Roberto Gastone Zeffiro Rossellini nacque a Roma l’8 maggio 1906, da Angiolo Giuseppe ed Elettra Bellan.
Di indole ribelle, abbandonò gli studi universitari, pur crescendo in un ambiente culturalmente vivace grazie al padre, che amava circondarsi di artisti e intellettuali.
Si avvicinò professionalmente al cinema lavorando inizialmente come rumorista, per poi diventare tecnico del doppiaggio e del montaggio. Solo successivamente iniziò a collaborare dietro la macchina da presa in qualità di assistente di registi come Goffredo Alessandrini e Francesco De Robertis.
Le sue prime opere – La nave bianca (1941), Un pilota ritorna (1942), L’uomo dalla croce (1943) – risentirono del clima della propaganda fascista, una fase che in seguito cercò di superare con un cinema più aderente alla realtà.
La svolta arrivò nel dopoguerra con Roma città aperta (1945), realizzato con la collaborazione di Federico Fellini e interpretato, tra gli altri, da Anna Magnani, con la quale intrattenne anche una relazione. Il film segnò l’avvio del neorealismo e diede a Rossellini notorietà internazionale.
Nel 1948 iniziò la relazione con Ingrid Bergman, dando vita a un sodalizio artistico e personale che portò a film come Stromboli – Terra di Dio (1950) ed Europa ’51 (1952). Queste opere, inizialmente controverse, furono in seguito rivalutate e influenzarono profondamente i giovani critici francesi della Nouvelle Vague, che riconobbero nella sua aderenza al reale una forte modernità.
Dopo un periodo trascorso in India, tornò al cinema affrontando nuovamente i temi della guerra con film come Il generale Della Rovere (1959) premiato con il Leone d’Oro al Festival di Venezia (ex aequo con La grande guerra di Mario Monicelli) ed Era notte a Roma (1960).
Gli anni ’50 segnarono, invece, l’avvicinamento di Rossellini alla televisione, da lui considerata uno strumento più diretto per raggiungere ed educare il grande pubblico. Animato da questo spirito, indirizzò progressivamente la propria attività verso opere a carattere storico, filosofico e scientifico, privilegiando uno stile sobrio ed essenziale, privo di artifici spettacolari. Tra i lavori più significativi si ricordano L’età del ferro (1964), La presa di potere diLuigi XIV (1966), Socrate (1971), Blaise Pascal (1972) e Cartesius (1974).
Roberto Rossellini morì a Roma il 3 giugno 1977 in seguito a un attacco cardiaco.
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1906
Per approfondimenti sulla figura di Roberto Rossellini, vedi la voce sull’Enciclopedia del cinema a cura di Edoardo Bruno.
Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1906
Corradino Gaetano Maria Concezio D’Ascanio nacque a Popoli (PE) il 1° febbraio 1891 da Giacomo e Anna De Michele.
Fin da giovane mostrò una forte passione per l’aviazione, allora agli esordi, tanto che a soli sedici anni riuscì a sollevarsi per qualche metro con un aliante progettato da lui stesso.
Laureatosi nel 1914 in ingegneria industriale al Politecnico di Torino, entrò come ufficiale nel Battaglione aviatori, coniugando le proprie competenze tecniche con l’interesse per il volo, fino a brevettare un autopilota nel 1916.
Due anni più tardi, nel 1918, si congedò dall’esercito per lavorare presso l’industria di Ottorino Pomilio a Torino, progettando diversi velivoli, tra cui un bombardiere leggero, un ricognitore e un caccia. L’attività proseguì anche durante il trasferimento dell’azienda negli Stati Uniti, dove collaborò con Ugo Veniero D’Annunzio, figlio di Gabriele, allora progettista presso la Caproni Airlines di Detroit.
Tornato in Italia nel 1920, aprì a Popoli uno studio di ingegneria e avviò studi sul volo verticale, che portarono nel 1925 al brevetto di un elicottero a eliche coassiali. Nei vent’anni successivi sviluppò numerosi prototipi, offrendo un contributo rilevante sebbene non pienamente riconosciuto.
