La scatola delle fotografie era uno degli oggetti più magici della mia camera. Da bambina, poche volte mi capitava di aprirla, ma era sempre un incanto rivedere quelle foto, alcune color seppia, altre in bianco e nero. Era per me la scatola delle meraviglie. Ogni volta liberavo tutti i racconti che quelle immagini si portavano dietro, e con essi la speranza di poterli far rivivere. Finchè una cosa non si dimentica, non muore mai, e fu proprio il desiderio di tenere in vita queste storie che mi spinse ad avviare le ricerche sulle mie origini materne. Certo era difficile capire da dove iniziare, ma potevo contare intanto sui racconti di famiglia, veri o presunti che fossero. In particolare quello che mi aveva sempre incuriosito più degli altri riguardava la nonna Fanny (Francesca), baronessa Pisani Ciancio, mia trisavola catanese, ma di origini inglesi. Da che parte dell’Inghilterra proveniva?
Come mai dall’Inghilterra alla Sicilia? Che fine aveva fatto il nome inglese dei Medstone, così citato di madre in figlia? Provai dunque molto banalmente a fare alcune ricerche in rete, inserendo semplicemente il suo nome, e qui la fortuna del principiante si rivelò in tutta la sua onnipotenza: non solo trovai citati i baroni Pisani Ciancio, ma il nome di Fanny era contenuto niente meno che nel volume The Plantagenet Roll of the Blood Royal, l’albero genealogico dei Plantageneti. Fu così che in un solo istante mi trovai faccia a faccia con otto secoli di antenati fra i quali potevo annoverare niente meno che il re d’Inghilterra Edoardo III. A questo punto nulla al mondo avrebbe potuto frenare la voglia e la curiosità di scoprire di più. Era ovvio che non mi sarei accontentata di leggere semplicemente il nome della mia trisavola in quelle pagine. Volevo prove certe di tale nobile discendenza. Fu così che, sulla base di quanto scoperto, iniziai a chiedere certificati di nascite, matrimoni e morti sia in Sicilia sia in Inghilterra, dove riuscii a trovare miracolosamente un intero volume sulla famiglia Medhurst, vero cognome della famiglia d’origine, storpiato con gli anni nel citato Medstone (da Medhurst a Medstone effettivamente il passo è breve). Un intero ramo, ma forse più che un ramo, un vero e proprio tronco, della mia famiglia era stato scoperto, mentre le ricerche iniziavano a dare i loro frutti, allargando sempre più l’orizzonte.
Albero genealogico dei Plantageneti
Ma la chiave di volta, il trait d’union con la nobiltà inglese, il vero protagonista di questa storia si rivelò essere William Granville Hastings Medhurst, colui che dall’Inghilterra (precisamente dallo Yorkshire), dopo il tremendo omicidio della madre da parte del padre, e dopo essersi arruolato nel 27th Inniskilling Regiment of Foot della British Army, prendendo parte ad alcune delle prime importanti battaglie delle guerre napoleoniche, intorno al 1813 arrivò in Sicilia dove conobbe Fortunata, una ragazza di Messina. Se ne innamorò e la sposò. Fu un matrimonio felice che portò ben nove figli, fra i quali Frances, moglie del barone Enrico Pisani Ciancio e nonna di Fanny. Il cerchio era chiuso e le risposte alle mie domande, esaurite. Era come aver completato una parte di me stessa. Ma quante altre parti restavano e restano tuttora in sospeso? La scatola delle meraviglie è ancora aperta.
Ritratto della famiglia Tassile a Buenos Aires nel 1948
Da quando ero molto piccola ero curiosa di sapere qualcosa di più sulla mia famiglia. Sono argentina (come i miei genitori), ma le mie radici sono in Spagna e in Italia.
Un giorno iniziai a pormi delle domande. Mi chiesi: come si saranno chiamati i nonni dei miei nonni? E quelli che nacquero prima di loro? Dove nacquero? Quando? E fu così che iniziai la ricerca. I miei nonni erano già morti e i miei genitori e i miei zii sapevano alcune cose, ma non troppe.
Tutto questo è accaduto quando Internet era già diventato uno strumento estremamente prezioso. Quando ho iniziato questa ricerca il primo sito che ho visitato è stato “Friuli in prin”. Il secondo “Antenati”. Il terzo “La storia delle famiglie di Porpetto”. Con pazienza e senza scoraggiarmi sono riuscita a ricostruire la storia di una parte della mia famiglia.
È difficile esprimere a parole la gioia che ho provato quando, improvvisamente, ho trovato dati riguardanti i miei bisnonni. Il mio entusiasmo è cresciuto di giorno in giorno. E, quasi senza accorgermene, ho iniziato una “ricerca genealogica”. È stato un percorso durato molti anni; un percorso che non è ancora arrivato alla fine. Il passo successivo è stato iniziare a costruire l’albero genealogico e vedere come cresceva, come i rami si moltiplicavano. E successivamente, scoprendo ogni giorno qualcosa in più, sono riuscita a mettermi in contatto con parenti che non sapevo nemmeno che esistessero.
C’è molta gente che ritiene queste questioni di nessun valore. Chiaramente non è il mio caso.
Volevo sapere da dove venivo. Grazie a tutte queste persone, che fino a poco tempo fa non avevano un nome, io sono in questo mondo. Mi ha sempre reso molto triste pensare a tutti quelli che hanno reso possibile la mia vita e a quelli che già più nessuno ricorda. Io vorrei ricordarli in qualche modo; vorrei portare questo passato nel mio presente e nel futuro di quelli che verranno.
Mio nonno e suo fratello combatterono nella Prima Guerra Mondiale. Mio nonno fu un eroe di guerra e suo fratello morì durante la guerra. Purtroppo mio nonno è morto molto prima che io nascessi. E non smetto di pensare a quante storie avrebbe potuto raccontarmi.
Ritratto di Erminia Bernardinis e di Alberto Tassile nei passaporti del 1923
Erminia Bernardinis e Alberto Tassile; la nonna nata a Porpetto e il nonno ad Ariis. Arrivarono in Argentina dal loro Friuli nel 1923, lasciandosi alle spalle i loro cari, che purtroppo non avrebbero mai più rivisto. Fu qui, in Argentina, che nacque la loro famiglia. Qua nacquero i loro figli (Rina, Tea, Lino, Victorio Antonio, Rina Norma e Ada María Teresa), i loro nipoti (Marcela, Claudia, Fabio, Gustavo, Luis, Martín e Flavia) e il loro bisnipoti (Melina, Natalia, Dana, Renata, Daniela, Cecilia, Martín, Pablo, Agustina e Gonzalo). Con il passare degli anni molte cose sono andate perdendosi. Sono rimaste quelle più importanti. Da loro abbiamo imparato il valore dell’impegno e del lavoro e l’importanza dell’onestà. Ci hanno lasciato storie che ricordo ancora oggi, alcune mi fanno sorridere e altre piangere. E un pezzettino di quella terra natia continua a vivere nel mio cuore. Possa essere questo il mio ricordo e il mio omaggio a due persone amate.
