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HomeStorie di famiglia

Archivi: Storie

Giulio Battelli nacque a Roma l’11 aprile 1904.

Si laureò nel 1928 in Lettere presso la Sapienza, sotto la guida di Pietro Fedele.

In contemporanea all’università, aveva frequentato la Scuola vaticana di Archivistica, Paleografia e Diplomatica, diplomandosi nel 1925 e dove dal 1932 al 1978 tenne l’insegnamento di alcune discipline. Ne divenne inoltre direttore dal 1955 al 1978.

Insegnò archivistica, paleografia e diplomatica in diverse università pubbliche e pontificie, come l’Università laternanense (1934-1966), la Sapienza di Roma (1970-1979) e l’università di Macerata (1967-1970).

La lista delle sue pubblicazioni si distingue per ampiezza e varietà, dimostrando tutto il suo spessore scientifico. Tra i tanti lavori, è ricordato per il suo sostegno a imprese di grande e indiscusso valore, come Il Censimento degli Archivi Ecclesiastici d’Italia e l’Index Actorum Romanorum Pontificum.

Fu socio e membro di numerosi Istituti e Società, nazionali e internazionali, tra le quali: la Società Romana di Storia Patria, l’Istituto Nazionale di Studi Romani, il Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, la Pontificia Accademia Romana di Archeologia all’Associazione Archivistica Ecclesiastica, la Commissione Internazionale di Diplomatica, il Comité International de Paléographie Latine e molti altri. Saldo il legame con la sua città, come evidenziano l’appartenenza all’Associazione Archivistica Italiana al Gruppo dei Romanisti, agli Amici dei Musei di Roma, fino alla consegna nel 1996 del premio dei Cultori di Roma.

Giulio Battelli è morto a Roma il 10 marzo 2005.

Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1904

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Roma

Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1904

Alessandro Giuseppe Antonio Pertini nacque a Stella (SV) il 25 settembre 1896, da Alberto Gianandrea, proprietario terriero, e Maria Giovanna Adelaide Muzio.

Durante il ginnasio, gli insegnamenti del suo professore di filosofia, Adelchi Baratono, lo avvicinarono per la prima volta alle idee socialiste.

Chiamato alle armi, durante la Prima guerra mondiale dovette prestare servizio frequentando il corso per ufficiali. In qualità di sottotenente, venne mandato al fronte, dove si distinse per alcune azioni belliche che gli valsero la medaglia d’argento, che tuttavia rifiutò non essendo mai stato favorevole alla guerra.

Una volta congedato, conseguì la laurea dapprima in Giurisprudenza, presso l’università di Modena, e poi in Scienze politiche presso l’istituto “Cesare Alfieri” di Firenze.

Nell’agosto 1924 si iscrisse ufficialmente al Partito Socialista Unitario, sull’onda dello sdegno provocato dall’omicidio Matteotti.

Divenne presto bersaglio delle angherie e della violenza fascista, fu inoltre arrestato per otto mesi e mandato al confino di polizia per cinque anni.

Per sfuggire alla condanna, si recò in Francia assieme a Filippo Turati.

Fece rientro in Italia tre anni dopo, nel 1929, con l’obiettivo di riprendere le fila del Partito socialista verso la lotta al Fascismo e alla persona di Mussolini. Ma, nuovamente, venne arrestato e condannato a undici anni di reclusione: dopo sette anni di carcere, fu mandato al confino, rifiutando la richiesta di grazia fatta dalla madre.

Tornò libero il 13 agosto 1943 e subito si adoperò per la ricostituzione del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP), di cui divenne vicesegretario.

Il 10 settembre 1943, partecipò assieme a molti altri esponenti politici alla liberazione di Roma dai Tedeschi.

Tuttavia, assieme a Saragat fu arrestato pochi giorni dopo, il 15 ottobre, ed entrambi vennero condannati a morte.

La sentenza non ebbe luogo e i due riuscirono ad evadere grazie a una sommossa delle brigate partigiane. Azione che gli salvo la vita, poiché il suo nome era già stato iscritto nell’elenco dei condannati da fucilare nell’eccidio delle Fosse Ardeatine (24 marzo 1944).

