Assunta Adelaide Luigia Saltarini Modotti, detta Tina, nacque il 17 agosto 1896 a Udine, all’interno di una famiglia numerosa e di condizioni assai modeste.
Nel 1905, il padre, Giuseppe, emigrò negli Stati uniti in cerca di fortuna. Per questo motivo, all’età di dodici anni, Tina fu costretta a lavorare come operaia presso una fabbrica tessile nella periferia della città. A questi anni risalgono anche le prime frequentazioni dello studio fotografico dello zio paterno, Pietro Modotti, e l’apprendimento dei primi rudimenti di fotografia.
Nel 1913 emigrò anche lei, raggiungendo il padre e una delle sue sorelle. Lì, dopo un periodo come operaia, iniziò a posare come modella e si avvicinò alla recitazione, ottenendo un discreto consenso e apprezzamento.
Nel 1918, sposò il pittore e poeta Roubaix de l’Abrie Richey, soprannominato Robo, con il quale si trasferì a Los Angeles. Fu lui a introdurla negli ambienti politicamente e artisticamente più stimolanti della città e a presentarla al fotografo di fama internazionale Edward Weston, che presto divenne il suo maestro nell’arte fotografica. Dal canto suo, Modotti divenne la sua modella preferita, la sua musa e, infine, la sua amante.
Assieme si trasferirono in Messico, dove viaggiarono a lungo scattando fotografie che venivano pubblicate su diverse riviste, ottenendo premi e riconoscimenti. La bravura di Modotti cresceva di pari passo al suo stile, che si faceva via via più definito e personale: la fotografia divenne lo strumento per veicolare messaggi che avevano una portata antropologica, sociale e politica sempre più forte, denunciando la povertà, il degrado e la disparità sociale.
Divenne la fotografa ufficiale del movimento muralista messicano e cominciò a prendere parte a diverse forme di attivismo. Questo suo coinvolgimento e le sue amicizie influenti – come, ad esempio, con la pittrice Frida Kahlo e suo marito Diego Rivera – le offrirono la fama, consacrando il periodo più intenso della sua arte.
Tuttavia, a causa di alcuni scandali e accuse infondate che la vedevano coinvolta come complice tanto nell’omicidio del suo compagno dell’epoca, Julio Antonio Mella, quanto dell’attentanto al presidente Pascual Ortiz Rubio, Tina Modotti venne espulsa dal Messico nel 1930. Da quel momento, smise di fotografare per tutti i dodici anni che le rimasero da vivere.
Si trasferì a Berlino, da dove viaggiò a lungo e in largo tra l’Europa e l’Unione Sovietica. E, nel 1935, assieme al suo nuovo compagno, Vittorio Vidali, partecipò alla Guerra civile spagnola, fino al 1939, quando assieme fecero ritorno in Messico sotto falso nome.
Tina Modotti morì il 5 gennaio 1942 a Città del Messico.
Secondo alcuni fu uccisa a seguito del suo coinvolgimento in molti scenari politici, essendo diventata ormai una presenza scomoda; secondo altri, a seguito di un arresto cardiaco. Fu il poeta Pablo Neruda a comporre l’epitaffio che campeggia sulla sua lapide, nel cimitero Panteón de Dolores nella capitale messicana, dove venne sepolta.
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Udine > Stato civile italiano > Udine > 1896
Per approfondimenti sulla figura di Tina Modotti, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Giuliana Muscio.
Archivio di Stato di Udine > Stato civile italiano > Udine > 1896
Leopoldo Cassese nacque ad Atripalda (AV) il 20 gennaio 1901.
Dopo la laurea in Lettere nel 1925 presso l’università Federico II di Napoli, si diplomò presso la Scuola per archivisti e bibliotecari paleografi di Firenze, dove fu allievo di Luigi Schiaparelli, con il quale collaborò anche alla stesura della Guida storica e bibliografica degli Archivi e delle Biblioteche d’Italia.
Nel 1930, divenne direttore dell’Archivio di Stato dell’Aquila; di questo periodo si ricordano il suo Studio sull’antico Archivio del Comune di Aquila e la trascrizione del Codice degli Statuti del Comune (secc. XIII-XIV).
A partire dal 1934, invece, ricoprì lo stesso incarico presso l’Archivio di Stato di Salerno, fino alla sua morte. Anche qui si dedicò all’attività di studio e ricerca, pubblicando la Guida storica dell’Archivio di Stato di Salerno e maturando di un vivo interesse verso il passato della Scuola Medica Salernitana, di cui studiò approfonditamente i documenti sopravvissuti e conservati in Archivio di Stato.
Parallelamente all’attività dirigenziale, a partire dal 1951 si dedicò anche alla libera docenza universitaria, in qualità di professore di Archivistica sia presso la Federico II di Napoli sia presso la Sapienza di Roma.
Orientò, inoltre, i suoi interessi verso la storia del meridione italiano e in particolare alle lotte contadine fra Otto e Novecento, complice anche l’avvicinamento al marxismo che aveva avuto con l’approssimarsi della Seconda Guerra mondiale e l’influenza di alcune amicizie come quella di Piero Gobetti, Giorgio Pasquali, Luigi Russo e Tommaso Fiore e con i conterranei Guido Dorso e Carlo Muscetta.