Ritratto di Rocco Galluccio
Si chiamava Rocco… in omaggio al santo patrono della sua città; la sua vita si confonde con la storia del suo paese; nacque in un periodo turbolento, periodo in cui il Sud Italia fu annesso con la forza al Nord. In seguito tutto fu povertà, fame, sofferenza. Perse inoltre i genitori quando era molto giovane. Un giorno dissero a quel povero giovane che c’era una speranza dall’altra parte dell’oceano… terra di ricchezza e abbondanza. Non ebbe dubbi: raccolse le sue poche cose e si lanciò in una avventura senza ritorno; nel 1885 si lasciò alle spalle il suo paesino e la sua amata Italia, insieme a milioni di suoi connazionali; la nave si chiamava “Europa”, l’Europa che mai avrebbe rivisto.
“Trenta sei giorni di macchina e vapore… e in America noi siamo arrivati…” come dice la canzone: porto di Santos, San Paolo, Brasile… una babele di razze e di lingue… “dove andrò? Che mi riserva il futuro?” questo sicuramente pensava il giovane italiano in terra straniera… non immaginava che la vita gli stava già preparando il futuro: nella persona della dolce Rita, nipote dei baroni del caffè, in bancarotta a causa dell’abolizione della schiavitù.
Atto di nascita di Rocco Galluccio nel 1859
Non sappiamo quando Rocco e Rita si incontrarono, si videro, si innamorarono… il povero straniero e la baronessa povera… si sposarono a Piracicaba, San Paolo… e vennero i figli, i nipoti, i bisnipoti… vite che ora sono intrecciate con il nuovo paese.
Rocco lasciò l’Italia, ma l’Italia non lo lasciò; la portò nel cuore e riuscì a trasmettere questo suo amore ai suoi discendenti; oggi non è più un illustre sconosciuto, grazie al Portale Antenati sono stato in grado di riallacciare i legami che si erano persi. La piccola Cesinali, in provincia di Avellino, era appena un punto sulla carta geografica; oggi è un punto nel mio cuore; non permetta Dio che io muoia senza tornare da te, piccola Cesinali, terra del mio amato bisnonno Rocco Galluccio!
Famiglia Fasanella
A) Famiglia Fasanella- La Pasta Circa 16 anni fa, ho iniziato a ricercare i miei cognomi, i miei antenati e a costruire il mio albero genealogico.
All’inizio è stato molto difficile. Dopo alcuni anni, sono stato in grado di ottenere informazioni da diverse fonti,
Ho controllato uno per uno, i documenti pubblicati dal sito di Familyserch, leggendo centinaia, anzi migliaia di certificati di nascita, di morte e di matrimonio del Comune di Rotonda in provincia di Potenza, Basilicata. L’ho fatto, dal momento in cui il comune di Rotonda, mi ha confermato che la mia bisnonna Filomena La Pasta, era nata lì, così come il mio bisnonno Antonio Fasanella.
Carmen Fasanelli
Entrambi sono arrivati a Buenos Aires, Argentina, il 2 marzo del 1882, con i tre figli: Carmen, 6 anni, Maria Rosa, di 4 anni e un bambino di mesi, chiamato Giuseppe.
Dai documenti, ho scoperto che la madre del mio bisnonno di nome Maria Rosa Di Cristofaro, sua madre, Angela Cantisani, e diversi membri della sua famiglia, morirono nel corso di un’epidemia di colera nel 1855 a Rotonda.
Il padre del mio bisnonno Antonio Fasanella, si chiamava Nicola, era figlio di Giuseppe Fasanella e di Maria Sarno, nipote di Nicola Fasanella e di Rosa Di Tomaso, e pronipote di Giuseppe Fasanella e di Maddalena Peluso. Appaiono anche tra i miei antenati di Rotonda, i cognomi: Cataldo, La Pasta, La Valle, Di Jacovo, Di Giano, Propato, ecc.
Famiglia di Luzio Farina
B) Famiglia Farina- Fiadone
Dai miei antenati materni, tutto quello che ho potuto scoprire, lo devo al portale Antenati .
Il mio nonno Luzio Farina, nacque ad Atessa, in provincia di Chieti. Egli arrivò in Argentina all’età di 17 anni nel 1912. Prima di lui erano già emigrati i suoi tre fratelli maggiori e, dopo di lui, i suoi genitori: Ignazio Farina e María Fiadone, con i loro figli minori. Conoscevo in questo modo i loro antenati, nati ad Atessa, Montenero di Bisaccia e Ripalda vicino Campobasso; ho identificato come miei parenti i seguenti cognomi: Farina, Fiadone, Cinalli, Rucci, Pomilia, Janni, Jacovitti.
Per continuare ad avanzare, nella mia ricerca, ho bisogno di accedere ai documenti precedenti al 1809 e al Censimento del 1753, che non vedo l’ora di fare presto, anche grazie alle continue pubblicazioni su Antenati.
Grazie a tutti per il vostro ottimo lavoro.
Un saluto affettuoso,
A. Marcela Fasanelli, un sangue e un cuore argentino, italiano.
Il bisnonno Achille Fiesoli con la divisa da bersagliere
Mi chiamo Giovanni Fiesoli, vivo a Legri (Comune di Calenzano, provincia di Firenze) e sono un elettrotecnico in pensione e grande appassionato di briscola. Da queste passioni credo di aver tratto la capacità di intrecciare connessioni e reti complesse, come accade nel mio albero genealogico, che conta oltre il ramo principale, circa un centinaio di famiglie, snodandosi – per ora – dagli inizi del Cinquecento fino a oggi.
Ho cominciato a riflettere sulla storia della mia famiglia quando nel 2009 il mio Comune di residenza nella piana fiorentina, Calenzano, pubblicò un calendario con illustri concittadini ed eventi particolari del territorio. Mi chiesero informazioni su mio bisnonno Achille, bersagliere, presente alla presa di Porta Pia, a Roma. Le notizie in mio possesso erano i racconti familiari, supportate da qualche documento, come il suo congedo militare, la dichiarazione del Comune di Roma con il diritto di «fregiarsi della Medaglia de’ benemeriti della liberazione di Roma», l’altra medaglia accompagnata dalla fascetta relativa alla partecipazione alla Campagna della Terza Guerra d’Indipendenza, conservati con un certo orgoglio in casa.
L’occasione ha innescato la scintilla e mi sono chiesto come poter conoscere in maniera documentata le origini della mia famiglia, dando corpo ai tanti “si dice”, che avevo sentito fin da bambino.
Onorificenze assegnate a Achille Fiesoli
Non ho fatto altro che attraversare la strada davanti casa, abitata da cinque generazioni dalla famiglia Fiesoli, e recarmi alla Pieve di San Severo a Legri, chiedendo informazioni sui documenti riguardanti gli abitanti del paese alla metà dell’Ottocento.
Sono stato abbastanza fortunato, perché, sebbene al momento della mia ricerca l’archivio parrocchiale fosse temporaneamente in deposito presso il fiorentino Archivio arcivescovile, erano, però, ancora presenti a Legri i registri degli atti di morte. Sono così arrivato al documento di morte del padre di Achille, Paolo. A questo punto il passaggio verso l’Archivio arcivescovile è stato naturale e ho cominciato a frequentare questo Istituto e a sfogliare i documenti lì conservati. Proprio questi stessi documenti mi hanno guidato verso altri Archivi: l’Archivio diocesano di Prato e l’Archivio di Stato di Prato, ai quali si sono aggiunti l’Archivio storico del Comune di Calenzano, l’Archivio della parrocchia di S. Silvestro a Barberino di Mugello e infine l’Archivio diocesano di Pistoia. Ogni Archivio ha portato nuove informazioni, tratte chiaramente dai documenti, ma non solo… Anche le persone con cui mi sono interfacciato, utenti e personale degli Istituti, sono state fonti preziose per i suggerimenti di ricerca. Grazie a una di queste indicazioni, ho scoperto il Portale Antenati e le possibilità di indagine che esso offre: è stato anche un modo per cominciare a prendere confidenza con il mondo della tecnologia informatica e con il web, un mondo che fino ad allora avevo guardato solo da lontano.