Per la sua attività durante la Resistenza e il ruolo giocato nella difesa di Roma verrà insignito della medaglia d’oro al valor militare.

Terminato il conflitto bellico si dedicò per il resto della sua vita alla politica e al giornalismo.

Nel 1945 venne eletto segretario del PSIUP e deputato all’Assemblea costituente. Nel 1948, divenne Senatore della Repubblica. Fu Deputato parlamentare (1953, 1958, 1963, 1968, 1972, 1976), vice-presidente (1963) e presidente della Camera dei Deputati (1968, 1972).

Nel biennio 1946-1947 e poi ancora dal 1949 al 1951 fu direttore dell’Avanti.

L’8 luglio 1978 venne eletto Presidente della Repubblica Italiana, rassegnando poi le sue dimissioni il 29 giugno 1985.

Sandro Pertini morì a Roma il 24 febbraio 1990.

Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Savona > Stato civile italiano > Stella > 1896

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Savona

Per approfondimenti sulla figura di Sandro Pertini, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Umberto Gentiloni Silveri.

Archivio di Stato di Savona > Stato civile italiano > Stella > 1896

Maria Elvira Giuseppa Coda, poi coniugata Notari, nacque a Salerno il 10 febbraio 1875.

Dopo il diploma magistrale, si dedicò per qualche anno all’insegnamento nelle scuole. Fino al trasferimento a Napoli, dove incontrò il futuro marito, Nicola Notari, fotografo, che sposò nel 1902.

Iniziò affiancandolo nella colorazione a mano dei fotogrammi e delle pellicole cinematografiche e via via i due ampliarono la loro attività: poiché Napoli era all’epoca un territorio assai sensibile alla cultura cinematografica, decisero di aprire una casa di produzione, la Dora Film, destinata ad avere un successo internazionale.

Elvira, dotata di una spiccata creatività e spirito imprenditoriale, ne divenne di fatto la coordinatrice, dirigendo tra il 1906 e il 1930 oltre 60 sceneggiature, tra film e documentari.

I suoi soggetti preferiti erano tratti dalla realtà dei bassifondi napoletani: metteva in scena – spesso con attori non professionisti – storie di vita vera, intrecci e vicissitudini drammatiche, in cui il pubblico potesse rispecchiarsi.

Oltre il verismo, Notari mostrò una particolare attenzione anche alla psicologia dei personaggi, esigendo una recitazione che fosse il più realistica possibile, lontana dall’enfasi e dalle forzature del cinema internazionale.

L’intensa produzione della Dora Film ebbe un successo amplissimo, sino a sbarcare a New York, dove venne aperta una succursale, vista la grande richiesta e partecipazione tra i migranti italiani.

Tuttavia, nell’arco di alcuni anni, questo modo di fare cinema entrò in crisi: le forti restrizioni del regime fascista e il lento mutare delle mode e delle tendenze osteggiarono la produzione della cinematografia napoletana a favore di quella nazionale, ben più spettacolare e magniloquente.

Così, nonostante i numerosi tentativi di sopravvivere alla crisi, la Dora Film chiuse definitivamente i battenti nel 1930.

Elvira Notari si ritirò a Cava de’ Tirreni, dove morì il 17 dicembre 1946.

Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Salerno > Stato civile italiano > Salerno > 1875

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Salerno

Per approfondimenti sulla figura di Elvira Notari, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Antonella Pagliarulo.

Archivio di Stato di Salerno > Stato civile italiano > Salerno > 1875

Elena Di Porto nacque a Roma l’11 novembre 1912, da Angelo e Grazia Astrologo. Una famiglia ebrea residente nel ghetto romano, al civico 2 di via del Pianto.

Conosciuta come la “matta di piazza Giudia” per il suo temperamento fumantino e ribelle, fu nota per un episodio che la vide coinvolta, quando, dopo la promulgazione delle leggi razziali, assistette al pestaggio di un ebreo a opera di due fascisti e, non riuscendo a tacere, intervenne fisicamente per difendere l’uomo.

