiunge lo stesso giorno la grande città del Nord America. Altri ancora, Gabusi Giuseppe, nato a Brescia, e Gabusi Pietro, nato a Pavia, raggiungono Buenos Aires negli anni Venti del Novecento. La rotta migratoria transoceanica porta uomini e donne con la loro storia, la loro origine, ad incontrare altri luoghi e altri popoli del mondo.
Un cassetto, archivio contadino
Dice Nuto Revelli, nell’introduzione al Mondo dei vinti, che ogni famiglia contadina ha sempre un archivio in cui si conservano le stesse cose. Sono gli atti relativi alle case e alla terra, venduti e comprati, ereditati, spesso contesi, alle tasse pagate, a una pratica mai fatta per una pensione mai ottenuta, per cui, però, si era certi di aver diritto.
Immancabile, continua Revelli, è il segno della guerra. L’immagine di un caduto, il diploma di un reduce delle due guerre del Novecento, sono tracce immancabili rinchiuse nelle case contadine.
Le due guerre sono state, per le generazioni nate fra la fine dell’Ottocento e i primi due decenni del Novecento, di impatto violento con il mondo. Sono state il motore di un primo sradicamento di uomini cresciuti in un universo rurale chiuso verso l’esterno. Ricostruire l’epopea di ognuno di questi uomini – seguire le tracce lasciate nei registri di leva, della mobilitazione del ’15-’18 e del ’40-’45, dell’espatrio quando si prendono le vie della Svizzera della Germania o delle Americhe per lavorare, significa seguire la traiettoria complessa di uomini che per la prima volta si spostano nel nostro paese e nel mondo, con l’incertezza di poter far ritorno ai propri affetti. Sono piccole odissee popolari, ognuna diversa perché soggettiva ma ognuna uguale all’altra, perché collettiva. Masse intere di uomini e donne vivono lo stesso dramma, la stessa epopea. Cambia la psicologia collettiva, cambia il mondo, la società diventa di massa.
Restano per la prima volta, in questi eventi, le tracce tangibili dei ceti popolari, destinati, prima di allora a scomparire nella polvere della storia, senza un nome, senza un segno che di sé lasciasse memoria. Perché quest’ultima – la memoria di sé ai posteri – era un privilegio dei possidenti. L’invenzione della fotografia e la sua diffusione nelle contrade contadine, ad opera di fotografi ambulanti, cambia per sempre il mondo dei ricordi e dei racconti familiari, cambia il modo di fare e leggere la storia dei ceti popolari.
Abbiamo provato a ricostruire la vita di uno di questi uomini travolto dalle guerre del Novecento, attraverso i documenti della burocrazia militare, dell’anagrafe e dei registri parrocchiali.
È un Gabusi di Flero, si chiama Angelo Alessandro ed è nato nell’aprile del 1888. Delle origini antiche di questo nome si è già detto. Racconteremo ora la sua storia, annotata negli archivi che citavamo e ancor di più nel poco e prezioso materiale raccolto e conservato, per tre generazioni, nell’archivio di famiglia: un cassetto dove alla rinfusa si conservano un piccolo corpus fotografico di immagini di piccolo formato, alcuni documenti notarili, un diploma del Ministero della guerra, una cartolina del patronato, e un articolo del «Giornale di Brescia». È scritta tutta qui la vita di Angelo, muratore, zappatore nel settantasettesimo reggimento fanteria, manovale alla Sant’Eustachio e all’Om.
Per la sezione All’origine: le pertiche abbiamo consultato:
E. Caffarelli – C. Marcato, I cognomi d’Italia: dizionario storico ed etimologico, Torino, UTET, 2008.
A. Gnaga, Vocabolario topografico – toponomastico della provincia di Brescia, Ateneo di Brescia, 1936.
P. Guerrini, Miscellanea bresciana di studi, appunti e documenti con la bibliografia giubilare dell’autore, Brescia, Pavoniana, 1954 (Memorie storiche della diocesi di Brescia, 21).
D. Mutti, Le cascine bresciane, il mistero del nome, Brescia, Edizioni di Storia Bresciana, 1991.
C Pasera, Combattenti bresciani alla guerra di Cipro e alla battaglia di Lepanto 1570-1573, Brescia, Commentari dell’Ateneo 1954.