Non mi sono più fermato: la curiosità e la passione, unite a una buona dose di perseveranza, mi hanno portato a inforcare la strada della ricerca genealogica. Seguendo le tracce della mia famiglia, in tutte le sue varie ramificazioni, partendo dai “si dice” incamerati negli anni, ho costruito una mappa mentale dell’area geografica nella quale essa ha vissuto: si tratta di un territorio circoscritto a una cinquantina di chilometri a nord-ovest rispetto a Legri, su cui i miei antenati sono attestasti con caratteristiche di stanzialità. Conseguentemente ho imparato a conoscere l’impianto delle parrocchie e delle pievi sparse sul territorio di mio interesse.
Questa ricostruzione accurata è stata possibile non solo con la ricerca documentaria, ma anche con vere e proprie spedizioni sul campo, attraverso numerose escursioni a piedi e in bicicletta, per le colline che vanno da Calenzano alla Val Marina, e da qui alla Val di Bisenzio fino all’Alto Mugello. Dietro con me ho sempre portato una macchina fotografica, con cui ho immortalato chiesette, cimiteri, viottoli, casolari, destando la curiosità dei pochi abitanti rimasti in queste sperdute località: ho posto loro domande, una sorta di interviste, che hanno costituito le preziose fonti orali utili ad arricchire il bagaglio di informazioni che stavo ricostruendo.
Contemporaneamente battevo a tappeto la documentazione, sfogliando interi registri di atti di battesimo, matrimonio e morte, stati delle anime e annotando non solo i nomi dei Fiesoli, ma anche le numerose famiglie in rapporto di parentela con loro. In un turbinio di informazioni non tutte completamente strutturate, ho imparato a leggere le diverse grafie dei documenti e la forma di questi. Al tempo speso nei diversi Archivi va aggiunto il tempo dell’elaborazione dei dati, per dare ordine alla complessità di informazioni e sintetizzarle con una rappresentazione grafica efficace e di immediata lettura, grazie anche al ricorso a colori diversi per individuare le diverse linee familiari: un semplice stratagemma per la mia memoria visiva! In questo lavoro ho sperimentato la pazienza e quanto sia gratificante scoprire il più piccolo indizio, appiglio per aprire nuove vie … Non sono mancati errori, miei e dei documenti, che spesso mi hanno fatto individuare con certezza una persona solo dopo non poche difficoltà: prezioso si è rivelato allora il bagaglio di quest’esperienza, per sciogliere con maggior velocità altri nodi, evitando fuorvianti fuoripista.
Censimento Parrocchia di Santo Stefano in Secciano
Una delle mie maggiori tribolazioni è sorta, ad esempio, nell’identificazione della madre del bersagliere Achille, Anna Nuti. Sul suo atto di morte, registrato nel Comune di Calenzano nel 1901, la si dichiara nata a Prato, figlia di Vincenzo e di N.N.. La mancanza di informazioni sulla madre della donna mi ha condotto ad imboccare numerose piste, rivelatesi poi errate, nell’individuazione di questa figura, anche perché di Anna Nuti, alla metà dell’Ottocento sul territorio pratese, ve ne sono diverse. Oltretutto, mi domandavo con insistenza, perché mai questa donna, le cui prime informazioni sembrerebbero legarla a Prato, si sposò nel 1841 a Santo Stefano a Secciano, in Val di Marina, con Paolo Fiesoli? Fu proprio la registrazione di questo matrimonio trovata nell’archivio parrocchiale a suggerirmi la giusta via. Il documento annota che la donna era figlia di Vincenzo Nuti di Legri e Teresa Bonaiuti, residente a Canneto, località pedemontana all’inizio della Val di Bisenzio. Cercai, allora il loro matrimonio presso l’Archivio di Stato di Prato: nella ricerca non trovai alcun documento in merito.
A questo punto mi concentrai sulla nascita di Anna Nuti, approssimativamente attorno al 1820, figlia di Vincenzo e di una certa Teresa. Dopo estenuanti ricerche la trovai: da qui risulta figlia di Teresa Fiesoli. Congedo assoluto per fine servizio a Achille Fiesoli, Firenze 31 dicembre 1882
Con ulteriori approfondimenti riuscii a precisare ulteriormente l’identità di Teresa Fiesoli e di Vincenzo Nuti, scoprendo che Vincenzo, storpio a un braccio, sposò Teresa, vedova con un figlio di primo letto. Vista la sua condizione fisica, che gli impediva di lavorare, e l’arrivo di cinque figlie, Vincenzo decise di affidare la figlia Anna a sua sorella Stella, coniugata con Angiolo Berretti e senza figli, residenti nella piccola località di Cupo, posta a nord di Legri, sull’antica strada che collegava Latera a Legri. Quando Paolo Fiesoli sposò Anna – annota l’atto (Fig. 6) – non era in grado di “accoglierla in casa”, forse perché anch’egli si trovava in ristrettezze economiche: decise, comunque di sposare la ragazza anche perché era incinta del piccolo Giuseppe, nato di lì a due mesi di distanza. L’identificazione di Anna è risultata complessa fin dall’inizio a causa delle prime informazioni presenti sul congedo proprio del figlio Achille, dove era indicata come Anna Rutti.
Giovanni Fiesoli e il figlio Francesco
Cosa raccontarvi ancora … La ricerca è in corso, non ho alcuna intenzione di fermarmi, il traguardo non è raggiunto, anzi … Ho testa, fiato e gambe per correre ancora un po’. Con l’aiuto di mio figlio Francesco sto progettando di informatizzare i numerosi dati raccolti dal 2015.
Famiglia Di Cunzolo nel 1959
Anni fa raccontavo a mio figlio episodi di famiglia riguardanti persone che non aveva mai conosciuto, così lui mi chiese di scrivere appunti su di loro e sul legame che ci univa.
Mi aspettava un grande impegno: avrei dovuto ricordare, catalogare, riordinare e soprattutto rendere comprensibili i dati prodotti a chi (ai posteri?) avesse voluto rileggerli.
Cominciai timidamente con un editore di testi capace di inserire organigrammi che potessero somigliare ad un albero genealogico; ma intanto perché non servirsi dei social e dei motori di ricerca per trovare qualcosa sulla rete che potesse rendermi il lavoro più veloce?
Un software online mi consentì di individuare e memorizzare circa 1500 profili di persone della famiglia, di cui almeno la metà non più in vita. Le notizie su ciascuno di loro non erano sempre certe o complete, ma comprendevano almeno sei generazioni passate e presenti.