L’atto non restò impunito, costandole il carcere e il confino di polizia dal 1940 al 1942.

Quando fu liberata, ricominciò la lotta, organizzando rivolte e assalti contro i Tedeschi.  Durante il “sabato nero” degli ebrei romani, il 16 ottobre 1943, Elena riuscì a sfuggire alla retata, ma dopo aver saputo che la sorella e i nipoti erano stati catturati, decise di consegnarsi.

Venne così deportata ad Auschwitz, dove fu assassinata in data ignota.

Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1912

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Roma.

Alla sua figura si è ispirato Giacomo Debenedetti nel libro 16 ottobre 1943 per il personaggio di Celeste, una donna ebrea che diede l’allarme dell’imminente retata dei Tedeschi, ma che – poiché da molti ritenuta “pazza” – non venne creduta.

Un più attento e ampio profilo biografico è tratteggiato da Gaetano Petraglia nel volume La matta di piazza Giudia. Storia e memoria dell’ebrea romana Elena Di Porto, edito da Giuntina (2022).

Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1912

Ada Negri nacque a Lodi il 3 febbraio 1870 in una famiglia di umili condizioni.

Il padre, Giuseppe, morì quando lei aveva solo un anno e fu grazie alla madre, Vittoria Cornalba, che Ada riuscì a completare gli studi e ottenere il diploma di maestra elementare.

Parallelamente all’attività di insegnate, cominciò a pubblicare le sue prime poesie. Dapprima su riviste locali e poi, nel 1892 vide la luce la sua prima raccolta, Fatalità, che le portò un immediato successo.

Trasferitasi nel capoluogo lombardo, entrò in contatto con il Partito Socialista, intensificando il suo impegno per varie cause sociali. A seguito del matrimonio con Giovanni Garlanda e, soprattutto, dalla nascita delle sue due figlie, Bianca e Vittoria, quest’ultima morta dopo un mese di vita, le tematiche sociali lasciarono spazio ad altre, più introspettive e autobiografiche.

A questo periodo risalgono le raccolte Maternità (1904) e Dal Profondo (1910).

Separatasi dal marito nel 1913, si trasferì a Zurigo.

Fu, dal punto di vista compositivo, un periodo prolifico, in cui scrisse di esilio, patriottismo ed eventi autobiografici.

Rientrata in Italia, raggiunse l’apice della sua carriera con la nomina al Premio Nobel nel 1927 – poi vinto da Grazia Deledda – e il conferimento da parte del duce del “Premio Mussolini”, che la consacrò a “intellettuale del regime”, divenendo la prima donna membro dell’Accademia d’Italia.

Ada Negri morì a Milano l’11 gennaio 1945, a quasi settantacinque anni.

Puoi consultare l’atto di morte sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Milano > Stato civile italiano > Milano > Registro 7440, Parte I (1-398), Registro 3

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Milano

L’archivio personale di Ada Negri è conservato in diversi istituti. Il fondo più consistente (5500 lettere, 30 documenti, 30 fotografie) si trova presso la fondazione Banca Popolare di Lodi. Il fondo è stato digitalizzato ed è liberamente consultabile su Manus online.

Per approfondimenti sulla figura di Ada Negri, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Rossana Dedola.

Porzione del registro dei Morti dell'Archivio di Stato di Milano che contiene l'atto di Morte della poetessa Ada Negri.
Archivio di Stato di Milano > Stato civile italiano > Milano > Registro 7440, Parte I (1-398), Registro 3

Antonia Pozzi nacque a Milano il 12 febbraio 1912 da Roberto, avvocato, e dalla contessa Carolina Lavagna Sangiuliani di Gualdana.

Ricevette una formazione solida e rigorosa. Fin da adolescente iniziò a scrivere poesie, trovando ispirazione nella natura che circondava la sua amata casa di Pasturo, ai piedi delle Grigne (LC), che fu per lei luogo di rifugio e pace.

Una volta diplomatasi al liceo classico “Alessandro Manzoni”, iniziò una relazione con il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, nonostante la ferma contrarietà della famiglia.