Parallelamente si dedicò ad alcune invenzioni più pratiche: tra queste figurano un forno elettrico per la cottura di pane e dolci, un sistema per rilevare la velocità delle automobili (1925), anticipatore degli autovelox, e un dispositivo per la ricerca automatica di dati, antesignano dei moderni motori di ricerca.
Tuttavia, l’invenzione che lo rese celebre fu quella che lui amò meno: su incarico di Enrico Piaggio, progettò un nuovo tipo di motoveicolo, la Vespa, il cui brevetto fu registrato il 23 aprile 1946. Il grande successo dello scooter fu determinato dal costo contenuto, dai consumi ridotti e dall’elevata maneggevolezza, rendendolo di fatto, nel dopoguerra, la “vettura a due ruote” degli Italiani.
Nel 1961, si ritirò dal lavoro, dopo aver concluso sia l’attività in Piaggio sia la carriera accademica all’Università di Pisa, dove dal 1937 insegnava disegno di macchine e progettazione.
Morì a Pisa il 5 agosto 1981.
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Pescara > Stato civile italiano > Popoli > 1891
Per approfondimenti sulla figura di Corradino d’Ascanio, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Alberto Mondini.
Archivio di Stato di Pescara > Stato civile italiano > Popoli > 1891
Adele Casagrande nacque a Roma il 24 novembre 1897.
Ancora giovanissima decise di inaugurare un negozio di pelletteria e pellicce nel cuore della Capitale, in via del Plebiscito.
Quando nel 1925 sposò Edoardo Fendi, anch’egli romano, nato l’8 agosto 1904, i due iniziarono a gestire insieme l’attività, scegliendo di ridenominarla con il cognome di lui.
Il negozio, dapprima a conduzione familiare, cominciò presto a distinguersi per la qualità dei materiali e l’abilità manifatturiera. L’espansione e il successo arrivarono rapidamente: in breve tempo, il marchio Fendi divenne un vero e proprio simbolo di eccellenza artigianale.
Negli anni ’40, la guida dell’azienda passò alle cinque figlie (Paola, Anna, Franca, Carla e Alda), che la trasformarono in una realtà di respiro globale, grazie a intuizioni lungimiranti. Due momenti in particolare ne segnarono la storia: il sodalizio con lo stilista Karl Lagerfeld, che rivoluzionò il concetto di pelliccia e ideò l’iconico logo con la doppia “F”, e la creazione nel 1997 della “Baguette” da parte di Silvia Venturini Fendi, consacrata come la prima “it-bag” della storia.
In un moto di costante evoluzione, da piccola bottega di quartiere, Fendi è diventata una delle “maison” più influenti al mondo, confermandosi interprete d’eccellenza e punto di riferimento dell’artigianato italiano.
Puoi consultare gli atti di nascita di Adele Casagrande ed Edoardo Fendi sul Portale Antenati, rispettivamente: Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1897 e Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1904
Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1897Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1904
Alfonsa Morini nacque a Castelfranco Emilia il 12 marzo 1881 da Carlo e Virginia Marchesini, entrambi braccianti.
Sin da ragazza, mostrò una forte passione per il mondo della bicicletta, partecipando a diverse competizioni locali e guadagnandosi l’appellativo di “diavolo in gonnella”.
La sua vocazione sportiva incontrò una forte resistenza da parte dei genitori, mentre trovò nel marito, Luigi Strada, un convinto sostenitore. Tanto che in occasione del loro matrimonio, celebrato il 26 ottobre 1915, Luigi le donò una bicicletta da corsa. L’anno successivo la coppia si trasferì a Milano, dove Alfonsina iniziò ad allenarsi con maggiore costanza.
Già prima del matrimonio aveva, in realtà, ottenuto importanti risultati sportivi: nel 1907, a Torino, era stata nominata «miglior ciclista italiana»; nel 1909, al Grand Prix di Pietroburgo, aveva ricevuto una medaglia dallo zar Nicola II e, nel 1911, a Moncalieri aveva stabilito il record di velocità femminile.