Le conseguenze di questo approccio furono emozionanti: il motore di ricerca, insieme ai contatti individuati e successivamente confermati sui social network, alimentavano la mia adrenalina al pari di un gioco, di una scommessa, in cui vincevo la conferma delle mie congetture con alta probabilità: la ricerca era diventata una dipendenza necessaria alle mie conoscenze, soprattutto quelle del passato.
Allo stesso tempo, continuavo ad alimentare il mio bisogno di sapere anche con altri mezzi: un cugino aveva una raccolta di documenti relativi ai nostri nonni e agli zii scomparsi; nel cassetto personale di mia madre avevo ritrovato un numero imprecisato di “preci funebri” con i dati anagrafici e la foto di defunti, conoscenti, amici e parenti, che mi avrebbero aiutato nelle connessioni storiche; cominciai a far visita agli archivi anagrafici dei Comuni di nascita dei miei antenati; scoprii che alcuni erano andati distrutti a causa di incendi, che ad altri mancavano i dati anteriori al 1850.
Contattai online l’Archivio di Stato di Salerno, provincia d’origine della famiglia, che aveva indicizzato le liste di leva in un periodo storico limitato, ma forniva informazioni solo sul genere maschile con riferimento ai genitori dell’iscritto.
Albero genealogico della famiglia Di Cunzolo
Rintracciai i discendenti degli avi che attraversarono l’Oceano tra l’Ottocento e il Novecento: li contattai, li abbracciai in Italia, li accolsi nel calore della mia casa, mostrai loro i luoghi degli antenati, raccontai e lasciai che si raccontassero…
All’Archivio di Stato, accompagnata da mia sorella, cercai con successo un dossier sulla vita militare di nostro padre Lucio: a cento anni dalla sua nascita e a trenta dalla morte mi chiedevo perché non gli avessi mai rivolto le domande di cui oggi avevo necessità di risposte.
Da quel momento mi resi conto di aver coinvolto nel gioco anche lei: insieme avremmo potuto ricostruire le nostre radici e regalare a figli e nipoti il prodotto della nostra fame di conoscenza.
Le risposte a tante domande, e purtroppo non a tutte, sono contenute in un volume, Romanzo dei miei spiriti, pubblicato appena un mese fa, che mi piace considerare un dar conto della mia esistenza …
Giuseppe Pavone all’età di 9 anni con la sciabola del bisnonno
Colgo l’opportunità, che il Portale Antenati offre, di delineare la propria ricerca genealogica, condividendo come richiesto i tre punti cardini della ricerca stessa: motivazioni, fonti consultate, risultati. Preciso però che questi tre punti, almeno per me, vanno intesi in senso dinamico perché nel procedere della ricerca hanno assunto contenuti via via più ampi per divenire le componenti di un percorso volto a rintracciare e posizionare le tessere di quel mosaico mio personale che ha per nome Identità.
Motivazioni
La motivazione iniziale alla mia ricerca genealogica è stata certamente quella, comune a tutti, di rintracciare le mie radici. Ma appena appresa l’esistenza dei vari consanguinei, dei loro dati anagrafici, degli eventi cui parteciparono o in cui furono coinvolti, dei luoghi in cui vissero o agirono, delle altre persone che poterono incontrare nel loro percorso di vita, quella iniziale motivazione si è specializzata in brama di conoscenza storica, politica, geografica, urbanistica, sociale, psicologica.
Fonti consultate
Le fonti consultate sono state ovviamente quelle note e che si riassumono nella tradizione orale, nei documenti e fotografie personali o conservati negli Archivi pubblici (di Stato e comunali) e privati innanzitutto ecclesiastici, nei materiali reperiti nel web.
Per quanto riguarda la tradizione orale, essa ha l’indubbio fascino di “mantenere in vita” persone e fatti spesso però confusi e intrecciati tra di loro nel tempo e nello spazio. Infatti, nella mia famiglia si favoleggiava che fosse stata conferita una specifica onorificenza al mio trisnonno paterno in Palermo mentre avrei poi scoperto che gli era stata sì assegnata una onorificenza ma diversa e a Napoli, mentre quella specifica fu assegnata in Gaeta a suo figlio e mio bisnonno, nato a Palermo: insomma la tradizione orale aveva col tempo “fuso e confuso” persone, luoghi e onorificenze in un “mescolanza” che dovetti “decodificare”. L’abilità del ricercatore deve essere quindi identica a quella dell’investigatore il quale, avendo a disposizione un insieme di dati sparsi e talvolta anche contraddittori o errati, è capace di seguire una traccia che lo porterà alla verità dei fatti. E grazie a tale abilità (che ho scoperto di possedere navigando negli archivi cartacei e informatici) potei rintracciare presso la Sezione Militare dell’Archivio di Stato di Napoli un importantissimo faldone riguardante mio trisnonno Filippo Pavone deceduto nel 1848, che all’epoca era stato registrato erroneamente con l’intestazione “Pavone Giuseppe – pensione di grazia alla vedova – anno 1843”. L’intestazione lasciava intendere che si trattasse di un’altra persona deceduta 5 anni prima, però mi aveva incuriosito il fatto che ci fossero alcuni dati che potevano in qualche modo rimandare al mio trisnonno e cioè il cognome, il fatto che la pratica riguardasse un trattamento pensionistico, il nome Giuseppe che poteva essere un’alterazione di Giuseppa, la figlia maggiore del mio trisnonno, e l’anno 1843, la cui ultima cifra poteva essere stata l’erronea trascrizione di un 8 e che poteva quindi coincidere con quello della morte del mio trisnonno. Il mio intuito non si era sbagliato, il faldone contiene infatti un’articolata pratica di concessione della pensione di giustizia, integrata per meriti di servizio da quella di grazia sovrana concessa di sua mano da re Ferdinando II alle tre figli nubili di mio trisnonno Filippo, la cui maggiore era appunto Giuseppa.
4 settembre 1848, Atto di morte di Filippo Pavone
Circa gli Archivi, che ho consultato in molteplici città d’Italia e presso diversi enti pubblici, privati, ecclesiastici, militari, devo purtroppo registrare una diversità di regole e comportamenti dei preposti il che in qualche caso ha rallentato notevolissimamente il procedere della ricerca se non addirittura averla fermata impedendomi, per il momento, di risalire ad epoche precedenti alla fine ‘700. Il Portale Antenati ha reso invece alquanto più facile e veloce la ricerca, grazie al fatto che alcuni nominativi di mio interesse sono stati già indicizzati. Altre importantissime fonti sono state poi i testi specifici di storia che ho consultato volendo ricondurre la mia storia familiare nel contesto delle varie epoche. Infine l’essermi recato nei luoghi dove i miei antenati furono mi ha consentito di immergermi psicologicamente ad occhi chiusi nelle loro realtà, compresi i cimiteri che hanno dato il loro contributo alla ricerca.
Particolare menzione devo comunque dare al gigantesco archivio microfotografico dei Mormoni (correttamente Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni), disponibile anche gradatamente nel Web, di cui mi sono utilmente servito fin dall’inizio della ricerca recandomi presso una loro sede romana e rintracciando basilari registrazioni di atti di mio interesse.
Risultati
Per quanto riguarda il risultato delle ricerche, come ho già detto si tratta in realtà di un percorso conoscitivo, pertanto l’albero genealogico, che per molti costituisce certamente un valido risultato della propria ricerca magari con abbondanza eccessiva di nomi e date, per me rappresenta soltanto uno schema grafico riassuntivo, e in divenire, atto a rappresentare le discendenze e non altro.