Durante il periodo bellico, si adoperò per la messa in sicurezza dei i materiali archivistici dai bombardamenti e, una volta terminato il conflitto, si dedicò laboriosamente all’opera di ricostruzione e riqualificazione – attraverso mostre, dibattiti, conferenze – di tutto quel patrimonio documentario e culturale che aveva particolarmente a cuore.
Leopoldo Cassese morì a Roma il 3 aprile 1960.
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Avellino > Stato civile italiano > Atripalda > 1901
Per approfondimenti sulla figura di Leopoldo Cassese, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Pietro Laveglia.
Archivio di Stato di Avellino > Stato civile italiano > Atripalda > 1901
Luigi Numa Lorenzo Einaudi nacque a Carrù (CN) il 24 marzo 1874.
Rimasto presto orfano di padre, si trasferì a Dogliani, paese natale della madre, assieme a lei e i suoi tre fratelli. Frequentò il convitto nazionale Umberto I di Torino e si diplomò con successo al liceo classico Cavour, per poi laurearsi con il massimo dei voti in Giurisprudenza presso l’Ateneo della stessa città. Durante quegli anni, partecipò anche al Laboratorio di economia politica, fondato e diretto dall’economista Salvatore Cognetti De Martiis, che fu il suo primo mentore.
Proprio al periodo universitario risale il suo avvicinamento al movimento socialista, grazie anche alla collaborazione con la rivista Critica sociale, diretta da Filippo Turati.
Dopo un breve periodo di insegnamento presso le scuole secondarie – dove conobbe la sua futura moglie, Ida Pellegrini, che era sua allieva in quegli anni -, nel 1902 vinse la cattedra di Scienza delle finanze pressò l’università di Torino. Negli anni successivi, si dedicò all’insegnamento e alla produzione scritta, tanto accademica quanto giornalistica, prestando la firma a migliaia di articoli per numerose riviste come La stampa, Il Corriere della sera e L’Unità.
Il 6 ottobre 1919 venne nominato senatore del Regno d’Italia, su proposta di Francesco Saverio Nitti.
Nonostante una prima condivisione delle scelte economiche compiute da Benito Mussolini, nel periodo successivo Einaudi mostrerà una progressiva e sempre più radicata diffidenza, che lo condurrà a prendere le distanze dal fascismo: sarà infatti uno dei firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti, redatto da Benedetto Croce nel 1925.
Dietro pressioni esterne giurò formalmente la sua fedeltà al regime per mantenere l’insegnamento universitario, tuttavia fu uno dei senatori che votarono contro la legge elettorale che sanciva la lista unica formata dal Gran consiglio del fascismo (1928), come anche si dichiarò contrario alla Guerra d’Etiopia e alle leggi razziali del 1938.
Conclusa la guerra e caduto il regime fascista, Einaudi fu nominato rettore dell’Università torinese. Trasferitosi in Svizzera con la moglie e i suoi tre figli, si dedicherà alla produzione scritta, rivelandosi un “europeista ante litteram”, che auspicava un’Europa federalista, in virtù di quel principio di cooperazione internazionale in cui credeva fermamente.
L’11 maggio 1948 lo statista piemontese fu eletto Presidente della Repubblica con 518 voti su 872 (59,4%), rimanendo in carica fino all’11 maggio 1955.
Morì a Roma il 30 ottobre 1961.
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Cuneo > Stato civile italiano > Carrù > 1874
Archivio di Stato di Cuneo > Stato civile italiano > Carrù > 1874
Mi chiamo Regina Helena Scavone Posvolsky, sono brasiliana, nata a San Paolo e fiera della mia ascendenza italiana. Il primo membro della famiglia Scavone, della quale io sono una discendente, arrivò in Brasile nel 1886 proveniente da Tito, comune italiano della provincia di Potenza, Basilicata. È trascorso poco più di un secolo e mezzo dall’arrivo in terra brasiliana del mio trisavolo e sapendo che tramandare oralmente le memorie non è il modo più efficace per perpetuare la storia della famiglia, ho deciso di scrivere un libro sui miei ascendenti paterni. A tal fine sono ricorsa ad innumerevoli fonti che vanno dai documenti religiosi archiviati nelle parrocchie e nelle diocesi, alle ricerche realizzate presso gli uffici anagrafici, passando attraverso la collezione dei periodici (giornali, riviste, almanacchi) disponibili nella Emeroteca Digitale e non meno importanti siti genealogici quali, Portale Antenati e Family Search. Senza dimenticare l’importanza che i familiari più anziani rappresentano in questo contesto, mi sono resa disponibile ad ascoltarli ed interrogarli sul loro lontano passato, ho rivisto fotografie e ho visitato i luoghi che fecero parte della vita dei miei antenati. Il riscatto della nostra storia familiare è un viaggio personale alla ricerca della propria identità ed esige impegno, determinazione e soprattutto passione. La città di Tito dell’Ottocento, periodo su cui ho concentrato le mie ricerche, si è rivelata un piccolo villaggio formato da nuclei familiari costituiti da determinate famiglie, i cui cognomi nei registri di nascita, matrimonio e morte, si ripetono spesso. Ancora oggi a Tito il cognome Scavone è tra i più diffusi. È facile concludere che molti matrimoni avvenissero tra membri della stessa famiglia e che quando ciò non avveniva si trattava di matrimoni tra famiglie che mantenevano rapporti, ciò dava origine ad una estesa rete di parenti che garantiva mutuo supporto nei vari momenti della vita.