Successivamente, nel 1917 e nel 1918, in piena guerra mondiale, Morini partecipò al Giro di Lombardia, una delle principali competizioni italiane. Tuttavia, l’episodio più celebre della sua carriera fu la partecipazione al Giro d’Italia del 1924, dove venne ammessa con un certo scetticismo.
Più che in ogni altra competizione precedente, la sua motivazione era mossa anche da questioni economiche: il marito Luigi, infatti, dopo anni di malattia, era stato rinchiuso in un manicomio e tutto il sostentamento della famiglia, che nel mentre si era allargata con l’arrivo di una figlia, gravava sulle spalle della donna.
Alla partenza da Milano i partecipanti erano novanta, tra questi una sola donna: Alfonsina Strada.
Come ricordano i quotidiani del tempo, la sua presenza rubò la scena agli altri corridori uomini ben più noti di lei, che ad ogni tappa veniva accolta con calore e urla festanti, ricoperta di doni, spesso anche monetari.
Durante la corsa dell’ottava tappa (L’Aquila-Perugia), Morini Strada arrivò fuori tempo massimo; tuttavia, – visto l’eco delle sue gesta e considerando infortuni e cadute – i giudici le consentirono di proseguire la corsa pur non considerandola più in gara.
Al termine, Alfonsina fu una dei trenta partecipanti che completarono l’intera corsa.
Attorno agli anni ‘40 si ritirò dal mondo agonistico, aprendo a Milano un negozio di biciclette che gestì assieme al marito.
Il 13 settembre 1959, a causa di un malore, Alfonsina Morini Strada morì all’età di 68 anni.
Puoi consultare l’atto di nascitasul Portale Antenati: Archivio di Stato di Modena > Stato civile italiano > Castelfranco dell’Emilia > 1891
Archivio di Stato di Modena > Stato civile italiano > Castelfranco dell’Emilia > 1891
Eugenio Giovanni Francesco Torelli nacque a Napoli il 26 marzo 1842, da Francesco e Joséphine Viollier. Rimasto orfano, a soli quattordici anni fu affidato alle cure della sorella Luisa, che ne seguì la formazione durante gli anni dell’adolescenza.
Profondamente influenzato dall’eco delle imprese garibaldine, decise in giovane età di unirsi alle truppe guidate dal nizzardo, partecipando alla lotta contro il potere borbonico e schierandosi a favore dell’unità d’Italia. Quando, però, i reparti nei quali aveva militato furono dichiarati irregolari e conseguentemente sciolti, fece ritorno a Napoli, dove trovò impiego presso l’amministrazione sabauda.
Parallelamente a questo, nel 1861 cominciò a lavorare per L’Indipendente, quotidiano fondato da Alexandre Dumas. La collaborazione si trasformò rapidamente in un rapporto di stretta fiducia: Torelli ne divenne, infatti, segretario personale e principale collaboratore. Non a caso, quando Dumas rientrò a Parigi, Torelli lo seguì e fu allora che scelse di adottare stabilmente anche il cognome materno, Viollier, in omaggio alla madre scomparsa e al Paese che lo stava accogliendo.
Nel 1865 si trasferì a Milano, città nella quale consolidò la propria esperienza giornalistica, assumendo di fatto la direzione di due tra le più importanti testate edite dalla Casa Editrice Sonzogno e del quotidiano La Lombardia.
Proprio a partire da queste esperienze maturò l’idea di fondare il Corriere della sera, un quotidiano liberale e moderato, il cui primo numero fu pubblicato il 5 marzo 1876, primo giorno di Quaresima, quando a Milano, secondo tradizione, non uscivano giornali. Una scelta non casuale, che contribuì a segnare fin dall’inizio la sua identità.
Sin dagli esordi, ottenne un significativo successo di pubblico e risultati economici rilevanti, riflettendo la visione del suo fondatore, che aspirava a un giornalismo serio, efficiente e indipendente, orientato al liberalismo moderato e monarchico, ma capace di stimolare un dibattito equilibrato sulle questioni di attualità.