Durante questo mio percorso ho vissuto diverse esperienze particolari, descritte nel Diario, e tra queste ne cito di seguito due. Presso la biblioteca del Museo centrale del Risorgimento in Roma sono conservati nel medesimo faldone gli unici memoriali esistenti sulle gesta di unità borboniche durante la campagna di difesa militare del settembre-novembre 1860 contro le truppe d’invasione garibaldine e sabaude. Si tratta dei memoriali relativi al 14° Battaglione Cacciatori e al 1° Reggimento Granatieri della Guardia; ebbene nel primo era tenente poi capitano mio bisnonno Benedetto Pavone e nel secondo suo fratello, il sergente maggiore Carlo Pavone, poi attendente di Benedetto.… immaginate cosa possa aver io provato al cospetto di tali memoriali i quali, mentre per qualsivoglia studioso sono semplicemente i manoscritti di due unità borboniche, per me costituiscono una assoluta particolarità essendo io l’unica persona ad entrambi collegato per motivi di sangue, insomma è come se i due memoriali mi avessero aspettato per oltre un secolo silenziosamente in un faldone d’archivio per consegnare a me solo l’eredità storica di due fratelli miei consanguinei. Inoltre, l’aver trascritto, pubblicato e fatto catalogare nelle principali Biblioteche nazionali i due memoriali, ha risposto al desiderio dei loro estensori di trasmettere ai posteri una testimonianza di veridicità storica che a loro non fu permesso di rendere nota e in tal senso ho percepito di aver svolto una missione che ha travalicato la ricerca genealogica strettamente personale. Una seconda particolarità è quella che nel diario di guerra di mio padre egli vi annotò l’inedita fucilazione di 9 militari italiani a Napoli, da parte dei militari tedeschi, dove egli fortunosamente ebbe salva la vita per non essere stato “scelto” per essere fucilato… la particolarità sta nel fatto che la fucilazione ebbe luogo a ridosso della parete di un edificio in via Cesario Console dove in epoca borbonica esisteva l’alloggiamento militare di mio trisnonno; insomma mio padre che non conosceva alcunché di mio trisnonno e della sua abitazione ebbe salva la vita a ridosso di quella preesistente abitazione… Voglio pensare che sia stata una semplice quanto improbabilissima casualità o una “protezione a distanza di quasi un secolo?
Dal punto di vista storico la ricerca genealogica mi ha permesso di approfondire delle vicissitudini relative all’intero periodo del Regno delle Due Sicilie, grazie all’appartenenza dei miei antenati all’esercito borbonico sia come militari sia come funzionari ministeriali ed avendo essi partecipato ad eventi ben particolari. Sintetizzando, mio trisnonno Filippo, nativo di Gaeta, dopo l’arruolamento in un corpo di élite nell’esercito borbonico quando il Re era esiliato in Sicilia, fu attivo nella difesa delle istituzioni durante i moti del 1848 prima a Palermo, dove scampò dalla morte in un assalto a postazioni di rivoltosi, poi a Napoli dove il 15 maggio, al comando di una Compagnia di granatieri della guardia, si distinse tanto da ricevere la decorazione di cavaliere di diritto dell’Ordine di San Giorgio della Riunione (questi fatti e anche il suo nome sono riportati in vari testi storici). Mio bisnonno Benedetto, invece, al comando di una Compagnia del 14° Battaglione Cacciatori partecipò alla campagna d’autunno del 1860 contro Garibaldini prima e i Sabaudi dopo, sino all’ultimo combattimento di fanteria del 12 novembre dove si distinse venendo decorato con l’onorificenza di cavaliere dell’Ordine di Francesco I. Questi ed altri eventi mi hanno suggerito e permesso di specializzarmi nello studio dell’esercito borbonico e di acquisire diversi volumi di approfondimento delle vicende storiche incontrate nelle mie ricerche d’archivio e familiari. In particolare, le carriere di mio bisnonno e dei suoi tre fratelli, uno sottufficiale dei Granatieri della Guardia e due funzionari dei Ministeri di Guerra e di Marina, e i fatti cui parteciparono, mi hanno permesso di approfondire l’organizzazione generale delle forze armate borboniche nel corso di oltre cento anni.
Un aspetto particolare ha assunto poi l’aver seguito, finché possibile, le sorti di mio trisnonno Filippo e del suo fratello maggiore primogenito Gregorio, appartenenti ad una famiglia molto agiata di Gaeta e di “nobiltà civile”. Pur non essendo più in vigore il maggiorasco, che assicurava ai primogeniti la successione dei beni, il patrimonio rimase a Gregorio, mentre Filippo fu avviato alla carriera militare, sebbene in un corpo di élite come si addiceva ad un rampollo di agiatissima famiglia. Filippo iniziò quindi a Palermo una carriera alquanto pericolosa, perché già si era in tempo di guerra contro la Francia di Napoleone e Gaeta diveniva possedimento napoleonico (da qui si comprende la fedeltà della mia famiglia ai legittimi Borbone). Gregorio rimase a Gaeta a gestire i beni familiari e si sposò ma morì non molto tempo dopo il matrimonio e sua moglie Angela Liberto e successivamente la figlia Cecilia si ridussero a lavori umili, presumibilmente per sopravvenute difficoltà economiche. Invece Filippo, per il quale era stata scelta una vita alquanto difficoltosa, risaliva la scala sociale sposando una agiata giovane appartenente a una altolocata famiglia palermitana e i suoi vari figli maschi ne seguirono l’esempio. Tutto fu poi “rimescolato” con l’Unità d’Italia allorquando i legami tra famiglie di militari borbonici, creati da Benedetto e i suoi fratelli, persero qualunque efficacia e il mio casato entrò nella “normalità”.
Per parte di madre la famiglia d’origine era concentrata nella cittadina tosco-emiliana di Sambuca Pistoiese e in particolare nella frazione di Stabiazzioni che, con altre frazioni, fa ancora capo alla parrocchia di San Pellegrino al Cassero. La famiglia era composta di piccoli proprietari terrieri con gli uomini che integravano le entrate economiche facendo i braccianti mentre mio nonno, come dalle ricerche effettuate, svolgeva anche il mestiere di artigiano nel settore della lavorazione della paglia nella cittadina di Montale dove, per qualche anno, ebbe anche un negozio.
Ma la scoperta più sensazionale è stata aver rintracciato presso l’Archivio centrale dello Stato l’incartamento relativo al conferimento il 4 marzo 1888 a mio nonno Geremia Gherardini della medaglia d’argento al valor civile per aver salvato il 1° agosto 1887 due suoi compaesani dall’annegamento nel fiume Limentra, in località Stabiazzoni del Comune di Sambuca Pistoiese, e questo con manifesto pericolo di perdere lui stesso la vita. Della concessione, da parte di S.M il Re su proposta del Ministero dell’Interno dopo il parere favorevole di apposita commissione e indagine prefettizia di Firenze, venne altresì data menzione nella Gazzetta Ufficiale del Regno del 12 marzo 1888, n. 60.
Messomi quindi in contatto col sindaco di Sambuca Pistoiese, si è deciso di intitolare un sito della cittadina a Geremia Gherardini – Medaglia d’argento al Valor Civile (1856-1915).