Il mio trisavolo, Gerardo Scavone, figlio di Vitonicola Laviero Scavone e Caterina Maria Agnesa Laurino, si sposò il 3 luglio 1847 con Angiolina Salvia, figlia di Gerardo Salvia e Giuseppa Giosa, entrambi nati a Tito. La coppia di contadini ebbe sette figli dei quali sembra che solo Laviero Salvatore abbia raggiunto l’età adulta. La mia trisavola, Angiolina Salvia, morì intorno al 1865. Rimasto vedovo, Gerardo Scavone (41 anni), si risposò con Rosina Giosa (27 anni). La coppia ebbe tre figli ma solo Carlo raggiunse la maturità.
Nel dicembre del 1886, a 62 anni, Gerardo e la sua seconda moglie, Rosina Giosa e il figlio Carlo, sbarcarono a Rio de Janeiro e di lì, furono inviati alla Hospedaria dos Imigrantes, struttura localizzata in San Paolo, nella quale restarono per un breve periodo.
Viene da chiedersi cosa fu che spinse un uomo di 62 anni a lasciare la sua patria, ad allontanarsi da parenti e amici, a rompere con tutto quello che gli dava una qualche sensazione di sicurezza, protezione e conforto emotivo, per stabilirsi in un altro Paese. Fu coraggio o disperazione? In realtà fu la scarsità di terra, la fame e la miseria. Dall’altro lato, le notizie che arrivavano dall’estero parlavano di un Paese dell’America del sud in cui la terra era abbondante, il suolo fertile e il clima gradevole, dove qualunque cosa si piantasse cresceva rigogliosa e nel quale cercavano agricoltori per lavorare la terra. La possibilità di acquisire terre e prosperare, attirarono una generazione di italiani scontenti della vita che avevano. Fu così che a milioni lasciarono l’Italia e tra loro, la famiglia Scavone.
Differentemente dalla maggioranza degli immigranti che si dirigevano verso l’interno del Paese al fine di lavorare nell’agricoltura, il mio trisavolo Gerardo, sua moglie e il figlio, si stabilirono in San Paolo decisi ad abbandonare la vita contadina. Desideravano attività urbane, commerciali o artigianali.
Il mio bisnonno, Laviero Salvatore Scavone, figlio di Gerardo Scavone e Angiolina Salvia, nato l’11 novembre 1848 a Tito, fu battezzato il giorno 17 novembre, data in cui si festeggiava il giorno di San Laviero martire, patrono e protettore della città e, in suo omaggio, ne ricevette il nome.
Nel 1871, Laviero Salvatore, conosciuto semplicemente come Salvatore, si sposò con la sorella della sua matrigna, una giovane di nome Filomena Giosa. La coppia ebbe quattro figli. Solo Angiolina sopravvisse. Filomena morì nel 1880, tre mesi dopo la nascita del quarto figlio, il quale morì pochi mesi dopo. La vedovanza precoce colpì il mio bisnonno, così come era avvenuto con il mio trisavolo, Gerardo e il padre di quest’ultimo, Vitonicola Laviero.
Nel 1885 Salvatore si risposò con Concetta Caprio (Tito, 23/10/1863 – San Paolo, 30/05/1948), figlia di Antonio Caprio, proveniente da Marsico Nuovo e di Lucia Di Giurni, anch’essa di Tito. La coppia ebbe sette figli: Gerardo, Lucia, Antonio (mio nonno), Elvira e Francesco Michele, nati a Tito; José e Geraldo nati a San Paolo. I figli Gerardo, Lucia ed Elvira morirono a Tito all’età di un anno circa. Di fronte ad uno scenario di assoluta miseria e attratto dalla figura del padre che già si trovava a San Paolo, Salvatore decise di emigrare. La possibilità di poter contare sull’aiuto paterno per la ricerca di un lavoro e di un alloggio gli diede il coraggio di prendere la difficile decisione.
Laviero Salvatore partì il 12 marzo 1895 da Genova, a bordo della nave Rosario, lasciando i figli e la moglie Concetta che era in stato interessante.
Con il marito in Brasile, Concetta sentiva la famiglia incompleta e, trascorsi 5 anni, l’umile contadina e i figli: Antonio (10 anni) e Francesco Michele (quattro anni), che il padre ancora non conosceva, partirono da Genova a bordo della nave Sempione. Sbarcarono in Brasile il 14 marzo del 1900. Finalmente la famiglia era al completo, si stabilirono in San Paolo, nel quartiere Consolação.
Così come a Tito, anche in terra brasiliana mantennero una estesa rete di relazioni formata da parenti e conterranei. In tali relazioni prevaleva un sistema di mutua assistenza basato sulla solidarietà e la reciprocità. Non era raro che l’aiuto fosse anche di natura economica. Di regola abitavano tutti molto vicini, a volte nella stessa via o a pochi isolati di distanza e si facevano visita con frequenza.
