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HomeStorie di famiglia

Archivi: Storie

Eduardo De Filippo nacque a Napoli, in via Vittoria Colonna 5, il 26 maggio 1900.

Figlio illegittimo di Luisa De Filippo e del noto attore Eduardo Scarpetta, non fu riconosciuto alla nascita.

Dall’unione dei due nacquero anche Titina e Peppino, e tutti e tre vennero introdotti sin dalla più tenera età ai palcoscenici napoletani, partecipando come comparse o in ruoli minori nella compagnia del fratellastro Vincenzo Scarpetta.

A questa compagnia, impegnata prevalentemente nella messa in scena delle commedie paterne o in rivisitazioni della tradizione, Eduardo rimase legato fino agli inizi degli anni Venti, firmando le sue prime prove di drammaturgia come, ad esempio, Ho fatto il guaio, riparerò…, che sarebbe poi diventata celebre con il titolo di Uomo e galantuomo, uno dei suoi lavori di maggior successo.

Rigoroso e severo, ma dotato di una sagacia comica e di un’originale inventiva, De Filippo faticò non poco per ottenere uno spazio autonomo nei teatri napoletani. Con i fratelli Titina e Peppino fondò una propria compagnia, attraverso la quale mise in scena diverse sue opere, talvolta sotto pseudonimo e con successi alterni. Fin quando, il 25 dicembre 1931, debuttò con Natale in casa Cupiello, segnando il felice avvio della Compagnia del “Teatro Umoristico I De Filippo”.

Gli anni successivi furono caratterizzati da un’intensa e fruttuosa attività – fra opere proprie e adattamenti – che progressivamente portarono De Filippo ad avvicinarsi anche al mondo cinematografico, in qualità di regista e attore. Tra i tanti lavori, nel 1950, diresse e recitò accanto a Totò in Napoli milionaria! e collaborò con Vittorio De Sica, scrivendo per lui alcune sceneggiature, tra cui L’oro di Napoli (1954) e curando l’adattamento di Matrimonio all’italiana (1964), rifacimento di Filumena Marturano.

Nel 1948, diede fondo a tutti i suoi risparmi e acquistò il semidistrutto teatro San Ferdinando, che, inaugurato nel 1954, fu il luogo in cui il dialetto napoletano venne elevato a lingua artistica, contribuendo così a riconoscere il “teatro dialettale” come “teatro d’arte.” Questo fu, forse più di ogni altro, il palcoscenico d’eccellenza in cui Eduardo mise in scena la sua visione della società, creando un ritratto della piccola borghesia napoletana, sempre centrale nei suoi lavori.

Il suo modo di scrivere e mettere in scena hanno profondamente influenzato il teatro moderno, la drammaturgia e la commedia, attualizzando l’eredità del teatro di Pulcinella – grazie anche alla sua finezza recitativa – e portandolo in tutto il mondo.

Dopo aver ricevuto due lauree honoris causa a Birmingham (1977) e Roma (1980), fu nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Sandro Pertini nel settembre 1981.

Eduardo De Filippo morì a Roma il 31 ottobre 1984.

Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Napoli, Stato civile italiano (quartieri di Napoli), Chiaia, Registro 33, suppl. 2

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Napoli

Per approfondimenti sulla figura di Eduardo De Filippo, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Stefano De Matteis.

Atto di nascita di Eduardo De Filippo
Archivio di Stato di Napoli, Stato civile italiano
(quartieri di Napoli), Chiaia, Registro 33, suppl. 2

Pasquale Vena nacque l’8 settembre 1871 a Pisticci (MT).

Partì ancora giovanissimo assieme ai fratelli per imbarcarsi verso l’America. Tuttavia, si fermò a Napoli, dove presso la pasticceria “Scaturchio” apprese i primi rudimenti dell’arte dolciaria.

Quando fece rientro nel paese natio, aprì il Caffè Vena, nel cui retrobottega nel 1894 cominciò a lavorare a varie miscele di erbe alla ricerca del liquore perfetto. Nacque così l’Amaro Lucano, che riscosse subito un successo tale da giungere sino a casa Savoia, di cui Vena divenne fornitore abituale.

L’azienda crebbe, aumentato la quantità produttiva e diventando una vera e propria realtà imprenditoriale.

Pasquale Vena morì a Pisticci nel 1937.

Dopo la sua morte, nonostante l’interruzione forzata a causa della Seconda guerra mondiale, l’eredità venne raccolta dai figli, che favorirono il prosperare dell’azienda di famiglia, che nel 1965 raggiunse gli oltre 110 mila litri di amaro venduti.

Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Matera > Stato civile italiano > Pisticci > 1871

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Matera

Archivio di Stato di Matera > Stato civile italiano > Pisticci > 1871

Lorenzo Leone Antonio Maria Respighi nacque a Cortemaggiore (PC) il 7 ottobre 1824.

Rimasto presto orfano di entrambi i genitori, fu affidato alle cure dapprima dal fratello e poi di un prozio.

Terminati gli studi liceali, si iscrisse alla facoltà di Matematica e fisica di Bologna, dove si laureò ad honorem nel 1847 e dove, nel 1851, fu nominato professore di Ottica e astronomia. Pochi anni più tardi gli fu affidata la direzione dell’Osservatorio astronomico della città.

Nel 1864, Respighi, cattolico praticante, rifiutò di prestare il giuramento di fedeltà al governo sabaudo, probabilmente per motivi di coscienza e lealtà nei confronti del papa, venendo così destituito da tutti gli incarichi ufficiali.

Tuttavia, l’anno successivo il pontefice Pio IX lo nominò titolare della cattedra di Ottica e astronomia presso il collegio “La Sapienza” di Roma e, in seguito, direttore dell’Osservatorio Capitolino.

Nel corso della sua lunga carriera si occupò di numerose ricerche in vari campi dell’astronomia, tra cui la cromosfera solare e le relazioni tra macchie e protuberanze, le misurazioni quotidiane del diametro del sole, lo spettro delle macchie solari, l’analisi di diversi fenomeni cometari, la latitudine del Campidoglio e di Monte Mario, la longitudine di Roma e di Milano e compilò un prezioso catalogo di oltre 2534 stelle.

Lorenzo Respighi morì a Roma il 10 dicembre 1889.

Puoi consultare gli atti di nascita e morte sul Portale Antenati, rispettivamente: Archivio di Stato di Piacenza, Stato civile della Restaurazione, Cortemaggiore, 1824 e Archivio di Stato di Roma, Stato civile italiano, Roma, 1889

Gli originali sono conservati rispettivamente presso l’Archivio di Stato di Piacenza e  l’Archivio di Stato di Roma.

Per approfondimenti sulla figura di Lorenzo Respighi, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Ileana Chinnici.

Il suo archivio personale (1849-1890; 450 fascicoli) è conservato presso l’Archivio storico dell’Osservatorio Astronomico di Roma.

Archivio di Stato di Piacenza, Stato civile della Restaurazione, Cortemaggiore, 1824
Archivio di Stato di Roma, Stato civile italiano, Roma, 1889

Alba Carla Laurita de Céspedes nacque a Roma l’11 marzo 1911, da Laura Bertini Alessandrini, romana, e Carlos Manuel de Céspedes y Quesada, ambasciatore per Cuba in Italia. Suo nonno era Carlos Manuel de Céspedes, un rivoluzionario che dal 1869 al 1873 fu presidente della Repubblica cubana e fautore dell’abolizione della schiavitù.

A soli 15 anni, nel 1926, Alba sposò il conte romano Giuseppe Antamoro, per poi separarsene nel 1931.

Il contesto agiato e colto in cui crebbe le favorì un’educazione d’eccellenza, alimentando la sua vocazione per la scrittura e l’interesse per la politica, d’orientamento antifascista.

Sebbene fosse perfettamente bilingue in italiano e spagnolo, e conoscesse diverse altre lingue europee, per la sua produzione letteraria scelse l’italiano come lingua prevalente. Esordì nel 1935 con la pubblicazione della sua prima raccolta di poesie, L’anima degli altri, favorita anche dalla solida amicizia con Arnoldo Mondadori. Nel 1938, invece, pubblicò il suo primo romanzo, Nessuno torna indietro, con il quale vinse il Premio Viareggio l’anno successivo, che tuttavia le fu revocato per volere di Mussolini, a causa della sua militanza antifascista, che le era costata anche alcuni giorni di carcere.

I suoi scritti erano animati da un’attenta cura stilistica, tesa a una letteratura di qualità, in cui la forma era sempre accompagnata da uno spessore dei contenuti e una riflessione profonda su questioni etiche e sociali.

Durante la Seconda guerra mondiale, fu parte attiva della resistenza partigiana, operando con il nome di battaglia “Clorinda”.