Iscrittasi alla facoltà di Filologia moderna dell’Università di Milano, ebbe l’opportunità di conoscere molti intellettuali del suo tempo, tra cui Vittorio Sereni, che divenne per lei un amico fraterno. In particolare, durante le lezioni di estetica di Antonio Banfi, entrò in contatto con diversi filosofi, poeti e editori dell’epoca, tra cui Remo Cantoni, Enzo Paci, Maria Corti, Alberto Mondadori, Livio Garzanti e numerosi altri. L’influenza di Banfi si rivelò profonda, tanto che sotto la sua guida Pozzi si laureò nel 1935.

Nonostante la sua formazione scolastica e accademica moderna e progressista, il suo percorso si scontrò con le aspettative familiari, ancora legate ai rigidi ruoli tradizionali della società altoborghese.

Conclusa l’università, si dedicò allo sport e ai viaggi, fino a che fu chiamata all’insegnamento presso un istituto tecnico, esperienza che visse come un modo per emanciparsi e distaccarsi dalla famiglia di origine.

Tuttavia, lo scarso apprezzamento che le sue poesie ricevettero tra i suoi amici e il suo stesso professore alimentò in lei una crescente inquietudine. A ciò si aggiunsero una cocente delusione amorosa e l’espatrio di amici costretti a lasciare l’Italia a causa delle Leggi razziali, aggravando così il suo senso di isolamento.

Travolta da quella che lei stessa definì una «disperazione mortale», Antonia Pozzi scelse di togliersi la vita a soli ventisei anni, il 3 dicembre 1938, presso Chiaravalle.

Tutte le sue poesie furono pubblicate postume: nonostante la discreta produzione in vita, Pozzi non tentò mai la via della pubblicazione. A seguito delle particolari circostanze della sua morte, il padre ritenne opportuno rimaneggiare alcuni dei suoi scritti, per oscurarne i passaggi più personali e controversi, prima di acconsentire alla pubblicazione (1939).

Al 1989 risale la prima pubblicazione integrale e priva di censure a cura di Onorina Dino.

Puoi consultare l’atto di morte sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Milano > Stato civile italiano > Milano > Registro 7440, Parte I (1587-1750), Registro 3

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Milano

L’archivio personale e la biblioteca di Antonia Pozzi sono oggi conservati presso il Centro nazionale insubrico “Carlo Cattaneo” e “Giulio Preti”

Per approfondimenti sulla figura di Antonia Pozzi, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Sara Lorenzetti.

Archivio di Stato di Milano > Stato civile italiano > Milano > Registro 7440, Parte I (1587-1750), Registro 3

Giacomo Puccini nacque a Lucca il 22 dicembre 1858 da Michele e Albina Magi.

Sesto di nove figli in una famiglia che, da quattro generazioni, ricopriva il ruolo di maestri di cappella e organisti presso il duomo di Lucca.

La morte precoce del padre (1865) pose i Puccini in ristrettezze economiche, cosicché la formazione di Giacomo fu affidata a Fortunato Magi, zio materno e musicista, che inizialmente non vide nel nipote una particolare predisposizione artistica.

Il bambino fu comunque iniziato all’organo e al canto corale, affrontando tutto con scarni successi e una discreta indolenza. Solamente quando si iscrisse all’Istituto musicale della sua città, sotto la guida di Carlo Angeloni, iniziò a svelare un talento inatteso.

Durante gli anni di formazione toscani, si dedicò a prove compositive di scarsa risonanza. La svolta giunse nel 1880, con il trasferimento a Milano, dove perfezionò i suoi studi ed ebbe modo di conoscere amici e maestri da cui trasse stimoli, ispirazione e insegnamenti.

Dopo anni altalenanti, una volta diplomatosi al conservatorio, ebbero inizio i primi timidi successi, che poi diedero luogo a una produzione operettistica di grande valore: La Bohème (1896), Tosca (1900), Madama Butterfly (1904) e Turandot (rappresentata postuma nel 1926) per citare i più noti.