La famiglia visse unita poco più di sei anni. Laviero Salvatore morì il 2 maggio 1906 a seguito delle lesioni provocate dal calcio di un cavallo. Lasciò la moglie Concetta (42 anni) e i figli Antonio (17 anni), Francesco Michele (10 anni), José (5 anni) e Geraldo (due anni).
Furono tempi difficili, Concetta dipendeva dai guadagni del marito e dovette andare a lavorare come lavandaia. Non si risposò. Anziana e con problemi cognitivi, sognava di imbarcarsi su una nave diretta In Italia. Desiderava reincontrare familiari e amici, camminare per le vie che un tempo frequentava. La mia bisnonna morì senza riuscire a realizzare il suo grande sogno. Penso che forse sia stato meglio così. La Tito di mezzo secolo prima, quella che conosceva la mia bisnonna, non esisteva più.
La coppia di contadini Laviero Salvatore Scavone e Concetta Caprio aspettava l’arrivo del terzo figlio. Mio nonno, Antonio, nacque mercoledì 24 aprile 1889 nella casa dei suoi genitori, in via Municipio, a Tito.
Antonio Scavone
Il ragazzino, di carnagione scura e occhi verdi, lasciò la città poco prima di compiere undici anni. Degli innumerevoli ricordi che albergavano nella sua memoria rimasero il sinistro ululare dei lupi al calare della notte e la fontana pubblica, costruita nel 1869 in Piazza del Seggio, proprio nel cuore della città, dove il nonno fissò la sua memoria.
Dopo la morte del padre, Antonio divenne il capofamiglia. Al lato della madre, Concetta Caprio, lavorò ostinatamente per far fronte alle necessità familiari. Nel 1912, alla ricerca di orizzonti più promettenti, si recò a Rosario, in Argentina. Non riuscendo ad adattarsi, tornò a San Paolo.
Il nonno era un uomo umile, un calzolaio che aveva studiato poco, aveva una piccola bottega nel cortile di casa nella quale riparava e confezionava calzature. Nel 1921, all’età di 31 anni, si sposò con Maria Natividade Azurem (1900 – 1977), un’orfana cresciuta ed educata in un orfanatrofio gestito dalla Santa Casa de Misericórdia de São Paulo, dove ricevette un’educazione estremamente religiosa e conservatrice. All’orfanotrofio, oltre alle materie tradizionali, apprese vari mestieri manuali quali taglio e cucito, crochet, tricot, ricamo, mestieri che le permisero di contribuire alla rendita familiare.
Il matrimonio di Antonio Scavone e Maria Natividade Azurem – San Paolo, 7 maggio 1921
La coppia ebbe quattro figli: Salvador, Maria José, Carlos ed Helio (mio padre).
Si sposarono tutti ma solo Carlos ed Helio ebbero discendenti. Antonio Scavone morì nel 1958 senza mai essere tornato a Tito, ma i suoi racconti resistettero al tempo.
Nel 1992 i miei genitori, Helio e Sylvia, andarono a Tito. Papà voleva vedere da vicino quei luoghi che tante volte erano stati descritti dal suo defunto padre, in particolare la fontana di Tito, il ricordo più emblematico di mio nonno. Camminò per le strade strette e sinuose appropriandosi di quell’ambiente. Osservò l’organizzazione dello spazio, le antiche case allineate lato a lato, le facciate preservate e i portoni ad arco. Visitò le chiese, i pochi monumenti storici e il cimitero in cui giacevano i suoi antenati. Quando finalmente pose gli occhi sull’antica fontana, tutto quello che suo padre gli aveva raccontato su Tito divenne realtà.
Helio Scavone alla Fontana Pubblica nella Piazza del Seggio – Tito, 1992
Nel 2014 io e mio marito, Cassio Posvolsky, andammo a Tito. Arrivammo in un pomeriggio nuvoloso. Soffiava un venticello freddo. Ci addentrammo nella città attraverso Via Vittorio Emanuele. In quel momento smisi di essere il copilota di mio marito. Volevo solo osservare il paesaggio, fissare nei miei occhi le immagini che si succedevano nella misura in cui l’auto avanzava. In fondo alla strada, quando vidi la fontana, un solo pensiero si formò nella mia mente: “sono arrivata alla casa di mio nonno!” È nei ricordi del passato che affermiamo la nostra identità.
Regina Helena Scavone Posvolsky, alla Fontana Pubblica nella Piazza del Seggio – Tito, 2014
La storia del ramo familiare al quale appartengo è costituita in maniera preponderante da persone umili, contadini, analfabeti. Arrivarono in Brasile spinti dalla fame, dalla miseria e qui si stabilirono. Non fecero fortuna, ma prosperarono. Ci hanno lasciato un’eredità di coraggio, fede, speranza, valori etici e morali che guidano le nostre vite. Devo a loro la mia esistenza.
Salvatore Ferragamo – registrato all’anagrafe come Salvadore – nacque a Bonito (AV) il 5 giugno 1898.
