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HomeStorie di famiglia

Archivi: Storie

Salvatore Giacomo Tommasi nacque a Roccaraso (AQ) il 26 luglio 1813, da Francesco e Maria Giuseppa Marini.

Ancora ragazzo, aderì agli ideali risorgimentali durante i moti del 1831, motivo per cui venne registrato come sobillatore dalla polizia politica dello Stato pontificio.

Si iscrisse alla facoltà di Medicina, conseguendo la laurea a Napoli, presso l’Università Federico II, nel 1838. Avviata la carriera accademica, nel 1844 diede vita alla rivista Il Sarcone. Giornale di medicina e scienze affini, grazie alla quale introdusse in Italia gli studi e le ricerche più all’avanguardia condotte a livello europeo.

Nel luglio di quello stesso anno, nonostante l’ostinata opposizione dei suoi genitori, si unì in matrimonio con la corregionale Emilia Organtini, la cui famiglia era profondamente malvista dai Tommasi.
Durante il suo percorso professionale, Tommasi si appassionò sempre più alla visione filosofica di Georg Hegel: un interesse che lo spinse verso l’attivismo politico e la condivisione delle idee liberali che si stavano diffondevano nel Regno: tuttavia, l’elezione in qualità di deputato al Parlamento – istituito con la Costituzione del 29 gennaio 1848 –, gli costò la rimozione dagli incarichi accademici e la prigione.

Costretto all’esilio, si stabilì a Torino, dove continuò – seppur con fatica – a dedicarsi alla ricerca e alla frequentazione degli ambienti scientifici e culturali, contribuendo anche alla fondazione della “Società delle scienze biologiche”.

Nel settembre 1860, Tommasi giocò un ruolo chiave nelle complesse trattative tra Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi, riguardanti il destino del Regno delle Due Sicilie. Si fece infatti promotore di una petizione da parte delle municipalità abruzzesi che chiedevano l’annessione al nascente Regno d’Italia, aprendo anche la strada verso Napoli all’esercito piemontese. La sua fedeltà alla causa monarchica gli valse la nomina a senatore del Regno d’Italia, nel 1864.

A questo, l’anno seguente, si aggiunse anche la titolarità della cattedra di Clinica medica presso l’università Federico II, grazie alla quale poté attuare la sua idea che la medicina, unita al progresso scientifico e tecnologico, dovesse essere finalizzata – con azioni concrete – al miglioramento delle condizioni di vita. Questa visione pioneristica, che concepiva la scienza come una missione a servizio dell’uomo e della collettività, costituisce il fulcro del suo lascito sociale.

Morì a Napoli il 13 luglio 1888.

Puoi consultare l’atto di nascita di Salvatore Tommasi sul Portale Antenati: Archivio di Stato dell’Aquila > Stato civile napoleonico > Roccaraso > 1813

Puoi consultare l’atto di nascita di Emilia Organtini sul Portale Antenati: Archivio di Stato dell’Aquila > Stato civile napoleonico > Pettorano sul Gizio > 18/04/1814-16/12/1814

Sul Portale sono inoltre disponibili l’atto della promessa di matrimonio, il memorandum dell’atto di notificazione e il processetto, che contiene tutti i faticosi tentativi per ottenere il consenso dei genitori del Tommasi, che mai acconsentirono all’unione.

La documentazione originale è conservata presso l’Archivio di Stato dell’Aquila.

Per approfondimenti sulla figura di Salvatore Tommasi, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Marco Segala.

Archivio di Stato dell’Aquila > Stato civile napoleonico > Roccaraso > 1813

Palma Bucarelli nacque a Roma il 16 marzo 1910.

Visse un’infanzia piuttosto nomade, a seguito del padre, Giuseppe, che era funzionario alla prefettura di Stato. Alla madre, Ester Loteta Clori, invece, sarà debitrice delle inclinazioni verso l’arte, l’eleganza e la moda, che svilupperà nel corso degli anni.

Laureatasi in Storia dell’arte, superò appena ventitreenne il concorso pubblico per il Ministero dell’educazione nazionale in qualità di ispettore alle Antichità e alle Belle Arti.

Cominciò a lavorare presso la Galleria Borghese (1933-36), per poi essere trasferita per un periodo a Napoli e tornare a Roma, nel 1939, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea in qualità di ispettrice. Dal 1941, ne assunse il ruolo di soprintendente, guidando la Galleria con appassionato impegno, per oltre trent’anni, fino al 1975.

Trascorse il primo periodo lì nel tentativo di mettere in salvo quante più opere possibili dai bombardamenti della guerra in atto. Ma solo una volta terminato il conflitto bellico, inizierà a emergere il suo profilo da dirigente, con i suoi gusti inclini all’astrattismo e all’arte informale. Gli anni ’50 furono, infatti, quelli delle mostre più celebri, da Picasso a Pollock, da Mondrian a Burri, che le varranno un grande successo e consenso, ma al contempo anche numerose disapprovazioni, tanto sul piano culturale quanto su quello dirigenziale.

Tuttavia, con la fierezza e il piglio sicuro che caratterizzarono la sua persona, Bucarelli fece fronte a queste critiche, trasformando gli anni ’60 in quelli del suo successo definitivo: riconosciuta e apprezzata a livello internazionale, questo le darà la spinta per una rinnovata apertura al mondo artistico.