A partire dal 1944, fondò e diresse la rivista Mercurio, che divenne un importante punto di riferimento per l’intellettualità italiana durante gli anni del dopoguerra, grazie anche alla collaborazione di penne di gran pregio. La rivista chiuse quattro anni più tardi, nel 1948. Da quel momento in poi, de Céspedes cominciò a collaborare con varie testate, come Epoca e La stampa di Torino.

Negli anni successivi, tra Roma, Cuba e Parigi, si dedicò intensamente alla scrittura, pubblicando numerosi romanzi, spesso ricchi di elementi autobiografici: l’insoddisfazione sentimentale, l’educazione femminile e la lotta per l’identificazione personale e collettiva. Tra i tanti titoli, si ricordano: Dalla parte di lei (1949), Quaderno proibito (1952), Prima e dopo (1955) e Il rimorso (1962).

L’ultimo suo lavoro, rimasto incompiuto, è un racconto autobiografico scritto tra gli anni Ottanta e Novanta, dedicato a Fidel Castro e alla Rivoluzione cubana, pubblicato postumo nel 2011 da Mondadori in occasione del centenario della sua nascita.

Alba de Céspedes morì a Parigi il 14 novembre 1997 dopo una lunga malattia.

Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma, Stato civile italiano, Roma, 1911

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Roma.

Il suo archivio personale (1876 – 1997), che consta 136 buste, circa 2100 fotografie e 4122 tra libri e opuscoli, è conservato presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori.

Atto di nascita di Albe de Céspedes
Archivio di Stato di Roma, Stato civile italiano, Roma, 1911

Gino Coppedè nacque a Firenze il 26 settembre 1866 da Mariano, di professione intagliatore, e Antonietta Bizzarri.

Dopo la Scuola professionale di arti decorative industriali, dove ebbe modo di affinare le sue competenze nella lavorazione del legno, si iscrisse all’Accademia di Belle Arti, diplomandosi in disegno architettonico nel 1896.

Il suo primo incarico di rilievo fu la progettazione e realizzazione del castello MacKenzie a Genova, che lo vide impegnato dal 1897 al 1906. L’edificio, ispirato all’architettura fiorentina, comprendeva una commistione di elementi esuberanti, alquanto inusuali per lo stile architettonico della città ligure, ma che gli valsero il favore della ricca borghesia locale.

Il cosiddetto “stile Coppedè” si basava, infatti, sull’amplificazione di elementi architettonici di diverse epoche, rielaborati in maniera originale ma armonica. Una novità nel panorama edilizio che, tuttavia, riuscì a conquistare l’apprezzamento della critica e del pubblico, avviando l’architetto a una brillante carriera, che lo rese celebre ben oltre i confini nazionali.

Numerosi, infatti, i progetti che portarono la sua firma in svariate città italiane: molti a Genova, ma anche a Napoli, Roma, nonché in numerose città del centro e sud Italia, come ad esempio a Messina, dove contribuì alla ricostruzione post-terremoto.

Dopo la Prima guerra mondiale, l’attività di Coppedè continuò vigorosa, grazie anche ai numerosi riconoscimenti e incarichi accademici di cui venne insignito.

Solo a seguito della morte della moglie Beatrice, figlia dello scultore Pasquale Romanelli, che aveva sposato nel 1889, decise di trasferirsi a Roma, per dedicarsi al completamento del celebre quartiere residenziale Dora, oggi meglio noto come “quartiere Coppedè”.

La ditta Cerruti – con cui intratteneva un saldo legame professionale – gli aveva commissionato la realizzazione di un quartiere signorile destinato a soddisfare la ricercatezza voluta dai romani dell’alta borghesia degli anni Venti. Qui il suo stile raggiunse l’apice dell’eclettismo, con una fusione di linguaggi architettonici che, seppur apparentemente inconciliabili, trovarono uno stupefacente equilibrio.

Gino Coppedè morì a Roma il 20 settembre 1927.

Puoi consultare l’atto di morte sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma, Stato civile italiano, Roma, 1927

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Roma.

Per approfondimenti sulla figura di Gino Coppedè, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Mauro Cozzi.

Una parte del suo archivio (100 disegni, 3 fotografie, 7 eliocopie; 1904-1920) è conservata presso l’Archivio di Stato di Firenze; una seconda parte (circa 102 disegni), relativa ad alcuni lavori che condivise con il fratello Adolfo, si trova presso l’Università degli studi di Genova. Biblioteca della Scuola Politecnica, sede di Architettura Nino Carboneri.

Archivio di Stato di Roma, Stato civile italiano, Roma, 1927

Menotti Vittorio Amedeo Bianchi, in arte Frate Menotti, nacque a Bari il 24 settembre 1863 da Tommaso e Angela de’ Liguori.