Come risultati di sintesi posso accennare ad alcuni miei scritti. La Cronaca familiare in cui descrivo la storia vissuta dei miei antenati sino a mio padre; un Diario in cui annoto giorno dopo giorno, da oltre 25 anni, i singoli passi delle mie ricerche e delle appassionate fantastiche esperienze vissute. Con la Cronaca e il Diario ho potuto quindi dare una dimensione narrativa della ricerca. A questi due scritti associo poi alcune miei testi di storia militare borbonica (catalogati presso le principali Biblioteche di Stato e che riguardano il 14° Battagliane Cacciatori, il 1° Reggimento Granatieri della Guardia, Le truppe estere dell’esercito borbonico dal 1743 alo o1861 ed un prossimo Albo d’onore della Campagna militare 1860) relativi a fatti cui parteciparono i miei diretti ascendenti e collaterali. Aggiungo poi: uno schedario sintetico dei vari componenti l’intero gruppo familiare, diretto e collaterale; una raccolta di fascicoli (quando possibile) per ciascun nominativo contenenti documenti e foto; una raccolta di corrispondenza epistolare (quando non esisteva internet) e di e-mail verso e da enti, familiari e persone; una raccolta di documentazione di supporto; una biblioteca specialistica, soprattutto inerente l’Esercito e la Marina delle Due Sicilie.
Nel comporre ed aggiornare la mia Cronaca familiare ho scoperto e colto un patrimonio umano che mi ha arricchito d’identità; ho potuto così riscontrare in me gli elementi distintivi dei miei antenati. In mio trisnonno Filippo, per la difesa dell’autorità di Stato durante i moti del ’48 a Palermo e Napoli; in suo figlio Antonio, per l’appartenenza tecnica alla Marina Militare; nell’altro suo figlio Michelangelo, per la funzione dirigenziale ministeriale; nel suo terzo figlio, e mio bisnonno, Benedetto, per la fedeltà all’Istituzione di appartenenza ma non oltre il limite umanamente accettabile; e naturalmente nei miei genitori Francesco e Ilda, per la formazione da loro impartitami e che ringrazio d’aver ricevuto.
Ma il vero risultato della mia ricerca genealogica è stata la rivelazione della mia identità di casato e di persona, una identità presente in me da sempre seppur inconsapevolmente, come si può notare nella foto che mi ritrae a 9 anni con la sciabola da ufficiale di mio bisnonno Benedetto in quella residuale abitazione siciliana ottocentesca dove egli morì e dove erano conservate le sue carte.
Concludo questo mio contributo volendo indicare la chiave di accensione che mise in moto la macchina della mia ricerca, ovvero l’aver conosciuto il compianto barone Roberto Maria Selvaggi, all’epoca segretario della Real Casa Borbone Due Sicilie, autore della fondamentale opera Nomi e volti di un Esercito dimenticato. Gli ufficiali dell’Esercito napoletano del 1860-61 (Napoli, Grimaldi & C., 1990), dove è riportato il nome del mio bisnonno quale tenente del 14° Battaglione Cacciatori dell’esercito borbonico. Egli, oltre a farmi speciale dedica al suo volume, mi segnalò all’allora responsabile della Sezione militare dell’Archivio di Stato di Napoli il quale, a sua volta, mi fece “seguire” dall’instancabile e prezioso archivista Achille Di Salle nelle ricerche riguardanti finalmente mio bisnonno e mio trisnonno e in definitiva nel corretto e proficuo percorso della ricerca che da allora ha avuto uno sviluppo corretto e straordinario e che non ha fine.
Passaporto del 1922 del trisnonno Antonio Natale Crescenzio
Mi chiamo Allan Pietri, sono brasiliano e sono pronipote di Arturo Pietri e Emma Crescenzio; da 7 anni faccio ricerche sui miei avi e sulle loro origini, spinto dalla curiosità e dall’amore che nutro verso la loro storia.
Voglio fare i miei ringraziamenti ai miei familiari che mi hanno raccontato tutte queste splendide storie, alla mia amica Elena, che mi ha aiutato tantissimo con i documenti, ai miei amici di Cinto Euganeo, al portale Antenati, dove ho trovato gli atti di nascita/morte della famiglia Gallo, agli amici ed utenti del sito tuttogenealogia.it e del gruppo Facebook Amici della Genealogia, al Museu da Imigração de São Paulo, dove ho trovato le liste di sbarchi del 1898 e 1922, in cui compaiono i nomi di miei bisnonni e dei trisnonni, ai parroci che mi hanno risposto con le informazioni e i documenti necessari per la mia ricerca, al sito Familysearch, ai discendenti di Isidoro Crescenzio, fratello del mio trisnonno Antonio, insomma a tutti coloro che mi hanno aiutato in qualche modo con documenti e informazioni, faccio i miei più sinceri ringraziamenti.
I Crescenzio e il Brasile:
Era un giovedì, il 13 dicembre 1921, quando la famiglia Crescenzio diede addio alla propria Patria, ai parenti e agli amici per imbarcarsi definitivamente verso il Brasile.
La famiglia viaggiò a bordo del vapore Garibaldi e arrivò a Santos, città dello Stato di São Paulo il 1 gennaio 1922. Erano in 5:
I genitori:
Antonio Natale Crescenzio, 50 anni
Maria Luigia Cappello, 46 anni
I figli:
Pietro Luigi Crescenzio, 24 anni
Emma Crescenzio, 21 anni *la mia bisnonna*
Lino Romano Crescenzio, 11 anni
Sul vapore c’erano anche:
Arturo Pietri, 23 anni *il mio bisnonno*
(futuro marito di Emma Crescenzio)
Elsa Giuditta Garbin, 20 anni
(sposa di Pietro Luigi Crescenzio)
Maria Luigia Cappello (1875-1952)
Non era la prima volta che la famiglia Crescenzio emigrava in Brasile: infatti, 24 anni prima Antonio Crescenzio e Maria Luigia Cappello erano arrivati per la prima volta in Brasile con il piccolo Pietro Luigi di 3 mesi, raggiungendo Santos il 13 gennaio 1898 a bordo del vapore Minas, e all’epoca erano andati a vivere a São Simão, São Paulo.
Il 26 agosto 1900 a São Simão, São Paulo, nacque la seconda figlia di Antonio Crescenzio e Maria Luigia Cappello, alla quale venne dato nome Emma, e nel 1901/1902 la famiglia decise di ritornare in Italia. Non conosciamo la data esatta né il motivo del ritorno, però abbiamo scoperto un documento del dicembre 1902, un atto di morte di una cognata di Antonio Crescenzio, nel quale Antonio risultava testimone: da ciò possiamo dedurre che si trovavano già in Italia in quel periodo.
Arturo Pietri (1898-1968)
Arturo Pietri, il mio bisnonno:
Arturo Pietri è nato nella Frazione Voltabarozzo, Padova, il 29 giugno 1898, figlio di genitori ignoti, il cognome Pietri gli è stato imposto perché è nato nel giorno di San Pietro. Della sua famiglia biologica sappiamo veramente pochissimo: Arturo fu mandato all’Istituto degli esposti di Padova e poi affidato alla coppia Pasquale Ravarotto (di Cinto Euganeo ) e Costantina Destro il 18 agosto 1898. Da adulto Arturo partecipò alla prima guerra mondiale e venne fatto prigioniero di guerra per un anno (1917-1918); dopo la fine della guerra si stabilì a Villa Estense.