Nel 1972 ricevette, inoltre, la Légion d’Honneur e divenne Accademica di San Luca, mentre nel 1975 fu nominata Grande ufficiale della Repubblica.

Nel corso della sua vita sarà legata sentimentalmente al giornalista Paolo Monelli, per 48 anni, fino alla scomparsa di lui, avvenuta nel 1984.

Il nome di Palma Bucarelli è indissolubilmente legato a quello della Galleria Nazionale, poiché ebbe la capacità di ricoprirne un ruolo dirigenziale con estrema sapienza e intuizione, con la lungimiranza di chi concepiva il museo come un luogo di aggregazione in cui immergersi alla scoperta dell’arte: una visione museale che precorse i tempi e che le viene, ancora oggi, profondamente riconosciuta.

Morì a Roma il 25 luglio 1998.

Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1910

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Roma.

Il suo archivio personale fu donato da lei stessa all’Archivio Centrale dello Stato nel 1998, dove è tutt’oggi conservato.

Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1910

Enzo Ferrari – all’anagrafe Enzo Anselmo Giuseppe Maria Ferrari – nacque a Modena il 20 febbraio 1898.

Figlio di Alfredo, proprietario di un’officina che si occupava di materiali ferroviari, e Adalgisa Bisbini, di nobili origini forlivesi.

Fu grazie al padre, che già agli inizi del ‘900 possedeva diverse automobili, che Enzo si appassionò sin da bambino a questo settore, lasciando precocemente gli studi per lavorare nell’officina di famiglia. Tuttavia, la prematura scomparsa – a pochi mesi di distanza – del genitore e del fratello maggiore, assieme al suo arruolamento nella Prima guerra mondiale, lo costrinsero a rivedere i propri progetti.

Cessata la guerra, guarito da una grave pleurite, trovò lavoro dapprima come collaudatore e poi come pilota automobilistico da corsa, tra Torino e Milano: dal 1919 al 1931, infatti, partecipò a numerose gare, ottenendo spesso ottime posizioni e vittorie. Dopo un lungo sodalizio con l’Alfa Romeo, sia in qualità di pilota sia come consulente commerciale, Enzo Ferrari fondò, nel 1929, la scuderia che portava il suo nome.

Nel 1931, decise di appendere il caschetto al chiodo e di mettere fine alla sua carriera da pilota, poiché l’imminente nascita del figlio Alfredo, soprannominato “Dino” (1932-1956), nato dal matrimonio con Laura Garello, gli richiese un nuovo ruolo anche in ambito professionale.

Nel 1947, fece il suo debutto la prima Ferrari da corsa, inaugurando un nuovo capitolo storico nella produzione automobilistica: non a caso, negli anni successivi, la casa Ferrari fu capace produrre una serie di prestigiosi modelli da competizione e gran turismo, in grado di ottenere – fino a i giorni nostri – risultati eccezionali presso i più prestigiosi campionati mondiali. Merito di questo successo fu anche l’abilità con cui “il Commendatore” sapeva circondarsi e avvalersi di piloti e tecnici di elevatissimo livello, consentendo al suo nome di mantenere una competitività riconosciuta internazionalmente.

Nel 1969, Enzo si ritirò dal suo ruolo a capo dell’azienda, continuando però a influenzarla fino alla sua morte: la sua dedizione alla perfezione tecnica nelle auto da corsa era, infatti, divenuta leggendaria. La sua eredità venne raccolta dal figlio Piero, nato nel 1945, dalla sua longeva relazione con Lina Lardi.

Enzo Ferrari morì a Modena il 14 agosto 1988.

Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Modena > Stato civile italiano > Modena > 1898

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Modena.

Per approfondimenti sulla figura di Enzo Ferrari, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Franco Amatori.

Archivio di Stato di Modena > Stato civile italiano > Modena > 1898

Il desiderio di approfondire la storia della mia famiglia mi ha accompagnato da quando ero ragazzo, ma per vari motivi sono riuscito solo dopo molti decenni a realizzarlo.

Sapevo che la famiglia Croce era originaria di Pettorano sul Gizio, grazioso paese a pochi chilometri da Sulmona, e dalle tombe dei miei antenati che riposano lì nel piccolo cimitero avevo potuto ricostruire date e parentele. I bisnonni Enrico e Giulia, i loro quattro figli e i due nipoti, mio padre e mia zia, sono tutti sepolti a Pettorano, dove riposano anche altri parenti con lo stesso cognome. Del trisnonno conoscevo il nome, Giuseppe, il fatto che fosse stato un personaggio piuttosto conosciuto nell’ambito della borghesia agraria abruzzese ottocentesca e che aveva sposato due sorelle, Isabella, che morì poco dopo il primo parto, e Agata, figlie di Bartolomeo Ricciardelli di Pescocostanzo, altro nome di spicco tra i proprietari terrieri d’Abruzzo. Un’altra figlia di Bartolomeo, Elisabetta, moglie di Pietrantonio Sipari di Pescasseroli fu la madre di Luisa, che dal matrimonio con Pasquale Croce ebbe nel 1866 Benedetto.

La tomba del Giudice Regio Croce (1779-1854) nell’antico cimitero di Pettorano

Di questi antenati mi mancavano però i dettagli relativi alla loro vita e alle loro esistenze e quel ritardo di tanti anni nell’intraprendere la mia ricerca mi aveva ormai precluso la possibilità di chiedere i loro ricordi ai diretti testimoni di quell’epoca, ormai scomparsi.