A partire dagli anni Novanta, dovette tuttavia affrontare le prime difficoltà economiche, dovute a investimenti non fortunati e problemi di salute che lo costrinsero a lunghi periodi di riposo. In tali frangenti, e sempre più spesso negli anni successivi, la guida del giornale fu affidata a diverse personalità, le cui scelte editoriali non sempre rispecchiarono pienamente la sua visione originaria.
Colpito da un’endocardite, Eugenio Torelli Viollier morì a Milano il 26 aprile 1900.
Nel suo testamento, oltre i familiari, dispose una piccola somma per ciascuno dei suoi operai, come anche altre a beneficio di alcune istituzioni milanesi. Tra questi, in particolare, si ricorda un consistente lascito per la costruzione di un sanatorio a Milano, testimonianza della sua attenzione alla dimensione sociale e civica della sua città.
Puoi consultare l’atto di nascitasul Portale Antenati: Archivio di Stato di Napoli > Stato civile della restaurazione (quartieri di Napoli) > Chiaia > 01/01/1842-20/05/1842
Per approfondimenti sulla figura di Eugenio Torelli Viollier, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Mauro Forno.
Archivio di Stato di Napoli > Stato civile della restaurazione (quartieri di Napoli) > Chiaia > 01/01/1842-20/05/1842
A volte un cognome non cambia per scelta, ma perché cambia il luogo in cui una famiglia vive. Seguendo le persone nei loro spostamenti, anche il nome che le identifica si trasforma, adattandosi ai dialetti, alle amministrazioni e alla lingua del territorio attraversato.
La mia ricerca genealogica nasce proprio dal tentativo di dare un senso a questo cambiamento, partendo da un cognome che ho sempre dato per scontato e che, invece, si è rivelato il risultato finale di una lunga evoluzione.
Dalla Valle: il cognome nella forma attuale
La motivazione iniziale era semplice: capire da dove provenisse il mio cognome e se fosse possibile ricostruire una storia familiare più ampia rispetto a quella tramandata oralmente. Nei primi anni Duemila, quando Internet iniziava a offrire i primi strumenti di ricerca sull’origine dei cognomi, consultai alcuni siti che raccoglievano informazioni generiche e spesso non documentate. Da queste ricerche emergeva l’esistenza di diversi rami principali del cognome Dalla Valle, tra cui uno Vicentino dal quale la mia famiglia pensava di provenire. In una delle fonti inoltre compariva anche un gruppo di Dalla Val presente nel Veronese. Mancando però documenti originali, riferimenti archivistici e strumenti digitali strutturati, non fui in grado di stabilire alcun collegamento concreto con la mia famiglia. In assenza di ulteriori riscontri, la ricerca si arrestò.
La vera svolta arrivò nel 2017, quando venni a conoscenza del Portale Antenati. Per la prima volta avevo accesso diretto ai registri di stato civile e a fonti ufficiali consultabili da casa. Questa possibilità mi spinse a riprendere la ricerca in modo più sistematico e consapevole.
Le informazioni tramandate oralmente in famiglia si fermavano al mio bisnonno Angelo, nato a Castelnuovo del Garda nel 1899 e morto a Ponti sul Mincio negli anni Settanta. L’obiettivo iniziale era quindi superare quel limite e verificare se i documenti confermassero quanto ricordato in famiglia. Grazie alla consultazione dei registri di stato civile disponibili sul Portale Antenati e a un approfondimento presso il Centro FamilySearch di Brescia, emerse che anche il padre di Angelo era nato a Castelnuovo del Garda e che morì nel 1930 a Monzambano, paese in cui la mia famiglia risiede tuttora. Dal certificato di morte risultava inoltre il nome di suo padre: Agostino. Tornando sugli indici decennali di cittadinanza e residenza di Ponti sul Mincio, individuai Agostino (1873) e Francesco (1872), entrambi figli di Giovanni, con ogni probabilità fratelli.