Figura di spicco del panorama lirico italiano, Puccini si dedicò esclusivamente alla musica per il teatro. Sebbene la sua produzione operistica conti appena dodici titoli, la cura meticolosa con cui sviluppò ciascuna opera, sia sotto il profilo musicale sia drammaturgico, gli consentì di creare capolavori in grado di imporsi stabilmente nei repertori internazionali.

Nel corso della sua vita fu profondamente legato alla Toscana e, in particolar modo, a Torre del Lago, una frazione di Viareggio, che fu per lui luogo di pace e ispirazione, tanto che vi fece costruire una villa in cui videro la luce diverse delle sue opere. Lì visse assieme a Elvira Bonturi che, nonostante le diverse liaisons di lui – gli fu compagna di vita e madre del suo unico figlio, Antonio.

Giacomo Puccini, ammalatosi di un tumore alla laringe, morì a Bruxelles il 29 novembre 1924.

Puoi leggere il suo nome tra gli estratti mensuali dei registri di battesimo della parrocchia di S. Martino a Lucca: Archivio di Stato di Firenze > Stato civile preunitario (1815-1865) > Lucca > 1858 (nr. 2034)

Il registro è conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze

Per approfondimenti sulla figura di Giacomo Puccini, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Dieter Schickling.

Archivio di Stato di Firenze > Stato civile preunitario (1815-1865) > Lucca > 1858

Filippo Giovanni De Cecco (o Di Cecco, come indicato all’anagrafe) nacque a Fara San Martino (CH) l’8 aprile 1854 da Nicola, mugnaio, e Annantonia Salvitti.

Terminata la licenza media, affiancò il padre nella gestione del mulino comunale, iniziando da subito a introdurre piccole innovazioni per incrementare la produzione e la qualità del lavoro.

Sebbene inizialmente tutto rimase circoscritto all’area chietina, De Cecco non tardò a intuire le grosse potenzialità di questo settore, mettendo a punto lui stesso modalità e macchinari che permisero una migliore conservazione della pasta prodotta nel neonato “Pastificio De Cecco” (1896).

Acquistò il mulino che la sua famiglia aveva in gestione e ampliò lo stabilimento, istituendo una struttura adibita all’essiccazione artificiale ad aria calda della pasta, attraverso un macchinario che verrà poi brevettato nel 1889.

Questa invenzione gli permise di espandere progressivamente il mercato, partecipando anche a fiere nazionali e internazionali: L’Aquila (1888), Palermo (1892), Principato di Monaco, Roma, Chicago (1893), San Francisco (1894), Anversa (1895), Amburgo (1898) e molte altre.

Ne conseguì un’impennata delle vendite, grazie anche all’esportazione negli Stati Uniti – avviata a partire dal 1904 – in cui la comunità italiana di migranti oltreoceano rappresentò una solida base di appoggio per il mercato del pastificio.

Solo la Prima guerra mondiale ne riuscì a ostacolare l’espansione internazionale e la produzione. Tuttavia, terminato il conflitto, l’attività riprese con slancio tanto che nel 1920, venne aperta una seconda sede a Pescara, una città giovane, in pieno sviluppo economico e commerciale.

Dopo i tanti successi, nel 1924 fu sancito il definitivo passaggio di consegne tra il fondatore, che fu nominato presidente a vita dell’azienda, e i suoi figli, che ne divennero amministratori delegati.

Filippo De Cecco morì a Fara San Martino il 27 luglio 1930.

Dopo la sua morte, l’azienda continuò a crescere, alternando momenti di prosperità ad altri di crisi. Tuttavia, anche nei frangenti più faticosi, lo stabilimento De Cecco rimase un punto di riferimento per la produzione di pasta a livello nazionale e non solo. Negli anni successivi, il pastificio si ampliò e modernizzò, con uno spirito sempre pronto a raccogliere le sfide del mercato globale, ma senza mai dimenticare il legame con le proprie origini e tradizioni.

Puoi consultare gli atti di nascita e morte sul Portale Antenati, rispettivamente: Archivio di Stato di Chieti, Stato civile della restaurazione, Fara San Martino, 1854 e Archivio di Stato di Chieti, Stato civile italiano, Fara San Martino, 1930

Gli originali sono conservati preso l’Archivio di Stato di Chieti

Archivio di Stato di Chieti, Stato civile della restaurazione, Fara San Martino, 1854

Archivio di Stato di Chieti, Stato civile italiano, Fara San Martino, 1930

John Vincent Tomassi in 1963

My father died this year. His name was John Vincent Tomassi and he was 76.