Errico Croce (1843-1929) e la moglie Giulia Masciantonio

La scoperta del Portale Antenati è stata quindi decisiva per completare il primo passo nella ricostruzione della famiglia nell’Ottocento, permettendomi di colmare alcuni vuoti e di ricostruire legami totalmente sconosciuti con altri paesi prevalentemente abruzzesi, tanto da diventare un’appassionante caccia al tesoro alla ricerca di nuovi rami inesplorati. Attraverso l’esame di tanti registri di stato civile dal 1809 al 1865, disponibili per la maggior parte dei comuni dell’Aquilano oggetto della mia ricerca, sono riuscito a ricostruire un’infinità di tasselli mancanti al quadro iniziale che avevo. Insieme a quelli di Pettorano sono stati essenziali per la ricerca i registri di stato civile di Sulmona (purtroppo sprovvisti di indici che avrebbero reso la ricerca più rapida) e di molti comuni limitrofi. Sono stati consultati anche i registri di molti comuni della provincia di Chieti, in cui spesso si arriva a coprire gli anni fino alla fine dell’800 e in alcuni casi ai primi del ‘900. Oltre alla ricerca dei dati anagrafici e di parentela proveniente dalla consultazione dei registri di nascita, di morte e di matrimonio, è stato fondamentale l’aiuto di documenti settecenteschi conservati nei “Processetti di matrimonio”, che venivano allegati agli atti per consentire la celebrazione.

Giuseppe Croce (1790-1856) e la moglie Agata Ricciardelli

Successivamente, una volta completata la parte più vicina a noi, l’oggetto della ricerca si è spostato verso il passato. Purtroppo una buona parte dei documenti antichi di Pettorano è andata persa nel tempo, sia i registri parrocchiali fino alla metà dell’Ottocento che i documenti dell’Archivio Comunale sono stati distrutti da incendi e l’unica ampia fonte di informazioni sono gli atti, prevalentemente notarili, conservati presso la sezione di Sulmona dell’Archivio di Stato dell’Aquila.

Anche le fonti bibliografiche sul paese sono scarsissime, ma non mancano alcune trascrizioni di documenti del ‘400 e ‘500 relativi a Pettorano, i cui originali sono in alcuni casi ormai irreperibili. In particolare, mentre un Catasto Onciario del 1447, che elencava i nomi delle famiglie del paese, non faceva alcuna menzione dei Croce, la trascrizione di un Rivelo del 1577 (un censimento dei beni di proprietà ecclesiastica) citava varie volte il nome di Stefano di Croce, proprietario di alcuni beni confinanti ai possedimenti della Chiesa.

Il nome di Stefano di Croce su un atto del 1593

Dalla collocazione temporale di quest’uomo, l’unico tra i tanti citati ad avere un cognome a me familiare, è partita la ricerca negli atti notarili conservati presso la sezione di Sulmona dell’Archivio di Stato dell’Aquila, che grazie al prezioso lavoro di chi in quel Archivio lavora e di chi vi compie studi storici, ha permesso di ricostruire l’intera storia.

Stefano di Croce, il mio undicesimo avo, era un piccolo proprietario di terreni e animali a Pettorano. La sua origine non era probabilmente di quel paese, visto che nel Catasto quattrocentesco non vi era traccia della famiglia, ma probabilmente la sua permanenza a Pettorano era di vecchia data, visto che nei documenti non si faceva cenno alla sua provenienza come avveniva generalmente con i forestieri. Il suo cognome, “di Croce” o “de Cruce” era di origine patronimica come molti in Abruzzo, visto che Croce era un nome di battesimo piuttosto diffuso fino a tutto l’Ottocento in queste zone e indicava dunque il capostipite della famiglia. Solo nel ‘700 si cominciò a chiamare la famiglia con il cognome attuale omettendo il “Di” iniziale.

Di Stefano ho trovato molti documenti, che lo qualificava come massaro piuttosto benestante e testimoniano un’intensa attività di compravendita di terre e animali. Nel suo testamento del 1614, un documento perfettamente leggibile e interessantissimo per ricostruire i dettagli della famiglia, si citavano i due figli che vivevano con lui (altri due erano prematuramente scomparsi), un nipote, la nuora, per la quale Stefano lasciava una somma di denaro per l’acquisto di una gonnella. La famiglia, con figli e nipoti, viveva in un’unica casa, ubicata nelle vicinanze del castello di Pettorano, nella zona in cui alcuni dei Croce hanno vissuto fino a tutto l’Ottocento, e possedeva 400 pecore affidate con il testamento ai due figli Nicola e Pietro Antonio.

Stemma della famiglia Croce su un palazzo settecentesco a Pettorano sul Gizio

L’enorme numero di documenti reperiti presso la sezione di Sulmona dell’Archivio di Stato dell’Aquila (oltre 500 quelli esaminati relativi alla famiglia Croce dal ‘500 all’ 800) ha permesso di ricostruire l’intera storia della famiglia, anche grazie a molti testamenti, utilissimi perché contengono spesso molte informazioni personali che invece mancano negli altri tipi di atti notarili.

È stato così possibile accertare che i Croce, divisi in vari rami fin dal Settecento ma sempre profondamente radicati in paese, hanno sempre mantenuto il legame con l’originaria attività derivante dal possesso di armenti e proprietà agricole, ma spesso unendo ad essa l’esercizio di professioni, come dimostra la presenza di vari notai, avvocati, medici e speziali.