Si ritiene che fu il padre a insegnargli l’arte del disegno, che egli praticò realizzando caricature e disegni satirici che traevano ispirazione dagli eventi, i personaggi, le voci e i pettegolezzi della sua città. Pubblicò le prime illustrazioni sul settimanale umoristico barese Fra Melitone, dove – a partire dal 1888 – adottò lo pseudonimo di “Frate Menotti”, dal sapore fortemente anticlericale. A seguire collaborò con Il Figaro (1900-1902) e dal 1902 entrò a far parte della redazione del Don Ferrante fino al 1907. Di particolare rilievo fu anche la sua collaborazione con il quotidiano barese L’Oggi.

Nel frattempo, già a partire dal 1885 aveva trovato impiego presso la Banca Bitontina, dove lavorò sino al 1892, quando fu assunto dalla Camera di commercio di Bari.

Continuò parallelamente la sua attività di disegnatore, soprattutto nei momenti di pausa, trascorsi spesso nei caffè centrali di Bari, luoghi prediletti in cui amava sedersi per ritrarre i suoi concittadini in caricature pungenti e rappresentazioni mordaci, che non di rado si rivelavano aspre critiche alla società del suo tempo.

Tra le altre brevi collaborazioni, si annoverano quelle con il Piccolo giornale d’Italia e la Gazzetta di Puglia, da cui fu presto estromesso, non riuscendo a celare il disprezzo verso il conformismo fascista che iniziava a diffondersi anche tra la borghesia barese.

Negli ultimi anni della sua vita, diradò le pubblicazioni, tuttavia poco prima della sua morte, espresse il desiderio che le sue illustrazioni non andassero perdute e che la sua sua memoria fosse preservata proprio attraverso quei disegni.

La sua richiesta venne accolta da un gruppo di amici, di cui facevano parte l’editore Giovanni Laterza, l’archeologo Michele Gervasio, il vicedirettore dell’allora Biblioteca Consorziale, Francesco Colavecchio, nonché l’amico e poeta Armando Perotti. Questi, dopo aver acquisito gran parte dei suoi lavori, crearono il fondo Menotti Bianchi, una collezione comprendente oltre 800 tra tavole e disegni acquerellati, e ne fecero dono alla Biblioteca Nazionale “Sagarriga Visconti Volpe” di Bari, dove è tutt’oggi è conservato, assieme a circa 350 libri a lui appartenuti.

Frate Menotti morì a Bari l’11 settembre 1924

Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Bari, Stato civile italiano, Bari, 1863

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Bari.

Archivio di Stato di Bari, Stato civile italiano, Bari, 1863

Una vecchia cappelliera marrone, di quelle antiche, di cartone… da piccola era sempre un piacere aprirla e sfogliare le vecchie foto di mia nonna, che, a quei tempi, mi raccontava di persona “i fatterelli” legati a quelle immagini.

Ora sono pensionata e con piacere le ho riscoperte, cercando di dare un nome, delle date, un luogo… e così si sono rianimate. Con pazienza ho ricostruito le nascite, i matrimoni, le morti… si è aperto un mondo fino ad allora sconosciuto.

Scetáteve, guagliune ‘e malavita

Ca è ‘ntussecosa assaje sta serenata

Io sóngo ‘o ‘nnammurato ‘e Margarita

Ch’è ‘a femmena cchiù bella da ‘Nfrascata

(Libero Bovio, Guapparia)

Orsola Bruno forse non sarà stata “a’femmena cchiù bella da ‘Nfrascata”, ma certamente lo era agli occhi di Antonio De Cesare, che la scelse per sé, e visse a lungo con lei e i loro otto figli in questa strada, intorno al 1806.

I due erano nati all’incirca nel 1780.

In origine, la strada dell’Infrascata era un’ombrosa e impervia salita, fra alberi e arbusti, con un gran traffico di carretti e contadini che portavano derrate alimentari alle case signorili. Nel quartiere Avvocata, questa strada congiungeva il popolare centro storico con il nuovo quartiere del Vomero, dove la nobiltà̀ si era fatta costruire ville e palazzi. Dal 1869, i napoletani identificarono “l’Infrascata” con via Salvator Rosa.