Dalla Val: il cognome nella forma intermedia
Il risultato che speravo di ottenere era la conferma di una linea familiare coerente e lineare; ciò che trovai, invece, aprì uno scenario del tutto inatteso. Poiché il registro relativo ad Agostino risultava mancante, consultai quello di Francesco, dal quale emerse che era nato a San Massimo all’Adige. Questo dato mi costrinse a spostare la ricerca in un’area geografica che fino a quel momento non avevo mai preso in considerazione. Proseguendo l’indagine nei fogli di famiglia delle anagrafiche austriache, relativi al periodo del Regno Lombardo-Veneto, scoprii un elemento decisivo: il cognome originario non era Dalla Valle, bensì Dalla Val.
A quel punto divenne chiaro che il cognome che avevo sempre conosciuto non corrispondeva alla forma originaria. Nel comune di Verona durante il regno Lombardo-Veneto risultavano solamente famiglie Dalla Valle, mentre a San Massimo erano presenti esclusivamente famiglie Dalla Val, a dimostrazione che si trattava di rami distinti. Il cognome, dunque, era già cambiato una prima volta e la forma attuale mi aveva inizialmente condotto verso un contesto che con la mia famiglia aveva poco a che fare. Questa consapevolezza fu uno dei momenti più significativi dell’intera ricerca.
La ricerca riprese con nuovo slancio nel 2025, quando decisi di affiancare alle fonti digitali una vera e propria ricerca sul campo. Consultando i registri parrocchiali di Ponti sul Mincio, riuscii a colmare un vuoto documentale fondamentale. Qui scoprii che nel 1872 il padre di Agostino e Francesco morì a Ponti sul Mincio. È proprio in questo contesto che
avviene il cambiamento: il cognome Dalla Val si stabilizza definitivamente nella forma Dalla Valle, probabilmente influenzato da una progressiva italianizzazione del nome, tipica della seconda metà dell’Ottocento.
Zandaval: il cognome nella forma originaria
Le ricerche successive presso la parrocchia di San Massimo permisero di risalire ancora più indietro nel tempo. L’accesso diretto ai registri non fu possibile, ma grazie all’autorizzazione della Cancelleria vescovile di Verona e alla collaborazione del caro Valeriano (responsabile degli archivi parrocchiali di San Massimo), che ha svolto per mio conto un’attenta e scrupolosa ricerca sui documenti più antichi, fu possibile consultare i registri delle anime e altra documentazione storica. A lui va un sincero ringraziamento, perché senza il suo lavoro questa ricostruzione non sarebbe stata possibile.
Come appare nei documenti più antichi, il primo Dalla Val presente in archivio è Giovanni “Zandaval”, proveniente da Fane, che sposò nel 1740 la Sanmassimese Elisabetta Biribin. In una fase intermedia il cognome viene latinizzato nella forma “A Valle”, per poi stabilizzarsi in Dalla Val, a conferma di un processo di adattamento linguistico e amministrativo tipico dell’epoca. L’analisi complessiva dei documenti ha permesso di ricostruire l’origine comune di tutte le famiglie Dalla Val di San Massimo, discendenti da questo capostipite.
Ancora oggi il cognome Zandaval, seppur raro, è presente nelle zone della Lessinia, dove i rami rimasti hanno conservato la forma originaria.
Il risultato più importante di questa ricerca non è stato solo ricostruire una linea genealogica, ma comprendere come il cognome della mia famiglia sia cambiato nel corso del tempo e come l’attuale forma Dalla Valle mi abbia inizialmente allontanato dalla vera origine familiare. Questa esperienza conferma quanto, nella ricerca genealogica, i cognomi non siano punti fermi, ma tracce in continuo movimento, profondamente legate alla storia delle persone che li hanno portati.
Guglielmo Calderini nacque a Perugia il 3 marzo 1837, da Francesco e Antonia Poggini.
Compì gli studi nella città natale, per poi frequentare l’università a Torino e Roma, dove ottenne il diploma di ingegnere architetto.