S. Rossetti – T. Sinistri – A. Superfluo, Blasonario bresciano, appunti, Montichiari, Zanetti Editore, 1990.
N. Revelli, Il mondo dei vinti, Torino, Einaudi, 2005.
G. Sanga, Dialetto e Folklore, ricerca a Cigole. Trascrizioni musicali di Giorgio Ferrari, Milano, Silvana, 1979.
R. Seymur Comvay, Dov’era il podere di Virgilio?, in «Atene e Roma», n.s., VII (1926), 3, pp. 170-186.
Per la ricerca del cognome Gabusi fra i migranti oltreoceano, è stato consultato il sito del Centro internazionale studi sull’emigrazione italiana http://www.ciseionline.it.
Eugenio Luzietti (Orciano di Pesaro, 1842) e Teresa Rossetti (Roma, 1850) insieme ai loro sette figli. In primo piano (a partire da destra) Virginia e Bianca, le sorelle della corrispondenza
È tutto cominciato con una piccola scatola di legno o meglio, la scatola di legno ha svegliato in me un desiderio sopito che ho sempre avuto: quello di conoscere la storia della mia famiglia.
La scatola in questione conteneva delle lettere, una corrispondenza di inizio secolo scorso tra la mia bisnonna materna Virginia e i suoi fratelli Bianca e Agostino, emigrati in America. Leggerle è stato molto commovente: la tenerezza, l’affetto, la nostalgia dell’Italia da parte di chi si trovava oltreoceano e le sofferenze patite a causa della guerra da chi si trovava qui in Italia.
Ho cominciato a chiedere notizie a mia mamma e alle mie zie, ho scritto una lettera all’indirizzo americano indicato nella corrispondenza e mi sono iscritta ad un sito dedicato alla ricostruzione di alberi genealogici, nel quale ho inserito i pochi dati che avevo a disposizione.
La lettera di Bianca alla sorella Virgina (25 aprile 1945)
Purtroppo la lettera mi è tornata indietro poiché il mittente è risultato sconosciuto; e così sono passati alcuni anni. Un giorno da un utente dello stesso sito ho ricevuto un graditissimo messaggio: era un nipote di Bianca che mi scriveva dalla California e mi diceva che forse eravamo imparentati! Da lì è cominciato uno scambio di messaggi e foto e siamo arrivati alla conclusione che siamo realmente parenti. Grazie a lui abbiamo rintracciato anche un’altra nipote di Bianca e un nipote di Agostino ed insieme abbiamo ricostruito la parte del nostro albero genealogico che abbiamo in comune.
Ci siamo anche incontrati e sentiamo profondamente di appartenere alla stessa famiglia, magari un po’ dispersa per il mondo.
La febbre di ricerca ha continuato a divampare in me, e questa volta ho trovato un prezioso aiuto nel Portale Antenati, grazie al quale sono riuscita a ricostruire molti tasselli mancanti per la parte materna. Laddove non arrivavano i documenti del Portale, ho contattato comuni e parrocchie ma, nonostante la gentilezza di impiegati comunali e parroci, la mia ricerca delle origini si è fermata al trisavolo materno, Eugenio.
Invece, per quanto riguarda sua moglie Teresa, la mia trisavola, devo continuare la ricerca presso gli Archivi vaticani (e chissà che non riesca a dimostrare l’appartenenza alle famose “sette generazioni romane”).
Angelo Tiezzi (Sinalunga, 1869) Vetturino
Ho cominciato la ricerca anche da parte paterna: ho appreso della profonda storia d’amore tra la mia bisnonna Fermina e Nicola, ho anche saputo che hanno avuto diversi figli ai quali non hanno potuto dare il loro cognome poiché vivevano more uxorio e, a quei tempi, era impensabile una convivenza fuori dal matrimonio.
Ho appreso le professioni svolte dai miei antenati: vetturino, caffettiere, vignaiolo, calzolaio. Ho cercato anche gli indirizzi dove questi abitavano e, ove possibile, sono andata a vedere gli edifici, immaginandoli abitare lì al loro tempo. Ho scoperto che le mie origini partono da Roma e si dividono tra la Toscana, le Marche e il Lazio da parte materna e, la Puglia e la Basilicata da parte paterna. Sto orientando la mia ricerca in due direzioni: la prima risalire il più possibile indietro nel tempo e la seconda, contattare i discendenti, conoscerli e scambiare con loro informazioni… ho ancora molto lavoro da fare!