Il trisavolo Giovanbattista Terzini e con la nonna Ester – la piccola a sinistra – nel 1893

Al tempo di Antonio, probabilmente la strada aveva già̀ perso il suo aspetto “bucolico” e si era ormai riempita di alti palazzi, botteghe, commercianti, bancarelle, con vivace e allegro vociare…  Antonio aveva una bottega di calzolaio, dove lavorava insieme ai figli, Vincenzo, Giuseppe e Raffaele. Mentre per le figlie femmine – Irene, Francesca e Maria – aveva avuto progetti diversi: Irene fu la prima a convolare a nozze; l’8 novembre del 1828 sposò un suo coetaneo, Giuseppe Ravallese, un giovane tipografo (“compositore di caratteri”), benestante, da cui ebbe cinque figli.

Mentre nel 1838, Francesca sposò Costanzo Mellino, gioielliere, figlio di una Gusumpaur, antica famiglia di orafi e mercanti in pietre preziose. Lo sposo aveva 40 anni e la sposa 26, e andarono ad abitare a Largo Materdei, casa dei Mellino.

Tuttavia, la famiglia De Cesare poté gioire per poco, poiché qualche anno più tardi, nel 1844, morì Giuseppe Ravallese, lasciando la moglie Irene De Cesare, incinta, con quattro figli piccoli. Due di questi, Nunzia e Carolina, moriranno poco dopo.

Nel 1851, infine, si sposò Maria, a 33 anni, con un calzolaio, Gennaro Saggiomo. Anche loro, purtroppo, persero presto uno dei loro gemelli, Vincenzo.

Degli altri figli di Antonio De Cesare, Giuseppe si sposò nel 1855, ormai quarantottenne, con Luigia Ambrosio, che però morì quattro anni dopo. Si risposò, così, a 53 anni con la vedova Angela Martone, che abitava nel Fondaco Santa Monica, al Cavone, una zona sovraffollata già a quei tempi, oggi corrispondente a via Francesco Saverio Correra – dove, al civico 22, nel 1861 era nato il generale Armando Diaz.

Nel 1853, a 32 anni, il mio avo Raffaele De Cesare sposò Carmela Santangelo, di diversi anni più giovane, che gli darà sette figli. Di questi, Luigi ed Anna moriranno rispettivamente nel 1861 e 1863. Ma l’evento più drammatico accadde nel 1864, quando la giovane moglie Carmela morì a 34 anni, dopo aver vagato da un ospedale all’altro, lasciando il marito con sei figli piccoli: Antonio, Gennaro, Luigi, Anna, Mariano e Concetta.

I bisnonni Giuseppe De Cesare e Carolina Terzini nel 1890

A quel punto, Raffaele decise di lasciare l’attività del padre per seguire quella di orafo del cognato Mellino, marito della sorella Francesca, che fortunatamente si rivelò redditizia. La bottega venne aperta prima nel Borgo Orefici, ma dopo il Risanamento fu trasferita in una traversa di via Toledo.

Nella strada dell’Infrascata c’era una bottega di barbiere, appartenente alla famiglia De Pascale. Fu gestita prima dal vecchio Vincenzo, poi ereditata dai figli Ferdinando e Raffaele, che arrotondavano facendo i “salassatori”.

Ferdinando De Pascale e Michela, vicini di casa e di bottega di Antonio, avevano sei figli. Tre maschi (Vincenzo, Francesco e Pasquale) e tre femmine (Teresa, Maria e Giuseppa).

Dopo pochi mesi dalla nascita dell’ultima rampolla Giuseppa, Ferdinando morì (a causa dell’epidemia di colera del 1854) a soli 43 anni, lasciando la vedova Michela a doversi occupare della numerosa prole. Così entrò in gioco la famiglia De Cesare…

Napule è mille paure,

Napule è a voce de’ criature ,

che saglie chianu chianu,e tu sai ca’ non si sulo…

(Pino Daniele, Naplule è)

Il nostro incisore-argentiere Raffaele De Cesare, anch’egli rimasto vedovo con cinque figli, sposò l’orfana Teresa De Pascale, che si fece carico dei suoi piccoli, dando allo sposo altri cinque pargoli: Giuseppe, Giovanni, Francesco, Assunta ed Eduardo.

La vedova De Pascale riuscirà̀ anche a portare all’altare altre due figlie: Giuseppa e Maria.

Nonna Ester e il suo pianoforte nel 1912

Nel 1877, la prima sposò Gennaro De Cesare, figlio di primo letto di Raffaele. Gennaro faceva il barbiere, ma preferì imbarcarsi da Napoli sulla Tartar Prince il 1° febbraio 1899 con l’amata Giuseppa De Pascale ed i suoi sette figli per cercare fortuna a New York. Maria invece sposò il vedovo Gianbattista Terzini, calzolaio a Borgo Orefici.