Solo nel Novecento i Croce abbandonarono Pettorano, mantenendo come unico legame con quel territorio il bel palazzo ottocentesco con lo stemma della famiglia che accoglie chi arriva in paese e altri più antichi adornati con lo stesso simbolo. Mio nonno Augusto, nato nel 1897 e ultimo di quattro figli, andò a studiare a Napoli e dopo essersi laureato in ingegneria e aver sposato mia nonna Ester, intraprese un’attività lavorativa che lo portò a trasferirsi in varie città del Mezzogiorno. I loro figli, chiamati Enrico e Giulia come i nonni, nacquero in Calabria ma entrambi studiavano all’Università di Napoli. Mio padre Enrico, dopo un matrimonio sfortunato, decise di accettare un trasferimento di lavoro a Perugia, dove io e mio fratello siamo rimasti a vivere.

Augusto Croce (1897-1957) e la moglie Ester De Tullio

Altri Croce si trasferirono invece a Roma e nel Lazio durante il secolo scorso, e il piccolo paese, come è successo tante volte nel corso della sua storia, è rimasto muto testimone di una lunga storia.

La completezza della ricerca, arrivata a coprire dodici generazioni, e l’abbondanza di informazioni storiche sulla famiglia e sul territorio, mi hanno spinto alla pubblicazione di quest’articolo affinché i risultati raccolti non venissero coperti dalla polvere del tempo e rimanessero a disposizione di chiunque fosse, oggi o in futuro, interessato a quelle zone.

Tazio Giorgio Nuvolari nacque a Castel d’Ario (MN) il 16 novembre 1892, da Arturo ed Emma Elisa Zorzi, proprietari terrieri.

La scarsa propensione per gli studi venne compensata dall’interesse verso lo sport e la competizione, che ereditò dal padre e dallo zio Giuseppe, entrambi ciclisti di fama nazionale e internazionale. Fu assieme a loro che assistette alla prima gara di automobilismo, appassionandosi immediatamente alla velocità e ai motori.

Dopo due anni dalla leva militare, fu richiamato alle armi durante la Prima guerra mondiale, venendo impiegato come autista di vari mezzi. Congedato nel 1917 per un principio di tubercolosi, non volle affiancare il padre nell’azienda agricola di famiglia, scegliendo invece di occuparsi, assieme allo zio, della vendita di auto e moto.

Proprio per ragioni economiche, iniziò a dedicarsi alle corse, dapprima sulle due ruote, cominciando da subito a collezionare successi e riconoscimenti. Non a caso, la stampa lo definiva “il campionissimo” della moto, riconoscendogli un’audacia e una prontezza alla guida del tutto fuori dal comune.

Lentamente, e con iniziale fatica, si affacciò al mondo delle gare automobilistiche, che preferiva lungamente, fondando – nell’inverno del 1927-28 – la Scuderia Nuvolari, a Mantova. Tuttavia, la svolta decisiva della sua carriera ci fu nel 1930, grazie all’Alfa Romeo. Quello stesso anno, passò poi alla scuderia Ferrari, dove le vittorie non si fecero attendere, rendendolo uno dei personaggi più noti e richiesti anche negli ambienti mondani.

Gli anni tra il 1930 e il 1939 furono il suo periodo d’oro, costellato di vittorie e successi assieme ai marchi tedeschi Mercedes-Benz e Auto Union.

Poi, lentamente, iniziò il declino: l’età ormai avanzata, il dolore legato alla perdita prematura dei suoi due figli, i numerosi infortuni, alcuni fallimenti… corse la sua ultima gara nell’aprile 1950, ma non annunciò mai il ritiro dal mondo sportivo.

Morì a Mantova l’11 agosto 1953.

Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Mantova > Stato civile italiano sino al 1900 > Castel d’Ario > 1892

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Mantova. In questo istituto si trova anche il fondo Tazio Nuvolari, bb. 66 (sec. XX).

Per approfondimenti sulla figura di Giorgio Tazio Nuvolari, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Gianni Cancellieri.

Archivio di Stato di Mantova > Stato civile italiano sino al 1900 > Castel d’Ario > 1892

Un quadro macchiaiolo con cavalli al pascolo, semplicemente firmato “Giulia” dalla mia bisnonna materna, è stato la molla che mi ha lanciato nella ricerca genealogica. Volendo annotare dietro la tela il cognome dell’autrice e non quello del marito, ho telefonato all’anagrafe di Fiesole; mi hanno detto che si chiamava Pellegrini e che era pisana. Obiettivo raggiunto, poteva finire tutto qui, con una lieve picconata alla fiorentinità garantitami da mio padre. Già la sapevo incrinata da sua mamma valdarnese, che mi aveva cresciuto in via Masaccio, e dalla mitica bisnonna Giannina Aliboni (con la ò aperta), livornese di Antignano, al secolo Maria Giovanna. Morta suicida per essersi fatta e mangiata – lei diabetica ma ottima cuoca – un intero latte alla portoghese di sei uova, una sera che era stata lasciata sola in casa.

Cavalli a San Rossore, di Giulia Pellegrini (1892).