Atto di nascita di Anna Villani. Archivio di Stato di Bari, Stato civile di Trani, Nati, 1890 (atto 1132)
Tutto è cominciato quasi per gioco…
Non ho mai conosciuto i miei nonni. Mio padre non parlava mai di loro, e le sole informazioni che avevo,
anche degli altri nonni, erano quelle poche raccontate da mia madre.
Una cosa sapevo con certezza: mia nonna aveva i capelli rossi e gli occhi verdi..
Una donna nata nel 1880 che viveva in un piccolissimo paesino della Basilicata con i capelli rossi?
L’unica donna per quanto ne sappia, considerata come una strega.
Questa storia mi ha sempre affascinato sin da quando ero bambino, e l’idea di avere una nonna strega mi
ha accompagnato anche da adulto.
Da anni vivo all’estero.
Circa due anni fa ho deciso di fare il test del DNA con Ancestry.
Ho inviato un campione della mia saliva ed ecco… dopo 6 settimane ho ricevuto i risultati.
Sono nato in Puglia ed ero convinto che tutti nella mia famiglia fossero pugliesi o lucani (visto che mio
padre era nato in Basilicata).
Bene, dal DNA risulta che sono una piccola “macedonia” di paesi e etnie diverse: sardo, italiano
meridionale, greco, spagnolo, turco, ebreo polacco, francese, tedesco, britannico e nord africano. Beh un
po’ di tutto ma è normale, se si pensa alla storia dell’Italia e alle varie invasioni e colonizzazioni.
Con Ancestry, il mio DNA è stato confrontato con tutti coloro che, nel mondo, hanno fatto il test. Ecco
che ho cominciato a corrispondere soprattutto con americani di origine italiana che cercavano le loro
origini ma anche con persone in America Latina e Australia. Un mio match di Miami mi ha parlato di
questo sito e così ho cominciato a fare le mie ricerche: dapprima ho utilizzato Familysearch, scoprendo
così dove e quando mia nonna era nata…
Da lì, sono andato sul portale degli Antenati e ho ricercato il suo certificato di nascita, dove era annotato
anche quando e dove si era sposata.
Fatto il primo passo, ho continuato le mie ricerche. Dal 2016 ad oggi ho creato il mio albero genealogico,
che attualmente conta circa 4000 persone.
Non solo, naturalmente parlo Italiano come prima lingua, ma anche inglese, spagnolo e francese: posso
leggere tutti i documenti manoscritti e disponibili negli archivi ed ho una direi ottima conoscenza dei
nomi e cognomi locali. Dovete considerare che, essendo gli emigranti italiani arrivati a Ellis Island agli
inizi del 1900, quasi tutti analfabeti e moltissimi che parlavano solo i dialetti dei loro paesini, molti
cognomi hanno subito numerose variazioni e molte volte i membri della stessa famiglia venivano
registrati con nomi diversi o addirittura tradotti in inglese! Per esempio, il cognome Jovine su alcuni
documenti è stato scritto con la Y, Yovine… su altri è stato tradotto con Young!
Sul portale degli Antenati, sono riuscito a trovare anche informazioni utili ai miei “cugini distanti,” che
vivono negli Stati Uniti e che, non parlando italiano e non potendo leggere i documenti, non sarebbero
mai riusciti ad avere informazioni sui loro antenati…
Attualmente, il gruppo Facebook dei miei “cugini distanti”, dove ci scambiamo informazioni sui nostri
antenati, conta più di 80 iscritti. Ho perfino incontrato 2 di questi “cugini”. Forse non saprò mai chi è il
nostro parente in comune, perché le famiglie del passato erano molto numerose e spesso si spostavano, si
sposavano in città diverse e su molti certificati di nascita non ci sono annotazioni. Nonostante ciò, la gioia
di aver incontrato questi cugini è indescrivibile!
Sin dal primo istante e dal primo abbraccio è stato come incontrare un amico che conoscevo da 40
anni!Assolutamente incredibile ed emozionante!
E uno di questi cugini, non so, probabilmente di sesto o settimo grado (secondo Ancestry), sembra mio
fratello! Quest’anno ci siamo rincontrati e abbiamo trascorso le vacanze insieme…
Naturalmente, facendo queste ricerche, ho scoperto anche cose che non avrei voluto sapere, e che anche
qualcun altro avrebbe preferito non sapere mai… Ma siamo alla fine del 2018, a chi importa ormai?