Gli altri fratelli, Giuseppe, Giovanni, Francesco, Assunta ed Eduardo prenderanno altre strade: Giovanni partirà per il Belgio, dove, oltre a svolgere la sua attività di “orafo incisore”, sposerà nel 1898 Jeanne Marie Louise Fontaine, dalla quale avrà almeno sei figli. All’inizio del 1900, però, ritornerà nell’amata Napoli.

La saga di questa grande famiglia continua, fra nomi che si ripetono e legami matrimoniali fra parenti.

Il marito di nonna Ester: il nonno Mario Albore nel 1912

ll giovane Giuseppe De Cesare, figlio di secondo letto di Raffaele, che aveva intrapreso con passione l’attività del padre nell’oreficeria, si innamora e sposa la prima figlia di Gianbattista Terzini (il vedovo che aveva sposato Maria De Pascale): sua cugina Carolina, detta Carlotta. Donna simpatica, socievole e concreta, ottima cuoca, ma che non riuscì a dare a Giuseppe tutti i figli che avrebbe voluto… fermandosi alla dolcissima Ester, che dal padre eredita lo spirito artistico, diplomandosi al conservatorio come pianista.

Francesco De Cesare sposò Concetta, restando nel suo quartiere con i suoi due figli maschi: Raffaele e Giuseppe. Assunta non si sposò. Eduardo sposò Gilda.

Da questo momento, la ricostruzione storica si fa personale e nostalgica, legata a racconti e ricordi personali, ma purtroppo meno precisa per mancanza di documenti utilizzabili per via della privacy.

La memoria riporta alla mente affettuose immagini: il grande appartamento a Santa Maria Ognibene, dove ad ogni angolo trovava posto un anziano parente, dove profumi di manicaretti prelibati si alternavano all’odore acre dei colori ad olio usati da zio Peppino per i suoi quadri ottocenteschi.

Nonna Ester e i suoi figli nel 1979: da sinistra Adriana, Italo, Maria e Amergo

Intanto la vita riserva ad Ester altri progetti: non farà mai la concertista, ma sarà moglie affettuosa e madre premurosa. Incontrerà Mario Albore e lo sposerà nel 1920 all’età di 29 anni (quando lui ne aveva 23). Andranno ad abitare insieme ai genitori di lei, Giuseppe e Carolina, nella zona della Stazione Centrale.

Dalla loro unione, nasceranno 4 figli: Maria, Adriana, Italo e Amerigo.

Italo era… il mio papà.

Emma Buzzacchi, meglio nota come Mimì, nacque a Medole (MN) il 28 agosto 1903, da Lorenzo e Pia Folegatti, appartenenti alla borghesia agraria mantovana.

Sin dalla giovane età, grazie alle colte influenze della sua famiglia e agli insegnamenti di Edgardo Rossaro, suo primo maestro di disegno, sviluppò una precoce passione per le arti, in particolare per la pittura e l’incisione.

Durante l’adolescenza, si trasferì a Ferrara assieme alla famiglia, dove venne profondamente influenzata dall’ambiente artistico locale e si avvicinò ai principi del movimento Novecento. Questo percorso la portò, poco più che ventenne, a realizzare le sue prime mostre personali, fino a essere invitata, nel 1928, a esporre alla Biennale di Venezia, manifestazione a cui partecipò ininterrottamente fino al 1950.

Nel 1929 si unì in matrimonio con Nello Quilici, giornalista e direttore del Corriere Padano, con cui collaborò attivamente divenendo la coordinatrice della Terza pagina. Dalla loro unione nacquero due figli, Folco, poi divenuto regista, e Vieri, noto architetto. Tuttavia, il matrimonio fu tragicamente interrotto dalla morte di Nello durante l’incidente aereo del 28 giugno 1940 a Tobruk, in cui perse la vita anche Italo Balbo, che era alla guida del velivolo, e per il quale Quilici stava svolgendo le funzioni di ufficio stampa in Libia.

Rimasta vedova, Mimì si trasferì Roma.

Lì, la sua vita artistica ricevette un nuovo impulso: prese a dedicarsi ancora più intensamente alla raffigurazione paesaggistica, costiera in special modo, evolvendo in una pittura più espressiva e tormentata, grazie all’uso sapiente e dialogico di luci e colore, che creavano risultati di grande suggestione. Il suo referente in pittura rimase Cézanne, ma riletto attraverso Morandi.