In 2027, he would have been turning 80, I would be 60 and if we would have followed through with our plan, we would be walking in the Italian towns from whence our ancestors hailed 300 years after our piece of the Tomassi family is recorded to have lived there.

But together, we didn’t do any of the things we talked about when we started researching our Italian heritage five years ago. Time, health, distance, and reality overshadowed and eventually overcame our initial excitement.

I wrote about this goal for the Ancestors Portal in March 2021: 300 years a Tomassi. Truth be told, I think I was more excited about it than he was. I was captivated by the old Italian script and fell in love with the romantic stories of ancestors conjured in my head.

I personally had delusions of us returning to Italy, as Italian citizens, to our ancestry roots, walking the streets, meeting the people, and speaking Italian.

The Tomassi Family Crest as represented in the book “Storie di Guarcino”

Unfortunately I’m no closer to speaking Italian, but in October 2022, my brother and I ventured on a trip through our ancestry towns that allowed us to experience a small part of our family history.

The journey we took connected us physically, mentally and emotionally to our roots. Just before we departed on our quest, I connected with a direct cousin of my father’s. At 82 years old, she is an incredible wealth of knowledge, an inspiration, and an all around beautiful person. Although she and my father weren’t able to reconnect before he died, we continue to speak often and I cherish the moments and memories she provides to fill in small holes of our family lore.

The church in Fagnano Alto (AQ)

She introduced me to another Tomassi, in Rome, who, when I met him at the end of our 2-week trip, relayed to me his philosophy that all Tomassi’s are “cousins.” I continue to use that term often. He even showed me a book from 1971, entitled “The History of Guarcino,” with one page highlighting the Tomassi Family.

It illustrated the family crest, highlighted our ancestor, Cardinale Giacomo Tomassi, who died in 1304, and had a palace named after him, and reflected the names of many Tomassi nuns who wore the monastic habit in the 16th and 18th centuries at the monastery San Luca, in Guarcino. I’ve contacted the monastery with hope of more information, but continue to await their response.

As well, the page states the Tomassi name is “extinct,” which of course I know not to be true; I’m proof of that. But also through my research with the Ancestors Portal, my 6th great grandfather was born in Fagnano Alto, L’Aquila, Abruzzo in 1727.

The oddly abandoned yet fully renovated buildings and streets in Fagnano Alto (AQ)
Alberto Pisterzi in 1923

Before meeting our cousin in Rome, my brother and I arrived in Italy two weeks earlier in Amaseno, Frosinone, Lazio. It was there we met with our cousin from the Pisterzi side of the family. 

My father’s uncle was Alberto Pisterzi and was a direct relation to the Pisterzi’s in Amaseno. Another part of our quest in Amaseno was to obtain a certified copy of my great grandfather’s birth certificate. With a bit of waiting and a short lesson in why we should speak Italian, we accomplished our first mission.

In Amaseno, we were also able to meet and thank Don Italo Cardarilli, whom I credit with setting me on the path to find our family roots.

Just before entering Abruzzo, we made a short stop in Guarcino to visit the birthplace and palace of Cardinale Giacomo Tomassi. We secretly expected some sort of fanfare as we drove into the small, quiet village, but nothing of the sort happened. Instead we enjoyed the beautiful sights, walked the small paths and stood in the archway named after our most famous ancestor – Cardinale Giacomo Tomassi.

We moved on to Bugnara seeking to fulfill our next mission of retrieving a certified copy of our great grandmother, Anna Incorvati. While there, we stayed in the beautiful town of Sulmona. It was there we met with another cousin from the Incorvati side of the family. She was a wonderful host and showed us the historic city with its amazing intact Roman aqueduct and world famous confetti candies.