Tanti fatterelli di questo genere mi frullavano in testa insistentemente in una camera dell’ospedale Don Gnocchi mentre cercavo di riprendermi da un grave incidente di percorso, qualche anno fa. Tra un tentativo e l’altro di fuga in pigiama, mi misi ad annotarli sul portatile così come me li ricordavo; illudendomi che a mia figlia avrebbero potuto interessare, caso mai ci avessi lasciato le penne. Erano pieni di errori, ovviamente, per quanto riguardava date e parentele, perché scritti con niente sottomano da poter controllare e con la testa in stato semi-confusionale per la batosta. Comunque, ignoravo bellamente di trovarmi in quel preciso momento al centro del soppresso comune di Caselline e Torri, in parte divenuto poi Scandicci: questo lo realizzo adesso dal Portale Antenati. Ebbene proprio lì i miei avi paterni erano stati contadini per generazioni: parrocchia di San Martino alla Palma, per la precisione. Un ameno borgo collinare che casualmente da anni attraverso, ogni tanto, quando la Firenze Pisa-Livorno è intasata in modo grave. Giocondo Baccetti, di Luigi, classe 1829, padre di almeno quattro figli morti entro l’anno di età e infine del buon Adolfo, quest’ultimo insufficiente a mantenere da solo la tradizione mezzadrile. Inurbandosi al momento giusto, trova un impiego statale nel caos della dipartita di Firenze capitale. Custode in un museo e marito (per chissà quale congiuntura) della ghiotta e stizzosa bisnonna livornese. Lui invece mitissimo, dopo il pensionamento si dedicò a quotidiane passeggiate in campagna, da cui tornava a casa tutti i giorni stremato. Scommetto che andava verso San Martino alla Palma, ma da via Passavanti era un bel camminare.

Tea (classe 1898) posa in costume e accappatoio sul greto. Primi anni 1920, Terranuova Bracciolini.

Altro universo quello degli Aliboni di Antignano, frazione delle dimensioni ottimali per elargire non troppo di rado qualche soddisfazione sul Portale. Gli uomini quasi tutti marinai oppure scalpellini, che facevano a pezzi la panchina del Tirreniano lungo la costa di Calafuria, per la costruzione dei palazzi livornesi (Andrea, babbo della Giannina, era tra costoro). Le donne invece tutte lavandaie, suppongo al servizio delle famiglie della Livorno bene. Doveva esistere, nella zona, un “botro” con acqua particolarmente copiosa e pulita. Tante le famiglie Aliboni ad Antignano, che per orizzontarmi ho dovuto ricopiarle dal censimento del 1841 dentro a un file Excel; il mio ramo è risultato quello di Valente, nato prima del 1740. Grande sorpresa avervi trovato direttamente collegato il “tenente castellano” del paese: Girolamo Mariani, classe 1777, di nazionalità còrsa. Nonno materno di Andrea, era a capo dell’ultimo drappello di cavalleggeri granducali alloggiati nel castello costruito ai tempi di Cosimo I. Mariani e Maestracci erano le famiglie corse immigrate, strettamente imparentate tra loro, sulle quali non dispero di riuscire a trovare più precisi collegamenti con l’isola di origine.

Giovanni Niccolini (‘Piciullo’) con la bici alla sua baracca sull’Arno, in zona Ponte del Mocarini.

Tornando alla quiete dell’entroterra toscano, sempre dal lato paterno c’è mia nonna Tea Niccolini (ma si firmava Théa per vezzo), un tesoro di donna nata a Terranuova Bracciolini nel 1898. Essendo dicembrina, trovava ragionevole ringiovanirsi di qualche settimana dichiarando un anno solare in meno. Ma anche così, le sarebbe rimasto addosso il puzzo d’Ottocento (sua la definizione), quindi con disinvoltura di anni se ne levava due. Donna a suo modo moderna, mediocre ai fornelli ma provetta nel crawl, che aveva imparato da giovane nell’acqua fangosa dell’Arno. Si diplomò all’Accademia di Belle Arti e per la vita si dette alla miniatura, sotto la guida di sua zia Maria Niccolini che aveva fatto da apri-pista a Firenze trent’anni prima. Erano rispettivamente figlia e sorella di Giovanni: un fornaio del 1870 che tradì una dinastia di poveri calzolai vissuti per almeno cinque generazioni al riparo delle mura terranuovesi, fin da un altro Giovanni del primo Settecento. ‘Piciullo’ il loro soprannome, tramandato di padre in figlio qualsiasi fosse il vero nome (spesso: Tito). Ma è la mamma della Tea che ora interessa, su cui io sapevo pochissimo perché morì giovane: Pia, dei Franciolini di piazza Santa Felicita, finora l’unico pezzo genuinamente fiorentino di questa storia. Penso che fossero loro ad ospitare Tea negli anni dell’Accademia, e da ciò il legame con suo zio Raffaello Franciolini. Proprio zio non era ma quasi, a quanto vedo rovistando nel Portale. Estroso personaggio, commerciante di cappelli e chincaglierie, si fece costruire dal Coppedè la palazzina liberty sull’angolo di via Giotto, casa e laboratorio. Sposò una Borrani nipote dell’omonimo pittore (ma non quella che piaceva a lui, la sorella Elettra) e la portò a vivere in via della Cernaia accanto ai Pineider… e qui inizierebbe un altro immenso groviglio di parentele acquisite che non saprei a parole come gestire.