Undicesimo di quattordici figli, dovette cominciare a lavorare all’età di 9 anni per aiutare la famiglia che viveva in condizioni economiche disastrate: iniziò l’apprendistato presso la bottega del calzolaio del paese, dove la sua naturale propensione verso la professione e l’innata abilità lo portarono presto ad aprire un’attività in proprio. All’età di 14 anni, infatti, era già un piccolo imprenditore, che aveva alle sue dipendenze ben quattro lavoratori.
Nel 1914, si trasferì negli Stati Uniti per raggiungere alcuni dei suoi fratelli, emigrati prima di lui alla ricerca di fortuna. Trovò facilmente lavoro, riuscendo anche lì ad aprire una propria attività, prima a Santa Barbara e poi a Hollywood.
Parallelamente, seguì diversi corsi serali e per corrispondenza presso diverse università americane, tra cui anatomia, matematica e ingegneria chimica; tutte discipline che gli fornirono una solida base tecnico-scientifica per perfezionarsi nel suo lavoro.
L’apertura dell’Hollywood Boot Shop, nel 1923, lo consacrò definitivamente come “il calzolaio delle stelle”, tale era la richiesta dei divi hollywoodiani per acquistare da lui scarpe personalizzate e su misura, ricche di inventiva e creatività. La richiesta di produzione crebbe a tal punto da indurlo a rientrare in Italia e trasferirsi a Firenze, dove aprì un laboratorio manuale di calzature, in cui circa 60 dipendenti realizzavano scarpe sui modelli da lui disegnati.
Dopo un breve periodo di crisi all’inizio degli anni ’30, l’attività di Ferragamo si potenziò notevolmente, portando il suo nome all’attenzione internazionale e aprendo filiali in varie città europee. Nel 1937, inoltre, brevettò una delle sue più celebri creazioni, il tacco a zeppa di sughero, che divenne una moda di successo a livello mondiale; mentre, nel 1947 ricevette, insieme a Christian Dior, il Neiman Marcus Award, considerato l’Oscar della moda riservato ai professionisti del settore distintisi a livello internazionale.
Negli anni Cinquanta, grazie all’ascesa della moda italiana e del boom economico, l’azienda Ferragamo registrò una crescita significativa, contando circa 700 dipendenti e una produzione giornaliera di 350 paia di scarpe, ancora realizzate prevalentemente a mano.
A seguito di alcune complicazioni del suo stato di salute, morì a Firenze il 7 agosto 1960.
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Avellino > Stato civile italiano > Bonito > 1898
Per approfondimenti sulla figura di Salvatore Ferragamo, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Valeria Pinchera.
L’archivio di Salvatore Ferragamo – che conta numerose calzature, borse, brevetti, disegni, fotografie e altri accessori – è conservato presso l’omonimo museo, inaugurato nel 1995 presso la storica sede dell’azienda, a Firenze.
Archivio di Stato di Avellino > Stato civile italiano > Bonito > 1898
Egle Renata Romana Trincanato nacque a Roma il 3 giugno 1910.
Ebbe un’infanzia segnata dai frequenti trasferimenti a seguito del lavoro del padre, Alessandro Ernesto, che era un commerciante originario di Piove di Sacco (PD); la madre, Alice Antonietta Formenti, invece, era una modista.
Solo nel 1926, i Trincanato si trasferirono definitivamente a Venezia; dove, dopo il diploma di maturità artistica, Egle si iscrisse al Regio Istituto Superiore di Architettura. Fu durante il percorso universitario che conobbe Guido Cirilli, suo primo maestro, e l’architetto palermitano Giuseppe Samonà, cui fu legata da un profondo sodalizio professionale e affettivo e con il quale, negli anni successivi, collaborerà a numerosi progetti, come l’edificio INA-Casa di Treviso (1949-1953), i nuovi uffici dell’INAIL a Venezia (1951-1956) e l’ideazione sperimentale del quartiere INA-Casa San Giuliano a Mestre.
Nel 1938, fu la prima donna a conseguire la laurea in Architettura presso l’ateneo veneziano, ottenendo il massimo dei voti. Cominciò subito a esercitare la professione, mantenendo attivo anche l’insegnamento nei licei. Sin dall’inizio, i suoi interessi furono orientati verso l’urbanistica veneziana, con uno sguardo al passato e un occhio rivolto al moderno.
La sua tempra è ben palesata da un episodio del 1947, quando, in occasione di un bando del comune per la qualifica di Capo Ripartizione della Divisione tecnico-artistica, che escludeva la partecipazione delle donne, Trincanato fece ricorso, ottenendo la modifica del bando.
Le sue pubblicazioni e il suo coinvolgimento in numerosi progetti del comune di Venezia contribuirono in modo significativo all’apprezzamento del suo valore professionale: nel decennio 1954-64, infatti, ricoprì il prestigioso incarico di direttrice di Palazzo Ducale, che lasciò solo quando vinse il concorso per la cattedra di Elementi di architettura e rilievo dei monumenti presso il Politecnico di Torino. Si occupò, inoltre, di numerosi restauri e curò l’allestimento di molteplici mostre pittoriche.
Nel 1974, divenne vice direttrice dello IUAV (Istituto Universitario di Architettura di Venezia), mentre l’anno successivo fu nominata direttrice dell’Istituto di Rilievo e Restauro, dipartimento da lei ideato, voluto e fondato.