Ricoprì numerosi incarichi negli uffici del Genio civile e nella Soprintendenza ai Monumenti del Lazio. Parallelamente all’attività professionale svolse un’intensa attività didattica: fu docente di Architettura presso l’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia dal 1868 al 1882, per poi insegnare negli atenei di Pisa e Roma.
Formatosi nel clima culturale dell’Italia post-unitaria, Calderini aderì al linguaggio dell’eclettismo accademico, caratterizzato dalla rielaborazione di modelli storici e dalla ricerca di soluzioni monumentali e rappresentative. Tale impostazione emerge sia nelle opere realizzate sia nei progetti presentati ai numerosi concorsi cui partecipò. In particolare, nella capitale umbra realizzò Palazzo Bianchi (1888-1904), Palazzo Cesaroni – attuale sede del Consiglio regionale dell’Umbria –, i bagni pubblici e la Chiesa di San Costanzo con portico.
La notorietà di Calderini resta tuttavia legata soprattutto a due opere romane: la progettazione e realizzazione del quadriportico della Basilica di San Paolo fuori le mura e, soprattutto, il Palazzo di Giustizia, noto come Palazzaccio. In particolare in quest’ultimo edificio il linguaggio eclettico dell’architetto si tradusse in un’imponente costruzione di ispirazione tardo-rinascimentale e barocca, concepita per esprimere solennità e autorità istituzionale. I lavori, iniziati tra il 1887 e il 1888, si protrassero a lungo e l’opera fu completata solo nel 1910. La realizzazione richiese tempi molto estesi e, una volta ultimata, fu oggetto di critiche sia per le controversie tecniche e amministrative che avevano accompagnato il cantiere, sia per le valutazioni negative di carattere estetico.
Malgrado le polemiche, il Palazzo di Giustizia rimase l’opera più emblematica della sua carriera e una delle testimonianze più significative dell’eclettismo monumentale dell’Italia post-unitaria.
Guglielmo Calderini trascorse gli ultimi anni della sua vita a Roma, dove morì il 12 febbraio 1916.
Puoi consultare l’atto di mortesul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1916
Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1916
Emilio Gino Segrè nacque a Tivoli, in provincia di Roma, il 1° febbraio 1905*, all’interno di una famiglia ebrea, agiata e culturalmente attiva. Il padre, Giuseppe, era dirigente di industrie cartiere operanti a Roma, mentre la madre, Amelia Susanna Treves, era figlia di un noto architetto fiorentino.
Dopo gli studi classici, si iscrisse alla facoltà di Ingegneria, che frequentò con scarso entusiasmo e profitto. Fu l’incontro con Enrico Fermi a segnare una svolta decisiva nel suo percorso scientifico: attratto dalla fisica teorica e sperimentale, decise di cambiare corso di studi, laureandosi in Fisica nel 1928 presso l’Università di Roma. In quegli anni entrò a far parte del celebre gruppo de’ “i ragazzi di via Panisperna”, con il quale collaborò a numerose ricerche che contribuirono in modo determinante a uno dei periodi più fecondi della fisica italiana del Novecento.
Subito dopo la laurea e il servizio di leva, Segrè iniziò a dedicarsi interamente alla ricerca scientifica.
Tra il 1932 e il 1936 fu assistente professore a Roma, per poi trasferirsi a Palermo, dove assunse la direzione dell’Istituto di Fisica dell’Ateneo. Fu proprio durante il periodo palermitano che compì una delle sue scoperte più rilevanti: l’identificazione – insieme a Carlo Perrier – del tecnezio, il primo elemento chimico ottenuto artificialmente dall’uomo, una scoperta di enorme rilievo, che aprì nuove prospettive nella comprensione della struttura della materia e trovò successivamente importanti applicazioni in ambito medico, in particolare nella diagnostica nucleare.
Nel 1937, Segrè si recò negli Stati Uniti per approfondire le proprie ricerche presso il Radiation Laboratory di Berkeley, in California. L’emanazione delle leggi razziali in Italia nel 1938 gli impedì di rientrare nel Paese, costringendolo di fatto a un esilio scientifico che sarebbe diventato – per sua scelta – definitivo. Negli Stati Uniti, infatti, proseguì con successo la propria carriera accademica, ottenendo la cittadinanza statunitense nel 1944.