Cerco quindi di chiudere il cerchio con la mia famiglia materna: da una parte il nonno Mario Paoletti, chimico nelle industrie tessili di Prato ma soprattutto eccellente fotografo. Figlio di Flaminio, ispettore scolastico giunto a Firenze da una famiglia contadina della campagna pisana, zona di San Benedetto a Settimo nei pressi di Cascina. Anche nel suo caso, fu per attrazione della meteora di Firenze capitale? Sui registri di San Benedetto risalgo indietro zoppicando per un paio di generazioni, poi ci sono problemi di archiviazione dei files che non ho ancora capito come affrontare. 

Pia Franciolini in una miniatura fatta da sua cognata Maria Niccolini.
Fiorenza Frascani (anni 1940).

Su mia nonna Fiorenza (nonna Enza o zia Flò, a seconda dei punti di vista) incombe invece una famigliona di quelle toste: i Frascani, originari di San Casciano Val di Pesa. Con una serie di notai, giudici e camerlenghi, ti fanno arrivare senza batter ciglio fino a un Bartolomeo di Filippo, di metà Seicento. Con Francesco vi fu l’immigrazione a Firenze, dopo la laurea in Medicina a Pisa nel 1815. Residenza: nell’allora via del Cocomero, accanto all’omonimo teatro (il Niccolini di oggi). “Medico in Firenze popolarissimo”, lo definì Ferdinando Martini, fu assiduamente al lazzeretto fiorentino durante l’epidemia di tifo del 1817 e durante quelle di colera del 1835 e 1855 (Paoli 1874, Cenno biografico del dott. Francesco Frascani letto davanti al feretro nella cattedrale fiorentina il 5 febbraio 1874). Padre di prole numerosa e altrettanto prolifica, ebbe per moglie dapprima la pisana Eleonora Pellegrini, poi una modista di via Calzaioli, alla cui ultima figlia, Clementina Frascani, fece sposare il figlio del fratello di Eleonora, Giuseppe Pellegrini. Con buona pace delle regole sulla consanguineità, visto che ne nacque Giulia, da cui questa storia è partita: futura moglie di Gino, nipote diretto dello stesso Francesco e di Eleonora in quanto figlio di Ranieri Frascani (smooth operator di giorno alle Dogane, ma di sera attore “amabile e disinvolto” al Cocomero). Gino Frascani fu un bravo ostetrico, come suo cugino Vittorio, noto sindaco di Pisa e massone omaggiato anche del nome di una via nel quartiere di Pisanova. Gino invece è stato recentemente riesumato alle cronache non per le proprie doti mediche (suo l’opuscolo intitolato “Donna, partorirai senza dolore”), né per aver costruito l’ospedale ginecologico per ragazze madri del Salviatino, ormai fatiscente nelle esilaranti riprese del cult “Amici miei” di Monicelli. Bensì per aver ospitato decine di ebrei in fuga nella sua Villa Primavera, come si apprende dal blog di Richard Brook/Bruch.

Giulia Pellegrini in giardino al Salviatino.

Ancora memore della bontà del latte appena munto dalle ultime discendenti dell’esercito di mucche con cui Gino cinquant’anni prima alimentava i pargoli del suo ospedalino, non mi resta che ringraziare Carole Vaillant, lontana parente francese di cui ignoravo l’esistenza, spuntata all’improvviso dai meandri di Geneanet. Con grande pazienza aveva già ricostruito buona parte della saga dei Frascani. E’ lei che mi ha fatto conoscere il Portale Antenati e quello dei battesimi di Santa Maria del Fiore.

Antonino Bertolotti nacque a Torino il 16 marzo 1834, da Agapito e Angela Vayra.

Ottenuta la laurea in Chimica e la patente di farmacista, non esercitò la professione, divenendo dipendente della Pubblica Amministrazione.

Nel 1871 fu inviato presso il neonato Archivio di Stato di Roma, dove si dedicò con passione allo studio e trascrizione di materiale d’età moderna allora inedito. Nello specifico, al suo nome sono ricondotte numerose pubblicazioni di documenti riguardanti artisti del calibro di Michelangelo, Benvenuto Cellini, i Della Porta, etc.

Un decennio più tardi, nel 1881, ricevette l’incarico di dirigere l’Archivio di Stato di Mantova, dove continuò con zelo i suoi studi; inoltre, tra il 1886 e il 1888, fu nominato direttore ad interim dell’Archivio di Stato di Brescia.

Fu membro di diverse Accademie italiane e straniere e, in quegli anni, ricoprì anche la posizione di libero docente di Paleografia presso l’Università di Roma.

Morì a Mantova il 22 maggio 1893.

Puoi consultare l’atto di morte sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Mantova > Stato civile italiano sino al 1900 > Mantova > 1893

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Mantova. In questo Istituto si trova anche il fondo Antonino Bertolotti (1826-1891, con antecedenti dal 1569).

Per approfondimenti sulla figura di Antonino Bertolotti, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Guglielmo Capogrossi Guarna.

Archivio di Stato di Mantova > Stato civile italiano sino al 1900 > Mantova > 1893

Alberto Moravia – all’anagrafe Alberto Pincherle Moravia – nacque a Roma il 28 novembre 1907.

Crebbe in un ambiente culturalmente vivace: il padre Carlo era architetto e pittore, di origini veneziane e di fede ebraica; la madre, Teresa Iginia De Marsanich, era un’anconetana di origini dalmate e di fede cattolica.