Sono anche riuscito a rintracciare un cugino di mio padre ancora in vita che vive in Ohio, a Cleveland ma
non ha mai risposto ai miei messaggi. Speravo che avrebbe potuto darmi qualche informazione ma ogni
tentativo è stato inutile. Probabilmente c’è qualcosa di cui nessuno vuole parlare: storie di famiglia di 80,
90 anni fa mai dimenticate, soprattutto per un emigrante legato all’Italia, che per necessità è andato alla
ricerca di una vita migliore, a volte mai trovata…
Ho gli occhi verdi, da bambino avevo i capelli biondi e pensavo di avere sangue normanno o sassone…
Non ho mai conosciuto mia nonna, non ho mai visto neanche una sua foto. Questo mi rende triste ma per
me sarà sempre la nonna dai capelli rossi.
Da sempre amo la storia. Mi incuriosiscono i fatti, le vicende, il modo in cui le cose, le persone e i luoghi cambiano nell’arco dei secoli. Quando un fatto storico m’incuriosisce, la prima cosa che faccio è informarmi, scavare nel passato e scoprire il più possibile sommergendomi tra libri, vecchi giornali e ovviamente internet per saperne di più.
Ho sempre avuto questa fame di sapere, di conoscere ciò che era nascosto tra le infinite pieghe del tempo. Così qualche tempo fa, mentre studiavo la storia dei grandi personaggi, i fatti di cronaca, il cambiamento dei meravigliosi luoghi del mondo ho capito finalmente ciò che cercavo davvero: conoscere la mia storia. La storia della mia famiglia.
Le persone, oggi, sono sempre più distratte dai molteplici impegni della vita quotidiana e nella maggioranza dei casi non hanno tempo per approfondire le vicende dei propri antenati, e sembra quasi che la conoscenza di chi li ha preceduti non faccia parte della propria cultura. E’ stata proprio la voglia di far luce sul passato che mi ha spinto a trascorrere ore tra archivi pubblici, parrocchie e su questo portale online per sfogliare manoscritti, registri e documenti vecchi di secoli.
Le domande che mi tormentavano erano:
Chi erano i Luzi in passato? Che vita avevano vissuto? Avevano combattuto guerre? Superato grandi avversità? Erano letterati, nobili, soldati o semplicemente braccianti che si guadagnavano il pane lavorando duramente la terra? Che aspetto avevano? Dove vivevano ? Qual è stata la loro storia?
Ho iniziato circa 3 anni fa questa mia ricerca, dapprima tartassando mia nonna di domande per conoscere nomi, luoghi e alcuni dati che mi potessero essere utili per scoprire stralci di vita e curiosità sulla mia stirpe che, altrimenti sarebbero rimasti nascosti per sempre. In fondo, chi altri avrebbe mai risvegliato il passato dei Luzi dal suo torpore, se non un appassionato di storia antica come me?
La nonna è stata fondamentale nella mia ricerca, e per questo non potrò far altro che ringraziarla migliaia di volte. Mi ha raccontato curiosi aneddoti sul mio bisnonno Federico, il decorato di guerra, alto e slanciato dagli occhi azzurri come il ghiaccio, e di sua moglie, la mia bisnonna Aurora, che ha lasciato questo mondo da ultra centenaria. Ed è da questi due curiosi personaggi che sono partito.
Dapprima ho cercato quanti più documenti storici avesse in cantina la nonna, poi ho iniziato a cercare sul Portale degli Antenati del Ministero dei Beni Culturali. Qui, sono state tantissime le curiosità e le informazioni utili su nascite, morti e matrimoni che mi hanno permesso di andare avanti.
Ho scoperto che il mio bisnonno era il più piccolo di dieci fratelli di cui nessuno sapeva niente. Di questi purtroppo, 5 erano morti in tenera età, probabilmente dopo aver contratto malattie. Uno di essi, Augusto Luzi, era morto giovanissimo al fronte in seguito alle ferite riportate sul campo di battaglia e un altro, Gaetano, era partito dopo il matrimonio per l’allora lontana Riccione e non aveva rivisto più i genitori e i fratelli. Era solo l’inizio e già mi stavo confrontando con l’elevata mortalità infantile, con la distruzione della guerra e il dolore di un addio strappalacrime.
Niente però mi ha scoraggiato e ho proseguito nella ricerca. Ricostruire il proprio albero genealogico, infatti, è un po come salire un scala al buio: devi trovare lo scalino andando a tentoni prima di poter appoggiare saldamente il piede.