Durante il periodo della Seconda guerra mondiale, partecipò al “progetto Manhattan”, collaborando nei laboratori di Los Alamos alla realizzazione delle prime bombe atomiche. Terminato il conflitto, nel 1946 fece ritorno in California e nel 1955 si stabilì definitivamente nei pressi di Lafayette.
Nel dopoguerra le sue ricerche si concentrarono sui problemi di fisica nucleare e di fisica delle particelle elementari. Tra i risultati più significativi, spicca la scoperta dell’antiprotone, che nel 1959 gli valse il premio Nobel per la fisica.
Nel 1974, rientrò in Italia per ricoprire la cattedra di fisica nucleare presso l’Università “Sapienza” di Roma. Tuttavia, raggiunta l’età pensionabile, dopo circa un anno decise di ritirarsi nuovamente in California, dove continuò a dedicarsi allo studio, alla divulgazione scientifica e alla riflessione storica sullo sviluppo della fisica del Novecento .
Emilio Segrè morì il 22 aprile del 1989 a Lafayette.
Le sue spoglie oggi riposano presso il cimitero di Tivoli.
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano (registri dei comuni) > Tivoli > 1905
Per approfondimenti sulla figura di Emilio Segrè, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Giovanni Battimelli
* La data di nascita di Emilio Segrè è talvolta erroneamente indicata come 30 gennaio; in realtà – come si può osservare dall’atto di nascita – nacque il 1° febbraio 1905, mentre la registrazione anagrafica avvenne il 5 dello stesso mese.
Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano (registri dei comuni) > Tivoli > 1905
Mario Alberto Ettore Monicelli nacque a Roma il 16 maggio 1915.
Il padre, Tomaso, giornalista e drammaturgo, fu direttore de Il resto del Carlino e dell’Avanti!, mentre la madre, Maria Carreri, una casalinga.
Cresciuto in un ambiente culturalmente vivace e stimolante, sviluppò presto una spiccata curiosità culturale. Dopo le scuole a Roma e il liceo tra Viareggio, Prato e Milano, entrò in contatto con un gruppo di giovani destinati a diventare protagonisti della cultura italiana del Novecento. Accanto al cugino Arnoldo Mondadori, frequentò il poeta Vittorio Sereni, il futuro regista Alberto Lattuada e altri giovani intellettuali. Da questo ambiente nacque la collaborazione con il settimanale Camminare, dove si occupò di critica cinematografica.
Fu, però, a metà degli anni Trenta che diede inizio ai primi esperimenti dietro la macchina da presa, realizzando nel 1934 il cortometraggio Cuore rilevatore, e collaborando, l’anno seguente, con Alberto Mondadori per il lungometraggio I ragazzi di via Pàl, che venne proiettato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Nel 1940, immediatamente dopo il conseguimento della laurea presso l’Università di Pisa, si arruolò.
Al termine del secondo conflitto mondiale, intraprese stabilmente la carriera cinematografica, facendo spesso coppia con Pietro Germi e Stefano Vanzina, e muovendosi con disinvoltura tra generi diversi, dalla commedia al film d’avventura, fino al dramma. Il sodalizio con Vanzina si concluse nel 1953, dopo aver dato alla luce alcune delle commedie più rappresentative del Dopoguerra, tra cui Totò cerca casa (1949), Guardie e ladri (1951), premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura, Le infedeli e Totò e le donne.
Nel 1957, vinse il premio per la miglior regia al Festival di Berlino con Padri e figli; mentre con La grande guerra (1959) ottenne il Leone d’Oro e la candidatura all’Oscar come miglior film in lingua straniera. Una seconda candidatura arrivò nel 1963 con I compagni, per la migliore sceneggiatura originale. Questi, assieme a I soliti ignoti, sono unanimemente considerati tra i suoi capolavori.