Continuò a ricoprire numerosi incarichi e ricevere premi – tra cui la medaglia d’oro ai Benemeriti della Scienza e della Cultura da parte del Presidente della Repubblica (1997) – lavorando instancabilmente ai suoi progetti e ai suoi scritti fino agli ultimi anni della sua vita.
Morì a Mestre il 5 marzo 1998.
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1910
Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1910
Carlo Rosselli nacque a Roma il 16 novembre 1899, da Giuseppe Emanuele “Joe”, musicista, e Amelia Pincherle, scrittrice teatrale e attivista antifascista, nonché zia paterna del noto scrittore Alberto Moravia.
Appartenente a una delle più abbienti famiglie ebree di Roma, ancora bambino si trasferì a Firenze assieme alla madre, a seguito del divorzio dei genitori.
Nonostante l’iniziale ritrosia nei confronti della scuola, durante la Prima guerra mondiale diede avvio, assieme al fratello Nello, alla rivista Noi giovani, ispirata alle idee liberali e mazziniane.
Questa prima esperienza giornalistica fu l’occasione per lasciar emergere le sue principali inclinazioni: da un lato, lo spiccato interesse verso le questioni internazionali e, dall’altro, la sua solidarietà verso i ceti più popolari, così lontani dal suo status di nascita, verso cui per lungo tempo provò un senso di disagio. Non è un caso che anche la sua tesi di laurea – elaborata sotto la supervisione di Gaetano Salvemini – avesse come oggetto il sindacalismo, tra impegno attivo e coscienza civica.
Alla momento della salita al potere di Mussolini, Rosselli si trasferì a Torino, dove si avvicinò agli ambienti del socialismo liberale, conoscendo personalità del calibro di Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, Ernesto Rossi e Piero Calamandrei, assieme ai quali partecipò attivamente al dibattito politico, approfondendo e scrivendo ampiamente attorno ai temi del liberalismo e dell’importanza dell’azione politica.
A seguito dell’omicidio Matteotti (1924), che segnò profondamente la sua vita, divenne membro del gruppo dirigente del Partito socialista dei lavoratori italiani (PSLI) e, assieme ad altri, si occupò dell’espatrio di alcuni leader socialisti: nel dicembre 1926, infatti, mise in salvo Filippo Turati; gesto che gli costò l’arrestato e cinque anni di confino a Lipari.
Riuscì, tuttavia, a fuggire e raggiungere la Francia, dove, assieme a un gruppo di altri italiani espatriati costituì, nel 1929, il movimento Giustizia e libertà (GL), che raccoglieva socialisti, repubblicani ed esponenti sindacali.
Da lì, si trasferì in Spagna, sposando la causa repubblicana e partecipando attivamente alla guerra civile (1936-1939), a capo di un commilitone che prese il nome di Colonna Italiana. Rimasto ferito durante uno scontro con gli anarchici, Rosselli lasciò il comando della Colonna, decidendo di fare ritornò a Parigi all’inizio del 1937.
Morì assassinato, assieme al fratello Nello, il 9 giugno 1937 a Bagnoles-de-l’Orne, in bassa Normandia, in un agguato organizzato dai servizi italiani.
I funerali dei fratelli Rosselli, si svolsero a Parigi il 19 giugno di quello stesso anno, dando luogo a una grande manifestazione antifascista senza distinzione di classe.
Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1899
Per approfondimenti sulla figura di Carlo Rosselli, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Mauro Moretti.
Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1899
Mi chiamo Maria Cecilia Biagi, anche se per tutti sono sempre stata semplicemente Cecilia. Sono una farmacista e un po’ per caso sono venuta a conoscenza di un laboratorio di genealogia organizzato dall’Archivio di Stato di Prato a cui ho deciso di iscrivermi per ripercorrere la storia della mia famiglia.
Oggi sentiamo spesso parlare di cervelli in fuga e abbiamo gli occhi pieni di immagini terribili di barconi stracolmi di migranti, ma l’uomo è stato da sempre in cerca di un mondo migliore dove potersi affermare o se non altro alla ricerca di quel minimo di sostentamento che possa garantire una vita dignitosa.
Ho sempre sentito parlare, nei racconti che sono stati tramandati nella mia famiglia, della lunga emigrazione dei miei nonni e del mio babbo in Corsica. La storia di questa migrazione si lega a un oggetto, un “prezioso cimelio” da sempre conservato nel salotto di casa nostra.
Si tratta di un vassoio che sulla superficie aveva un dipinto raffigurante Calvi, un piccolo comune situato nella parte nord-ovest della Corsica e che mia nonna era solita indicarmi perché lì aveva vissuto per molti anni.
Vassoio
I nonni, partirono da Luciana (Vernio) negli anni ’30 del Novecento, e appena arrivati in Corsica, furono ospitati da una nipote che là già viveva ed aveva, insieme al marito, un panificio e una bottega di generi alimentari. I nonni si cimentarono in vari lavoretti e anche mio padre, che era solo un bambino, dava il suo contributo: prima di andare a scuola inforcava la sua bicicletta con un grande paniere di vimini per fare le consegne del pane.
Il nonno lavorava alla costruzione delle strade e la nonna era a servizio in una famiglia di un medico, un certo dottor Crudeli.