Solo a partire dal 1958 le sue esecuzioni pittoriche presero a placarsi, in concomitanza con il ritorno e i frequenti viaggi alle Valli di Comacchio, dove iniziò cicli pittorici e opere poi confluite in mostre ed esposizioni tra Roma e il nord Italia.

Per tutto il trentennio successivo lavorò senza sosta, ottenendo premi e riconoscimenti internazionali.

Morì a Roma il 16 giugno 1990.

Tra i lavori più noti, si ricordano: il ritratto del nonno Giovanni Buzzacchi “Il nonno garibaldino” (1961), l’affresco “La glorificazione delle sante Felicita e Perpetua” (1940) presso il villaggio Corradini in Libia, le mostre “Le Valli di Comacchio (Ferrara, 1960), “Quadri del Tevere” (Roma, 1976), “Mediterraneo, luce e spazio” (Roma, 1979) a cui si aggiungono la curatela di numerose copertine di libri e riviste e le pregevoli opere incisorie, e in particolare xilografiche, cui lavorò con costanza fin dagli esordi.

Molte delle sue opere sono oggi conservate nella collezione permanente presso la “Civica Raccolta d’Arte Moderna e Contemporanea” di Medole, ospitata nella sede di Palazzo Ceni.

Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Mantova, Stato civile italiano (registri del Tribunale di Mantova) dal 1901, Medole, 1903

Da notare a margine dell’atto la nota di cancelleria che segna l’avvenuto matrimonio con Nello Quilici, il 2 febbraio 1929 a Ferrara.

L’originale è conservato presso il Tribunale di Mantova.

Archivio di Stato di Mantova, Stato civile italiano (registri del Tribunale di Mantova) dal 1901, Medole, 1903

Non possiedo fotografie dei miei trisavoli da parte della nonna materna, mentre ne ho viste molte dei parenti della famiglia del nonno.
Nella mente sono presenti solo i ricordi delle storie che mia nonna Lina riferiva sui propri nonni, che peraltro lei stessa non aveva conosciuto.

Poiché, tutti i parenti di mia nonna sono comunque di origine modenese, questo mi ha spinta e cercare altre informazioni e a consultare il sito dell’Archivio di Stato di Modena. Ho così appreso dell’esistenza del Portale Antenati e ho iniziato la ricerca.

Atto di matrimonio di Zeffirino Lusvardi e Rosa Gavioli

Una parte delle date che volevo recuperare si collocavano esattamente negli anni dei registri consultabili on line sul Portale. Sono partita dai dati in mio possesso e devo ammettere di avere avuto molta fortuna. La bisnonna Pia Lusvardi, madre di mia nonna Lina, era nata nel 1880 da genitori un po’ avanti negli anni per la mentalità dell’epoca, ma non conoscevo nemmeno la data esatta di nascita, che ho ritrovato sfogliando il registro digitalizzato. Ho quindi provato a immaginare che Rosa e Zeffirino, questi sono i nomi dei miei trisavoli, si fossero sposati l’anno precedente, quindi ho consultato il Registro dei Matrimoni del 1879 e in data 15 novembre ho in effetti trovato i dati relativi alla registrazione del matrimonio di Rosa Gavioli e Zeffirino Lusvardi. La consultazione degli Indici relativi ai registri ha velocizzato la ricerca.

L’atto di matrimonio fornisce diverse informazioni sui genitori degli sposi e sugli sposi stessi. Così, incrociando i dati dell’atto di matrimonio con gli allegati necessari per le pubblicazioni ho recuperato una serie di informazioni interessanti: lo sposo, Zeffirino era nato l’11 settembre 1841 a Modena e qui si manteneva svolgendo l’attività di cocchiere. Il padre, Natale Lusvardi, viene definito nei documenti “inserviente”, cioè domestico a Bagno, mentre la madre, Maria Parmeggiani è indicata come “massaia”. Rosa invece è originaria di Spilamberto, anche se all’epoca del matrimonio era domiciliata a Modena, in qualità di cameriera. Il padre della sposa, Cirillo Gavioli svolgeva l’attività di veterinario e la madre Teresa Grioni è a sua volta indicata come massaia.

Un dato inaspettato riguarda Zefirino che non firma l’atto matrimonio, perché definito dall’impiegato comunale “illetterato”. Questo nuovo elemento probabilmente conferma la notizia in mio possesso che la famiglia di Rosa non fosse particolarmente soddisfatta di quest’unione: Zeffirino aveva trentotto anni e Rosa quaranta al momento del matrimonio. Questo elemento forse in parte spiega il motivo per cui Pia è l’unica figlia della coppia.