La sua formazione si svolse prevalentemente in casa, assistito da insegnati privati, anche a causa della coxite, una malattia ossea all’anca che lo costrinse per lungo tempo a una forzata immobilità. Questo, tuttavia, gli permise un avvicinamento precoce e appassionato alla letteratura.

In seguito, nonostante la guarigione, il giovane Moravia non volle proseguire gli studi in maniera regolare, pur continuando a coltivare la vocazione letteraria attraverso una vorace attività di lettura, cui presto si affiancarono le prime prove poetiche e narrative.

Nel 1929, infatti, fu pubblicato il suo romanzo d’esordio, Gli indifferenti.

Tuttavia, negli anni successivi, molteplici furono i limiti professionali che il regime aveva tentato di imporgli, per via della fede ebraica del padre, ma che Alberto Moravia, professandosi ateo e figlio di madre cattolica, era riuscito a eludere.

Il 14 aprile 1941 si unì in matrimonio con la scrittrice Elsa Morante, che aveva conosciuto qualche anno prima. Con lei per diversi mesi si rifugiò nei pressi di Fondi, a sud del Lazio, per sfuggire alla persecuzione antisemita.

Tornati a Roma nel 1944, Moravia riprese a pieno ritmo la sua attività: oltre alle numerose collaborazioni con varie testate giornalistiche, ne fondò una propria assieme ad Alberto Carocci, Nuovi argomenti, che diresse fino alla sua morte, affiancato per un periodo anche dall’amico Pier Paolo Pasolini. Oltremodo prolifica fu anche la sua produzione letteraria che – a partire da quegli anni – proseguì con un ritmo serrato. Tra i romanzi di maggior fama si ricordano: Agostino (1944), La disubbidienza (1948), I racconti (1952 – Premio Strega), La ciociara (1957), La noia (1960 – Premio Viareggio 1961) e La vita interiore (1978).

Nel 1962 si concluse la lunga relazione con la Morante, a cui seguì quella quindicennale con la nota scrittrice Dacia Maraini.

Nel 1984 si presentò alle elezioni europee come indipendente nelle liste del Pci, diventando deputato al Parlamento Europeo (1984-1989).

Morì a Roma il 26 settembre 1990.

Puoi consultare l’atto di nascita sul Portale Antenati: Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1907

A margine, l’atto riporta anche la nota di cancelleria che segna l’atto di matrimonio con Elsa Morante, avvenuto il 14 aprile 1941.

L’originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Roma.

Per approfondimenti sulla figura di Alberto Moravia, vedi la voce del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Marcello Ciocchetti.

Archivio di Stato di Roma > Stato civile italiano > Roma > 1907

     In un volume di documenti di matrimonio dal paese di San Valentino in Abruzzo Citeriore per l’anno 1822, si trova il seguente, piuttosto drammatico racconto, riguardo la morte di un antenato di mia madre, mio 4° bisnonno:

Nell’anno mille ottocento sette, 1807. Nel giorno primo di Settembre. Bartolommeo (sic) figlio di Giuseppe Di Giambattista, marito di Isabella Di Domenico, nell’eta sua d’anni cinquantadue circa, nella Communione della Santa Madre Chiesa Cattolica, sul terreno detto della Regia Camera, e specialmente tra le case rurali di Camillo Sant’Angiolo e di Nicola Marulli rese l’anima a Dio, che fuggendo fu ucciso dai Francesi, che perseguitavano i Briganti, a colpi di schioppo, al quale proprio fu ucciso il Capo, perchè fu creduto anch’esso compagno de’ Briganti, il di cui corpo fu qui sepolto nella Chiesa parrocchiale di San Donato.

L’atto di morte di Bartolomeo Di Giambattista.

     Questo documento, copiato dal registro dei morti dalla Chiesa di San Donato in San Valentino, fu presentato da Tommaso Di Giambattista, figlio di Bartolomeo, al suo matrimonio nel 1822. Come documentazione della morte di suo padre, sarebbe stato usato invece del consenso dei genitori che fu necessario in quel tempo. I dettagli della morte di Bartolomeo sono notevoli siccome danno testimonianza alla violenza che fu possibile in Abruzzo e quasi ovunque in Italia durante questo tempo, cioè, durante l’era napoleonica di 1806-1815, quando il Regno di Napoli fu fondamentalmente uno stato cliente della Francia. Questa fu preceduta da un’invasione più prima di 1798. Entrambe le invasioni generarono insorgenze fra il popolo, con il termine “brigante” usato per denotare coloro che si ingaggiarono in insurrezione. Il destino di Bartolomeo è strettamente legato a questi insorti, essendo apparentemente stato ucciso in qualche tipo di ingaggio tra loro e le truppe francesi.

     È interessante che l’arciprete di San Donato nel 1807 lasci alquanto ambiguo il vero coinvolgimento di Bartolomeo nell’insorgenza contro i francesi. Fu un vero brigante combattendo i francesi? O fu un passante catturato in una contesa? Qualunque sembra possibile. È anche commovente che Bartolomeo sia stato sparato vicino la casa di Camillo Sant’Angiolo (Santangelo). Fu sua figlia, Angela Domenica Santangelo, chi sposò il figlio di Bartolomeo, Tommaso, mio 3° bisnonno, nel 1822.