Quegli anni furono di grande emancipazione per la famiglia considerando che da un piccolo paesino di montagna come Luciana di Vernio (Prato) si erano spostati in un’isola dove il mar Tirreno li divideva dalla loro patria. Gli occhi della nonna e di mio padre si illuminavano quando rievocando quegli anni trascorsi all’estero. Inoltre tutto ciò permise loro di raggranellare un po’ di risparmi e di comprare, una volta tornati in Italia, la casa in cui io sono nata.
Nella mia ricerca genealogica ho anche scoperto che il babbo della mia nonna, il mio bisnonno Beniamino Moncelli, aveva già percorso quella rotta nel lontano 1899 perché al momento della nascita di sua figlia Cecilia è la levatrice, la signora Olga Pacini, che va a dichiararla all’Ufficio di Stato Civile di Vernio e sull’atto di nascita è riportato che il padre è assente perché si trova in Corsica a lavorare.
Atto di nascita di Cecilia Moncelli
Evidentemente la valle del Bisenzio non offriva molte opportunità: la pastorizia e la castanicoltura, attività tipiche del luogo, non erano sufficienti a sfamare la famiglia.
Questo fenomeno di migrazione verso la Corsica ha interessato molte famiglie della Val di Bisenzio e ancora oggi, nei mesi estivi, nel piccolo borgo di Cavarzano, non è raro incrociare macchine con targhe francesi e soprattutto corse.
Stesse scene si possono vedere anche nella vicina frazione di Fossato (Vernio), interessata anch’essa da un’importante emigrazione verso Marsiglia.
Nella mia soffitta custodisco ancora gelosamente il baule che aveva accompagnato i miei nonni durante la traversata per mare: erano lì raccolte le poche cose che possedevano e soprattutto era carico di tante speranze!
Baule
In qualche modo la valle del Bisenzio e la Corsica si intrecciano insieme alle storie delle loro genti.
Mi chiamo Maria Cecilia Biagi e ho deciso di ripercorrere la storia della mia famiglia. Di rimettere insieme i racconti di mia mamma e della nonna che purtroppo non ho potuto conoscere
Pochi atti di nascita e un muro di confine divideva i miei nonni materni.
Atto di nascita Maggini Vincenzo.
La nonna, Giulia Mengoni, era stata registrata col numero 1606 nel volume dei nati del Comune di Prato; il nonno, Vincenzo Maggini, col numero 1619: nati nello stesso giorno di Santo Stefano del 1884.
Atto di nascita Mengoni Giulia.
Come se non bastasse, le loro case erano anche confinanti, nella zona di Filettole (Prato).
Hanno trascorso l’infanzia insieme e so che il nonno le aveva giurato che l’avrebbe sposata da grande. Certe volte tra bambini si dicono le cose un po’ per gioco, ma loro due invece l’hanno fatto davvero. So che è stato un amore un po’ contrastato da parte della famiglia Maggini perché consideravano la nonna Giulia una “fabbrichina”, una lavoratrice in fabbrica, e quindi non in grado di apportare un aiuto nel lavoro dei campi.
Nonostante ciò, nel 1915 si sposano. Hanno prima due bambine che però muoiono perché il nonno aveva contratto la malaria nel suo trasferimento in Maremma per lavorare come carbonaio. Successivamente hanno altre due bambine a cui danno gli stessi nomi di quelle prematuramente scomparse: Lina, la più grande, e Loretta Dina Maria la minore, che altri non è se non la mia mamma.
Giulia Mengoni e Vincenzo MagginiLina Maggini
Prima della nascita di Loretta tutto filava liscio o almeno come in tutte le famiglie: fra alti e bassi. Dopo il parto però la nonna Giulia si ammala; mi si raccontava che le era stato riscontrato un “doppio vizio mitralico e aortico”. Oggi si direbbe che era affetta da stenosi. Consultando il registro degli infermi nel fondo Ospedale Misericordia e Dolce dell’Archivio di Stato di Prato ho potuto avere conferma di quella che era la sua diagnosi nel 1928.
Passano tre lunghi anni segnati da fame e sofferenze: la nonna è malata e non è in grado di accudire le sue bambine che quindi vengono affidate alle cure degli zii. Il nonno, il loro padre, è preoccupato nel vedere la moglie sempre più sofferente e nel non sapere mai dove siano le bambine, soprattutto la più piccola.
Aveva dovuto affrontare anche il baliatico recandosi a Vaiano, una località della Val di Bisenzio (Prato), in pieno inverno con quel fagottino che reclamava latte a più non posso.
Nonostante tutte le cure e le premure, in una gelida sera di Dicembre, più esattamente il sei del 1928, detto anche l’anno della tormenta, Giulia lo lascia solo con il suo dolore e con due bambine piccole: Lina di sei anni e Loretta di tre. Posso solo immaginare la disperazione di quest’uomo.
Loretta Dina Maria Maggini
Non di poco conto fu anche l’impegno economico che dovette sostenere: donne di servizio, sparizione di corredo, gioielli e quant’altro di commestibile si trovava in casa.
Giulia Mengoni
Le medicine al tempo erano tutte a pagamento e il nonno aveva il conto aperto con il Dr. Giuseppe Bottari, titolare della farmacia di Piazza Duomo.