Secondo le storie tramandate in famiglia, il bisnonno Arturo conobbe bisnonna Emma Crescenzio mentre erano a bordo del vapore Garibaldi verso il Brasile e si innamorarono. In seguito si sposarono a Nova Europa, São Paulo, il 13 maggio 1922, ebbero 5 figli ed andarono a vivere ad Ipiranga, São Paulo.
Vissero gli ultimi anni della loro vita a São Bernardo do Campo, São Paulo e furono sepolti nel cimitero di São Bernardo do Campo.
I bisnonni Emma Crescenzio (1900-1971) e Arturo Pietri (1898-1968)
Sull’origine degli avi dei Crescenzio:
Gli avi dei Crescenzio sono nati e vissuti nei Colli Euganei, più precisamente a Valnogaredo di Cinto Euganeo. Alcuni nacquero e lavorarono anche nei comuni limitrofi come Lozzo Atestino, Este, Ospedaletto Euganeo, Vó, Monselice e tanti altri, prestando servizio come mandriani, contadini o villici, com’erano descritti nei registri parrocchiali antichi.
Di seguito un piccolo e breve riassunto di ciò che abbiamo scoperto su di loro:
Antonio Natale Crescenzio (1871) era figlio di Giovanni Crescenzio (1842 – nato a Lozzo Atestino) e Firma Caffeo (1842~); Giovanni Crescenzio era figlio di Antonio Crescenzio (1807) e Anna Gallo (1808).
Anna Gallo (1808) a sua volta era figlia di Agostino Gallo detto Scolpin e Caterina Beggiato; Agostino Gallo detto Scolpin (1773 – nato a Lozzo Atestino) era figlio di Valentino Gallo detto Scolpin (1735) e Maria Bertolle (1749~); Valentino Gallo detto Scolpin (1735) era figlio di Francesco Gallo detto Scolpin (1708 – di Cortella, Vó) e Antonia Mutta (1709).
Antonia Mutta (1709) a sua volta era figlia di Francesco Mutta (1674) e Elisabetta Ongaro (1679~), e finalmente Francesco Mutta era figlio di Zuane Mutta e Antonia.
I bisnonni Emma Crescenzio (1900-1971) e Arturo Pietri (1898-1968) – Anni 60
Il mio antenato più lontano, di cui si conoscono con precisione la data ed il luogo di nascita, si chiamava Francesco Mutta e nacque il 6 maggio 1674 a Valnogaredo di Cinto Euganeo, venne battezzato il 13 maggio 1674; i suoi genitori si chiamavano Zuane Mutta e Antonia.
Grazie all’aiuto di tanti amici e dei siti come il Portale Antenati, sono riuscito a conoscere le origini di miei avi e le loro gesta, sono riuscito anche a trovare i discendenti viventi dei fratelli del mio trisnonno Antonio Natale Crescenzio, dopo quasi 95 anni dalla sua partenza per il Brasile.
C’è ancora molta strada da fare, soprattutto per quanto riguarda l’altra parte della famiglia, ma grazie a questa ricerca ho conosciuto molte persone meravigliose che condividono la mia stessa passione per la genealogia.
Atto di morte di Giuseppe Barresi
Da quasi un anno mi sto dedicando alla ricerca del mio albero genealogico. Fino ad ora le mie ricerche si sono concentrate sugli atti di stato civile dei comuni di Delianuova, Santa Giorgia e Santa Cristina in provincia di Reggio di Calabria; mi sono anche spostata in Sicilia, alla ricerca delle radici siciliane della mia nonna materna.
Negli ultimi giorni ho deciso di dirigere la mia attenzione a Scilla (RC), il paese di nascita della mia “trisavola”, Santa Mariangela Fortunata Paladino.
Le mie ricerche mi hanno portato a scoprire che, oltre alla mia trisavola, c’erano altri sette tra fratelli e sorelle, tra cui Maria Teresa Paladino, che già conoscevo perché aveva sposato un cugino del marito della sorella.
La ricerca, inevitabilmente, mi ha portato indietro negli anni, fino al periodo napoleonico, e giunta al 1815 ho fatto una macabra scoperta: la morte di un notevole numero di persone in un solo giorno e senza che nell’atto di morte di ciascuno fosse registrato alcun motivo. Nel gennaio di quel fatidico anno il forte di Scilla fu colpito da un evento catastrofico che ebbe conseguenze disastrose, non solo per i soldati ivi stanziati ma anche per un notevole numero di civili che abitavano nelle vicinanze.
La cosa mi ha incuriosito e, grazie ai motori di ricerca, sono venuto a scoprire che il 14 gennaio 1815 una folgore colpì il magazzino delle munizioni, facendolo esplodere. A causa di ciò morirono 48 “cacciatori” appartenenti al IV Regimento di Fanteria Leggiera: la loro età era tra i 19 e i 35 anni.
L’esplosione causò il cedimento di una parte del forte e massi e detriti ricaddero sulle abitazioni sottostanti, provocando la morte di un notevole numero di civili, il più giovane dei quali aveva 3 anni: Giuseppe Barresi figlio di Pasquale Barresi e Camilla Martello.
Tra i civili colpiti la sorte più tragica toccò a due intere famiglie, quelle di Giuseppe Paladino e Domenico Giovanni Paladino, con ogni probabilità parenti di Giuseppe Paladino (il mio antenato, figlio di Santo Paladino e Flavia Ungaro), all’epoca ancora celibe. Insieme ai due Paladino trovarono la morte le rispettive mogli ed i tutti i loro figli.
Quel giorno, oltre ai 48 militari, le vittime civili furono circa 27.
Il libro Scilla, Storia, Cultura, Economia a cura di Fulvio Mazza, edito da Rubbettino nel 2002, nella nota 10 di p. 123 ci informa che i figli di Giuseppe Paladino e Rosa Longordo morti quel giorno furono 8 ma nel portale Antenati – archivi per la ricerca anagrafica ne ho individuati solo 7.
Giovanni Aldieri al parco Sempione nel 1946
La passione per le ricerche genealogiche sul mio cognome Aldieri è iniziata circa dieci anni fa, stimolata da ricordi di racconti fatti in gioventù da parenti e conoscenti. Spesso pensavo alle mie origini, a chi fossero i miei antenati.
Poiché il web s’ingigantiva di notizie di tutti i generi, storiche e attuali, iniziai la ricerca su Google Libri, per avere notizie sulla storia del mio cognome paterno, Aldieri.
Con sorpresa scoprii che il mio cognome era addirittura esistente nella sua dicitura esatta in un documento pubblicato in Testi dei “Servi della Donna di Cafaggio”: ricordanze di S. Maria di Cafaggio, Firenze (1295-1332), ricordanze di S. Maria del Poggio, Pistoia (1296-1353), Inventario di ex-voto d’argento all’Annunziata di Firenze (1447-1511) della madonna di Cafaggio[1]:
Il documento risaliva alla fine del 1200 e raccontava l’ammissione in convento di una signora di Firenze, tale “Monna Lapa” vedova di Francesco Aldieri.