Con L’armata Brancaleone (1966) e Brancaleone alle crociate (1970) mise in scena un Medioevo grottesco e tragicomico, reso memorabile dall’invenzione di una lingua maccheronica e originale. Negli anni Settanta la sua ricerca lo portò a confrontarsi con un presente più cupo: Un borghese piccolo piccolo (1977) Un borghese piccolo piccolo (1977) segnò una svolta verso un registro decisamente più drammatico, distante dai toni precedenti. Con Il marchese del Grillo (1981), interpretato da Alberto Sordi, tornò invece a una vena più ironica, che gli valse l’Orso d’Argento per la miglior regia al Festival di Berlino nel 1982.
Negli ultimi vent’anni della sua vita si concentrò sul racconto dei vizi e delle contraddizioni della famiglia media italiana, affrontati in film come Speriamo che sia femmina (1986) e Parenti serpenti (1991), caratterizzati da uno stile grottesco, paradossale e intriso di humour nero. Accanto all’attività cinematografica, si dedicò anche alla regia teatrale, sia lirica sia di prosa.
Pur rallentando progressivamente i ritmi di lavoro, non venne mai meno alla sua lucidità intellettuale e assunse un ruolo sempre più attivo nell’impegno civile, partecipando apertamente a iniziative di protesta contro i tagli alla cultura e al settore dello spettacolo.
Nel 1991 gli fu conferito il Leone d’Oro alla carriera.
Il 29 novembre 2010, segnato da una lunga malattia, Mario Monicelli si tolse la vita.
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1915
Per approfondimenti sulla figura di Mario Monicelli, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Stefano Della Casa.
Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1915
Giuseppe Caffo nacque il 16 giugno 1865 a Santa Venerina, in provincia di Catania, da Venerando e Maria Russo, entrambi braccianti agricoli.
Nel 1915 acquistò la sua prima distilleria, denominata «Caffo Giuseppe fu Venerando – distilleria alcol e tartarici». L’’attività iniziale era rivolta alla produzione di alcol e di derivati della vinificazione, ma col tempo, attraverso una progressiva ricerca sulle materie prime naturali, iniziò a sviluppare ricette di liquori ottenuti da erbe aromatiche e officinali, che incontrarono rapidamente il favore del mercato.
Il successo delle prime produzioni portò Giuseppe a coinvolgere tre dei suoi cinque figli maschi – Santo, Sebastiano e Giuseppe – che insieme diedero vita alla «Distilleria F.lli Caffo».
Tra i fratelli, Sebastiano fu colui che seguì più da vicino le orme paterne, divenendo a sua volta un esperto mastro distillatore e contribuendo in modo determinante alla crescita dell’attività familiare.
Nel 1952 la famiglia Caffo ricevette la proposta di rilevare una distilleria a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, a pochi chilometri da Capo Vaticano. Questa località calabrese venne individuata come una posizione strategica, destinata a diventare la sede storica del Gruppo, sulla quale i fratelli decisero di concentrare i loro sforzi imprenditoriali.
Questo assetto rimase invariato fino al 1966, quando la società si sciolse a seguito della morte di Santo e del trasferimento di Giuseppe in Australia. La guida dell’azienda passò quindi a Sebastiano, affiancato dal figlio Giuseppe Giovanni, detto Pippo, attuale presidente del Gruppo.
Da quel momento, la distilleria di Limbadi divenne il principale centro produttivo. E proprio qui, negli anni Settanta, nacque il liquore dedicato a Capo Vaticano: il celebre Vecchio Amaro del Capo. Un prodotto innovativo per l’epoca, composto da circa 29 erbe, radici e frutti del territorio calabrese, caratterizzato da una nota dolciastra, allora inusuale per gli amari tradizionali.
Nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri, l’azienda ha continuato a espandersi, diversificando la produzione con brandy, grappe e altri liquori, acquisendo marchi storici e rafforzando la presenza sui mercati internazionali, pur mantenendo al contempo un forte legame con il territorio e con le tradizioni.
Puoi consultare l’atto di nascitasul Portale Antenati: Archivio di Stato di Catania > Stato civile della restaurazione > Santa Venerina > 1865