In tutto questo una signora, dama di carità moglie dell’allora direttore generale del Fabbricone, la signora Cardelli, gli propone il lavoro di guardia giurata notturna. Un lavoro di responsabilità, con tanto di porto d’armi ma che garantiva loro il sostentamento. Nel frattempo i fratelli e le cognate gli proponevano le soluzioni più disparate per sistemare le bambine, tra cui quelle di mandarle in qualche istituto, ma lui al pensiero di doversene distaccare optò per un secondo matrimonio, forse più per dar loro una figura femminile che per altro.
La “matrigna”, ma non voglio chiamarla così ma bensì la nonna Rosina è stata una donna amorevole che ha accolto le bambine, Lina e Loretta, come se fossero sue e a quell’epoca trovare un marito con un lavoro stabile e che ti permetteva di non gravare più sulla famiglia d’origine non era cosa da poco.
Vincenzo continuò comunque a prendersi cura delle sue figlie, e tra un impegno e l’altro coltivava la sua grande passione: quella per il giardinaggio e il pezzettino di terra che curava con più amore era la tomba della sua amata Giulia.
Io ho vissuto la sofferenza che ha contraddistinto la vita di Loretta, mia madre: quella mancanza che l’ha accompagnata in tutti i suoi giorni. Non posso fare a meno di ricordare che in punto di morte aveva un gran sorriso e che di sicuro era rivolto al pensiero della sua mamma.
Vincenzo Maggini
Questo breve scritto lo dedico a lei.
Loretta Dina Maria Maggini con suo padre Vincenzo
Un suggerimento a chi leggerà queste poche righe: raccontate sempre le storie delle famiglie, tramandatele, perché sono il nostro tessuto, la trama su cui noi poi mettiamo i fili. Per me è stato molto bello ripercorrere a ritroso la storia della mia famiglia; è stato come ricomporre un puzzle, far riaffiorare alla memoria tanti ricordi che credevo sopiti.
Caterina Marianna Percoto nacque a S. Lorenzo di Soleschiano sul Natisone (UD) il 19 febbraio 1812.
Figlia di ricchi proprietari terrieri di nobili origini, fu l’unica bambina dei sette figli di Antonio e Teresa Zaina. Venne avviata agli studi presso l’educandato “S. Chiara”, dove rimase fino all’adolescenza, quando la madre, rimasta vedova, non potendo più sostenere la retta, fu costretta a ritirarla e farle proseguire la formazione scolastica da autodidatta, incaricandola anche dell’educazione dei fratelli minori.
Caterina, che si mostrò precocemente dedita alla scrittura, fece il suo debutto letterario nel 1839, sulla Favilla di Trieste, grazie all’amico e padre spirituale don Pietro Comelli, che aveva segretamente inviato alcuni suoi scritti alla rivista: la sua prosa non di maniera, descrittiva, schietta, patriottica e audace, ebbe un immediato successo.
Nell’agosto 1847, uscì nella milanese Rivista europea, diretta da Carlo Tenca, la novella L’Album della suocera. Questo incontro con Tenca fu per lei cruciale, segnando il suo debutto negli ambienti letterari del nord Italia, dove Percoto – seppur sempre relegata nella campagna friulana – partecipò con intense relazioni epistolari con molti personaggi dell’élite culturale dell’epoca.
Poco più tardi, negli anni Cinquanta, iniziò a scrivere anche in lingua friulana, facendosi custode della tradizione e narrativa popolare: nel 1863 furono, infatti, pubblicati, i due volumi dei Racconti, una raccolta di favole friulane editi da Le Monnier.
Oltre l’attività narrativa, proseguì le sue collaborazioni giornalistiche; tra queste, degna di nota, vi fu senz’altro quella con La Ricamatrice. Giornale di cose utili ed istruttive per le famiglie, un periodico dedicato all’educazione della donna, all’interno del quale scrisse numerosi raccontini di impostazione didattico-pedagogica. Proprio il filone della letteratura didascalica femminile fu quello che precorse maggiormente: Caterina Percoto, infatti, con vivacità e con una sensibilità “moderna”, prese a cuore il tema dell’educazione della donna, a suo a viso troppo spesso impreparata a far fronte alle esigenze della vita – familiare e no – e non di rado con un livello culturale e linguistico eccessivamente basso.
Poco dopo l’annessione delle province venete al Regno di Italia, i suoi lavori e questa sua attenzione alla tematica dell’educazione femminile le valsero anche un riconoscimento ufficiale, con la nomina tra le «donne egregie» individuate dal ministro Cesare Correnti per i loro meriti letterari; a lei, nel 1871, fu inoltre affidato l’incarico di ispettrice straordinaria degli istituti femminili veneti di educazione e di carità, al fine di supervisionarne le condizioni e il livello educativo che vi veniva impartito.
Morì a Udine il 15 agosto 1887.
Puoi consultare l’atto di nascita e l’atto di morte di Caterina Percoto sul Portale Antenati: rispettivamente Archivio di Stato di Udine > Stato civile napoleonico > San Lorenzo di Soleschiano (oggi frazione di Manzano) > 1812 e Archivio di Stato di Udine > Stato civile italiano > Manzano > 1887