Con questo, si accese una lampadina che illuminò le mie ricerche: pensavo con eccitazione che il mio “nomen” Aldieri avesse antichissime origini. Pensavo a quel “quondam” Francesco Aldieri, così ricco da lasciare in eredità 300 fiorini piccoli ricavati dalla vendita di un magazzino alla sua vedova, Monna Lapa, che guarda caso era andata in sposa in un periodo che vide anche la nascita di tale Durante de Alagheriis, poi nominato Dante Alighieri. Questo fatto ingigantì il mio desiderio di saperne di più, anche se le origini della mia famiglia Aldieri affondavano tutte nel Regno di Napoli. Di questo venni a conoscenza dal mio primo avo Ernesto Aldieri, al quale venne raccontato da suo padre, secondo avo, Ciro Aldieri di Giovanni, guardia comunale di San Giovanni a Teduccio. Mio nonno Ernesto raccontò anche di essere venuto a conoscenza dell’esistenza di una famiglia Aldieri di origini Toscana, che fondevano cannoni dalla quale provenivano alcuni Aldieri (Ferdinando?) del medesimo comune.
In Google scoprii tantissime notizie su persone con il mio cognome, che rimandavano a derivazioni con origini antichissime. Gli studiosi di onomastica lo farebbero derivare dalla cognomizzazione della professione di un capo tribù barbaro (bravo lanciere) di origine danese o germanica, che si era insediata nell’Italia settentrionale.
Non pago, continuai nelle ricerche su Google Libri e scoprii che un tale Leonardo Aldigerio (Aldieri), originario dell’Italia settentrionale era diventato il capo popolo rivoluzionario della ribellione di Messina del XIII secolo «si trova nella città dello Stretto una famiglia dal cognome inconsueto nell’isola, certamente non indigeno: quello degli Aldigerii o Aldieri. Il rappresentante più illustre di questa famiglia è appunto Leonardo[2]».
Fu in quella occasione, risalente all’anno 2012-13, che scoprii il portale Antenati: non fu solo una lampadina che si accese, ma fu un faro che mi illuminò! Avevo acquisito un tale numero di notizie riguardanti il mio nome, che volevo assolutamente capire da dove venissi: Firenze o Napoli?
Iniziai una lenta ma continua consultazione dei registri dello Stato civile, a cominciare dai registri nell’Archivio di Stato di Firenze, ma non trovai nulla, se non nel registro dei Blasoni delle famiglie toscane descritte nella Raccolta Ceramelli Papiani dell’Archivio di Stato di Firenze, organizzato per la ricerca come database web: lì scoprii uno stemma nobiliare riferito ad una famiglia Aldieri di Firenze, senza nessuna storia allegata .
Famiglia Aldieri nel 1954
Una parente mi ricordò di una nobile famiglia fiorentina Aldieri, che era stata nominata più volte da mia nonna paterna, ma la ricerca degli eventuali rami nobiliari non mi interessava. Comunque, in Toscana e in Umbria scoprii numerose persone con questo nome Aldieri, e scoprii pure che diverse famiglie toscane usavano questo nome da aggiungere al loro per darsi una vanitosa discendenza dal sommo poeta Dante Alighieri: come per esempio un tale Giovanni Aldieri della Casa funzionario del Monte Pio di Siena (ora Monte dei Paschi di Siena), che è nominato nel primo prestito della storia fatto da quell’antica banca; oppure un Prelato domestico di due Papi, Aldieri di Carlo Aldighieri Biliotti Tornabelli.
La ricerca del mio ramo originario in Napoli mi attirava maggiormente e scrissi per avere notizie allo Stato civile del Comune di Napoli, il quale mi fornì importanti documenti che mi re-inviarono al mio secondo avo, Ciro Aldieri. Le mie ricerche proseguirono poi sui registri depositati presso l’Arquivo di Stato di Napoli, che mi furono utili per avvicinarmi ulteriormente al mondo dei miei antenati: scoprii ad esempio corrispondenze con i racconti di mia nonna paterna riguardo agli Aldieri dei quartieri Chiaia e San Ferdinando e di altri quartieri in Napoli, ma non con quelli di Castellammare di Stabia.
La svolta decisiva avvenne con la scoperta dell’attività di indicizzazione dei registri di Stato civile da parte di Family Search, come mi venne comunicato da un funzionario dell’Archivio di Stato di Napoli.
Mi iscrissi come indicizzatore in quella organizzazione e dapprima imparai a leggere le scritture dei funzionari dell’epoca, poi mi spinsi più in là e cominciai a indicizzare con l’apposito programma. Ero affascinato e proseguivo nell’opera con grande commozione: leggevo e scrivevo di persone che erano esistite e avevano avuto una vita, leggevo della nascita e purtroppo la morte di neonati o persone giovani, e per ognuna di queste mi chiedevo come fossero, e quale fosse la causa per una scomparsa in così tenera età. Talvolta lo capivo dalle scritte sui documenti dello Stato civile: provavo dolore, tenerezza, gioia per una nascita, rivedevo con l’immaginazione quei papà, gli sposi raggianti di felicità, oppure le levatrici o ancora i testimoni dei decessi; cercavo di immaginarli e li vedevo quando si recavano negli uffici dello Stato civile per le dichiarazioni di rito. E’ stata una grande lezione di vita per me, ora settantacinquenne.
Francamente qui si è fermata la mia ricerca perché i documenti fotografati si fermano all’anno 1865, e ho scoperto che il mio secondo e terzo avo, Ciro e Giovanni, abitavano a San Giovanni a Teduccio, un quartiere della periferia orientale di Napoli, fino al 1925 Comune autonomo.
Pare che i registri di quel Comune (ora città di Napoli) verranno pubblicati entro il 2019 assieme a quelli di Napoli successivi al 1865.
Lo spero vivamente! Sono qui in attesa di completare questa mia ricerca del ramo paterno della mia famiglia e nel contempo sto lavorando su quello materno ma i registri della Provincia di Novara o quella di Vigevano ante Unità d’Italia non sono stati ancora pubblicati. Ho in programma di andare in visita al Cimitero di Vigevano, dove sono sepolti il mio secondo e terzo avo materno.
Io leggo, e sono appassionato di storia, di personaggi importantissimi del passato, sui quali avevo letto e riletto le gesta eroiche, immaginato cento battaglie, ma mai mi ero avvicinato così alla storia delle persone. La lettura di questi registri mi ha emozionato, fatto rivedere ogni persona che ho trascritto. Sono entrato nella storia: ognuna di quelle persone mi ha trasmesso un poco della sua vita; inoltre, conoscere come era composta la società dell’epoca è stata una scoperta incredibile!
Vi ringrazio per avere creato questo portale Antenati, per averci dato la possibilità di trovare le nostre origini, di avvicinarci così tangibilmente a chi eravamo.
Obrigado
Giancarlo Aldieri
NOTA BIBLIOGRAFICA
[1] E. M. Casalini O.S.M.- I. Dina- P. Ircani Menichini, Testi dei Servi della Donna di Cafaggio : ricordanze di S. Maria di Cafaggio, Firenze (1295-1332), ricordanze di S. Maria del Poggio, Pistoia (1296-1353), inventario di ex-voto d’argento all’Annunziata di Firenze (1447-1511), Firenze, Convento della SS. Annunziata, 1995, p. 11 v e 18 r.