Luigi Luzi (Urbino, 1859 – Monteccicardo, 1940)
Dopo aver scritto all’anagrafe del comune di e all’Archivio di Stato di Urbino (Pallino di Urbino è la zona d’origine dei miei antenati) ho scoperto con grande sorpresa che il mio trisavolo, padre di quel soldato slanciato dagli occhi azzurri come il ghiaccio, aveva il medesimo nome del mio amato nonno scomparso qualche anno fa, Luigi.
Questo fatto, ha emozionato tutta la mia famiglia, che nei mesi successivi mi ha aiutato tantissimo a continuare questa mia ricerca telefonando a parenti lontani o accompagnandomi, anche solo per curiosità, negli archivi parrocchiali o nelle biblioteche pubbliche di Pesaro e Urbino per ricostruire la nostra stirpe. Questa ricerca genealogica ci ha unito ancora di più come famiglia e alla fine credo che regalerò una copia di questo mio albero genealogico ai miei cari.
Così sono venuto a conoscenza che la mia trisavola Valentina era un’esposta (era stata abbandonata dai suoi genitori in un convento urbinate) ed era passata di balia in balia prima di trovare una famiglia sposando il mio trisavolo Luigi. Aveva perso numerosi figli mentre lavorava come bracciante nei campi. Che vita dura deve aver vissuto, mi sono detto. In quel momento mi sono sentito unito a lei spiritualmente, emozionato, empatico verso ciò che aveva dovuto passare e questo mi ha spinto a non fermarmi.
Oggi sono a conoscenza che un mio avo di quinta generazione aveva il nome di Cristoforo (simile al mio che è Christian) e che suo padre Domenico, era nato negli ultimi anni del Settecento, e ancora, che forse alla lontana, sono anche imparentato con un mio caro amico!
Non mi bastava sapere quando erano nati i miei avi, dove o quando erano morti, volevo conoscere anche altri aneddoti…mi sono così spinto anche a scrivere ai Centri documentali del Ministero della Difesa Italiana per ottenere gli stati di servizio militare e le liste di leva, scoprendo anche alcuni aspetti fisici dei miei avi. Un esempio? La strana bruciatura sulla tempia destra del mio “quadrisnonno” o la ferita riportata da un mio avo a seguito di una zampata di cavallo durante il militare.
Ogni cosa che imparo oggi, apre mille domande a cui voglio dare risposta perché la curiosità mi divora letteralmente. Ora, so che sono tanti gli scalini che ancora devo salire, tanta la pazienza da impiegare e il lavoro da svolgere, ma io non mi fermo, voglio sapere sempre di più e arrivare più indietro possibile. Porquê? Perché se è vero che il passato non fa l’uomo che sei, è vero anche che aiuta ad essere più consapevoli della propria vita e della fortuna che il tempo, con il suo scorrere incessante, ci ha regalato.
Ora, dopo aver ringraziato mille volte il Portale degli Antenati per avermi consentito di ritrovare la mia famiglia del passato, vi lascio, per partire alla volta della Basilicata. L’obiettivo? Trovare ogni informazione possibile sugli antenati materni.
La ricerca si prospetta ardua, ma decisamente emozionante!
Adelaide Pizziolo in Leonelli (Vasto, 1871 – Ortona, 1936)
La ferrovia adriatica o, come si chiamava allora verso la fine dell’800, Strade Ferrate Meridionali, è stata la protagonista per molti anni della mia famiglia. Una protagonista silenziosa ma che ha influito su fidanzamenti, matrimoni, morti di nonni e bisnonni.
Sto vivendo quello che ho scoperto un po’ come una favola. Parlo di favola perchè, non solo ho trovato tutto quello che volevo sapere e sono arrivata fino agli inizi del ‘700, ma ho trovato anche il ramo femminile, così come i vicini di casa che avevano i miei antenati nel 1791!! Inoltre ho trovato diversi cugini che non sapevo di avere: questa ricerca mi ha coinvolta pienamente, diventa un po’ come la storia delle ciliegie, una cosa tira l’altra!