Anna Incorvati in 1931

Also while staying in Sulmona, we ventured to the small town of Cerchio to retrieve a certified copy of the birth certification of our other great grandmother, Adalgisa Mastrantonio. The comune worker in Cerchio was one of a kind. He not only found the original birth certificate (and offered to assist further), he let me come behind the counter to actually touch the 122-year old document. I stood in awe at the large page and wondered why it wasn’t locked away somewhere, but thankful it wasn’t so I could personally witness it.

My great grandmother Ada was the only great grandparent on my father’s side that I actually had the honor of knowing as a child and touching her birth certificate brought back faint memories of her.

To end our amazing trip, we finally entered the small town of Fagnano Alto, L’Aquila, Abruzzo; the place that started my ancestral journey and sparked my interest to find the roots of the Tomassi family. 

Oddly we found the town totally abandoned. However about 80 percent of the buildings were fully renovated as if they have been built yesterday. In the town and municipality we found Castello di Fagnano, a stone bridge from the 1st century and the church where five Tomassi generations were baptized.

As I walked the empty streets I wondered which of the buildings my ancestors lived and worked in. I also wondered why it was so renovated and why nobody was living there. I asked at the municipality, but our language disparity was too great for any real understanding. But the feeling of standing in my ancestral town was breathtaking.

Adalgisa Mastrantonio in the 1960s

I know my father would have loved the trip, but at the time his poor health didn’t allow him to take the adventure.

Of course we visited many other sights during the entire 2-week trip and my brother and I spoke with our father daily to update him on our progress. We also spoke with cousins, aunts and uncles who became acutely interested in our quest to discover family roots, and we connected with family members in Italy of whom we would have never had the opportunity to meet without this trip.

I don’t know if my original goal of attaining Italian citizenship will ever come to fruition, but I am thankful I found the Ancestors Portal that allowed us the opportunity to peek into our past and mine gems of information that sat undiscovered for many, many years.

Wanda Osiris – all’anagrafe Anna Menzio – nacque a Roma il 3 giugno 1905, da Giuseppe, palafreniere del re, e Adele Pandolfi.

Il suo precoce interesse per lo spettacolo la portò al debutto nel 1923, come soubrette presso il cinemateatro Eden di Milano, dove diede inizio alla sua scalata verso il successo. Divenne presto una figura iconica, con la sua pelle artificiosamente ocra, il trucco marcato, i capelli ossigenati, piume, paillettes, tacchi e fiumi di profumo Arpège, sempre rivestita di sfarzo e sensualità.

Il primo vero trionfo fu agli inizi degli anni Trenta, all’Excelsior di Milano, accanto a Totò ne Il piccolo cafè. Con l’avvento della notorietà vennero coniati anche i suoi soprannomi, la Wandissima e la Divina, che solo il fascismo tenterà di contenere, italianizzando il suo nome d’arte in “Vanda Osiri”.

Lavorò a fianco di grandi personaggi del tempo, come Carlo Dapporto, Macario, Nino Taranto, Walter Chiari, Renato Rascel e molti altri. Ma soprattutto le sue riviste divennero famose per le eccentriche scenografie e le enormi scalinate che scendeva con grazia e disinvoltura, sempre attorniata da un ampio corpo di ballo che sceglieva lei stessa.

Fra i suoi maggiori successi si ricordano: Tutte donne (1939), Che succede a Copacabana? (1943), Grand Hotel (1948), Made in Italy (1953) e Festival (1954), a cui si affiancano canzoni di grande risonanza, come Sentimental (1949) e Ti parlerò d’amor (1944).

Tuttavia, l’avvento della televisione contribuì pian piano a sfumare il mito di Wanda, complice anche la diffusione di un nuovo prototipo di bellezza e di fare varietà. Eppure, ancora oggi Wanda Osiris incarna l’emblema della soubrette italiana della prima metà del Novecento e per questo riconosciuta dal grande pubblico come la prima vera diva nazionale.

Morì a Milano nel 1994, all’età di 89 anni.

Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1905

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Roma.

Per approfondimenti sulla figura di Wanda Osiris, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Giorgio Pangaro.

Atto di nascita di Wanda Osiris (Anna Menzio)
Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1905

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