Atto di matrimonio di Giovanni Buffagni e Pia Lusvardi

La famiglia viveva in via San Cristoforo a Modena e qui viene registrata la nascita della figlia il 14 ottobre del 1880.
I genitori fecero studiare la figlia Pia presso l’Istituto magistrale “Carlo Sigonio”, dove ottenne il diploma di maestra, professione che svolgerà fino alla pensione.

Pia Lusvardi sposò il 19 gennaio 1906 Giovanni Buffagni, giovane impiegato alle Poste. Al momento del matrimonio, la madre Rosa era già morta da quasi due anni. La coppia risiede in via Mascherella, dove il 23 dicembre 1906 nacque la loro primogenita Rosa Lina Buffagni, mia nonna. Zeffirino però non vide mai la sua prima nipote, perché è deceduto due mesi prima, il 25 ottobre, nella sua abitazione in via San Geminiano.

Una storia che racconta di persone semplici, che svolgevano attività manuali, ma che vollero che la loro unica figlia studiasse e diventasse maestra. Una storia semplice ma che riflette il cambiamento sociale in atto in quegli anni nel giovane Stato unitario.

Ringrazio il Portale Antenati per il lavoro di digitalizzazione dei fondi documentari, che mi ha permesso di colmare dei vuoti lasciati dalle memorie familiari.

Suso, nome d’arte di Giovanna Cecchi, nacque a Roma il 21 luglio 1914 da Emilio, scrittore e critico letterario, e Leonetta Pieraccini, pittrice.

Dopo gli studi liceali trascorse un periodo in Svizzera e Inghilterra, dove ebbe modo di approfondire e perfezionare la conoscenza delle lingue straniere e dell’inglese in special modo.

Nel 1938, sposò Fedele D’amico, musicologo, figlio del noto critico teatrale Silvio D’Amico, da cui ebbe tre figli.

A partire dal secondo dopoguerra, cominciò a collaborare con il padre alla traduzione di alcune regie teatrali. Ma il suo debutto nel mondo cinematografico avvenne con la sceneggiatura di un film che non vide mai la luce, Avatar, tratto da un racconto di Théophile Gautier, a cui lavorò insieme agli amici Alberto Moravia, Ennio Flaiano e Renato Castellani. 

Nonostante l’inizio incerto, nel giro di pochi anni Cecchi D’Amico realizzò progetti di notevole successo. Tra i tanti, L’onorevole Angelina (1947), scritto assieme a Piero Tellini per la regia di Luigi Zampa e, nello stesso anno, Vivere in pace, che le valse il Nastro d’argento come miglior soggetto.

Collaborò con i più autorevoli esponenti del neorealismo italiano. Tra i lavori più emblematici si ricorda il film Ladri di biciclette (1948), scritto con Cesare Zavattini per Vittorio De Sica, in cui fu l’ideatrice della celeberrima scena finale. Vinse, anche in questa occasione, un Nastro d’argento per la migliore sceneggiatura.

A partire dagli anni Cinquanta, numerose furono le collaborazioni con personalità note del cinema italiano, tra cui Luigi Comencini, Vittorio Gassmann, Mario Monicelli, Franco Zeffirelli, etc. Ma fu in particolare con Luchino Visconti che strinse un forte sodalizio artistico. Quest’ultimo, infatti, le affidò la sceneggiatura di quasi tutti i suoi film, incluso Bellissima (1951), scritto per Anna Magnani, alla quale Cecchi D’Amico fu legata da una profonda amicizia.

Tra i meriti che, ad oggi, le vengono unitamente riconosciuti vi è la capacità di penetrare nella psicologia dei personaggi e di trasporla in sceneggiature sempre attente alle esigenze e allo stile personale di ciascuno dei tanti registi con cui collaborò, riuscendo in questo modo a produrre sceneggiature dotate di grande eterogeneità, in cui commedia e dramma coesistevano con una peculiare armonia, divenendo il suo tratto distintivo.

Nel 1994, alla Mostra del cinema di Venezia, le fu assegnato il Leone d’oro alla carriera.

Suso Cecchi D’Amico morì a Roma il 31 luglio 2010.

Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma, Stato civile italiano, Roma, 1914

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Roma.

Per approfondimenti sulla figura di Suso Cecchi D’Amico, vedi la voce dell’Enciclopedia del Cinema a cura di Marco Pistoia.

Archivio di Stato di Roma, Stato civile italiano, Roma, 1914

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