Certamente, ho avuto un po’ d’aiuto fuori dal sito degli antenati, ma se non avessi cominciato da lì…
Con l’aiuto del portale sono riuscita a risalire indietro di 6 generazioni, ho trovato rami collaterali legati, a volte, anche doppiamente. Più di 60 cognomi collegati con noi e i pochi parenti che avevo sono triplicati. Tante regioni coinvolte, rami in Liguria, in Toscana, in Veneto, Abruzzo, Marche persino in Brasile e chissà in quanti altri luoghi …
L’intera storia si può raccontare in due modi…
Luigi Pizziolo (Mestre, 1871 – Mestre, 1953)
Si può iniziare sicuramente con “C’era una volta” nel 1868 circa, un giovanotto di nome Valentino Pizziolo…
In alternativa, possiamo anche cominciare dalla metà del 700, quando a Scandolara, Giovanni e Caterina misero al mondo Francesco (quadrisavolo). Intorno al 1790 Francesco decise di trasferirsi a Carpenedo per fare il sensale e lì si sposò con Caterina detta Moma, una donna di Mogliano. Da lei ebbe almeno 11 figli, tra i quali, nel 1791, Giovanni. Vivevano sulla strada per Mogliano Veneto, vicino al canale Bazzera, anzi proprio il Canale, forse, faceva da confine alla proprietà.
I loro confinanti e vicini di casale erano i Forcellato, anticamente mugnai a Zelarino e poi osti a Carpenedo. Suppongo che, proprio grazie a questa vicinanza, il mio trisnonno, incontrò la moglie.
Giovanni dopo una prima vedovanza, si risposò con Caterina, dalla quale ebbe almeno quattro figli, tra cui Valentino nel 1840. Caterina veniva da un paese sotto al Grappa, Solagna, e si trovava a Carpenedo con gli zii che erano, appunto, i vicini di casale di Giovanni e osti nel paese.
Intorno al 1868, Valentino riuscì ad ottenere un lavoro come montatore di macchine ferroviarie presso le strade ferrate meridionali e fu così mandato sulla linea adriatica verso Foggia.
Laggiù divenne amico di Pasquale Salvarezza, anche lui dipendente delle ferrovie, che gli presentò sua sorella Maddalena e si sposarono.
Le ferrovie, però, lo spostarono subito a Vasto ed è lì che nacquero i primi due figli, un maschio ed una femmina. Dopo qualche tempo, con il progredire della sua posizione, Valentino fu rimandato a Foggia, dove nacquero altri tre figli maschi.
Giuseppe Pizziolo (Foggia, 1877 – Pescara, 1965)
Purtroppo la vita, nel 1886, gli tolse la moglie di solo 44 anni e dopo poco fu mandato a Bologna. Non sapendo come fare, mise i figli in collegio e partì per quella nuova destinazione, ma a Foggia non tornò più, perché appena due mesi dopo la moglie, morì anche lui a 47 anni non ancora compiuti, e fu sotterrato proprio a Bologna.
I cinque figli studiarono in collegio: i maschi, eccetto uno, entrarono in ferrovia e si stabilirono a Castellammare Adriatico. La femmina si sposò con un geometra figlio di un ferroviere ed andò a vivere ad Ortona. I quattro maschi si sposarono tutti con figlie di ferrovieri e restarono a Castellammare, almeno per un po’.
Lo zio Pasquale, nel frattempo aveva sposato una ragazza di San Benedetto del Tronto, figlia di ferroviere. Lei e la sorella Teresa si erano trasferite a Castellammare, dove quest’ultima aveva sposato Achille, un ferroviere originario della zona: questi sono i miei bisnonni da parte femminile.
Alcuni figli di Pasquale, a loro volta sposarono alcuni dei figli di Achille e un ramo di questi adesso si trova in Brasile.
Il primo figlio di Valentino, Giorgio mio nonno, anche lui in ferrovia, conobbe così, attraverso lo zio Pasquale, la sua futura moglie Michelina, figlia proprio di Achille e Teresa. Da lei ebbe nove figli, fra i quali mio padre e, con questo, siamo arrivati ad oggi.
A coleção de filmes traça a vida da família Vodret entre o final dos anos 20 e o final dos anos 40 na Sardenha, particularmente em Cagliari, a sua cidade de residência, e em Ladispoli (RM), uma das principais estâncias de férias dos Vodret.
Francesco Vodret (Cagliari, 1893-1962) filmou todos os seus filmes no formato Pathé Baby 9.5mm, tendo comprado uma câmara Cine Nizo 9.5mm em 1929.
O trabalho aprofundado foi possível graças a entrevistas dadas entre 2017 e 2018 por um dos filhos do cineasta, Antonio Vodret.
É possível reconstituir a história da família Vodret através da edição vídeo da colecção de filmes Francesco Vodret criada com o software Klynt.