     Quattro anni prima del matrimonio di Tommaso, un altro matrimonio si tenne a San Valentino tra una coppia più anziana. Michele Antinucci fu un vedovo di 50 anni quando sposò la vedova Domenica Pascetta. Suo padre, Crescenzo, come il padre di Tommaso, era anche deceduto, e quindi il seguente decreto fu inserito con i suoi documenti di matrimonio. Anche simile a Bartolomeo Di Giambattista, le circostanze della morte di Crescenzo Antinucci danno testimonianza, sebbene piuttosto meno esplicitamente, alle tragedie che la gente comune dell’Abruzzo soffrì a causa della situazione politica precaria durante questo periodo:

Dai documenti matrimoniali di Michele Antinucci del 1818:
Il decreto su suo padre, Crescenzo Antinucci.

…si è presentato Michele Antinucci di detto Comune, figlio del fu Crescenzo Antinucci, e della fu Cecilia d’Antino, contadino di anni cinquanta, ed ha ascerito di non poter esibire l’atto di morte del detto fu suo Padre, da cui dovrebbe avere il consenso per il Matrimonio, che intende contrarre con Domenica Pascetta di detto luogo, stante che Egli ignora l’ultimo domicilio e la morte di detto fu suo Padre, per essere stato posto nelle mani della Giustizia in tempo delle passate emergenze, e propriamente nell’anno mille ottocento e nove…

     Crescenzo, antenato di mio padre e mio 5° bisnonno, fu evidentemente arrestato nel 1809. A questo punto, fondato sulle informazioni nel Catasto Onciario di San Valentino di 1775, lui sarebbe stato un anziano di circa 75 anni. Sembra che non si sia più saputo nulla di lui dopo il suo arresto nel 1809, e allora la sua famiglia presumé che lui sia stato ucciso, probabilmente giustiziato. Ci sono pochi dettagli qui e quindi non si sa certamente le circostanze vere dell’arresto. Però, la frase “in tempo delle passate emergenze” è forse un indizio. Nel 1809 il governo napoleonico a Napoli sotto Gioacchino Murat, per combattere gli sforzi insorti dei briganti che continuavano, fondò commissioni militari per processare coloro sospetti di essere coinvolti. Coloro giudicati colpevoli non potevano fare appello e erano sommariamente giustiziati. Questo documento perlomeno suggerisce questo scenario come la sorte possibile di Crescenzo Antinucci. Portato via per affrontare una commissione militare per un sospetto coinvolgimento con l’insorgenza nel 1809, è possibile che sia stato giustiziato senza la sua famiglia sapendo i dettagli precisi.

Maria Domenica Pascetta con suo marito Donato
De Luca nel 1930. Era lei che raccontava una “leggenda”
di Crescenzo De Luca.

Vorrei concludere con un altro resoconto da questo periodo del quale ho azzardato di trarre certe conclusioni che sono, purtroppo, avallate di meno dai fondi disponibili. Quando Crescenzo Antinucci fu arrestato nel 1809, sua figlia Angeladea, mia 4° bisnonna, era già sposata da qualche tempo al primo antenato della mia famiglia con il cognome De Luca ad arrivare a San Valentino. Avendo lo stesso nome di suo suocero, Crescenzo De Luca nacque a Popoli nel 1780. Il figlio maggiore di questo Crescenzo e Angeladea, Cleto, nacque a San Valentino nel 1808. Nella sua vita Crescenzo si sposò e rimase vedovo tre volte, morendo nel 1861. Col tempo la nostra famiglia ha dimenticato il nome del nostro antenato che portò il nostro cognome a San Valentino, vale a dire, fino a quando ho potuto trovare i suoi documenti alcuni anni fa. Però, un vago ricordo di lui è rimasto. Nel 1967 mio padre incontrò a San Valentino sua nonna paterna, Maria Domenica Pascetta, per la prima volta. Avendo quasi 95 anni a questo punto, gli disse che la famiglia di suo marito era di origine di Popoli e che il primo De Luca ad arrivare a San Valentino lasciò Popoli dopo essere stato coinvolto in un crimine violento. Al suo terzo matrimonio nel 1833, i documenti matrimoniali di Crescenzo De Luca notano che lui fu residente di San Valentino “da più di anni trenta.” Tale cronologia coincide con la prima invasione del Regno di Napoli dai francesi di 1798 e, più significativamente, con il saccheggio di Popoli in dicembre 1798.

I documenti matrimoniali di Crescenzo De Luca del 1833,
dove è indicato per quanto tempo ha vissuto a San Valentino.

I francesi saccheggiarono Popoli per cinque giorni, ma i popolesi resistettero, risultando in una perdita di 300 truppe francesi. Potrebbe essere stato coinvolto Crescenzo con la resistenza armata e l’impennata di violenza che il saccheggio della sua città natale scatenò? Potrebbe aver sentito un bisogno di fuggire a San Valentino, a quel punto ancora inviolata dall’invasione francese? Si sarebbe poi sposato con una famiglia con un simile sentimento “antigiacobbino?” Queste sono tutte congetture, ma in ogni caso, i tumulti dell’inizio del XIX secolo sarebbero stati avvertiti da lui e tutti i miei antenati in Abruzzo.

A sinistra, in nero, la pronipote di Bartolomeo Di Giambattista,
Lucia Di Giambattista, con la sua famiglia a San Valentino circa
1946. Suo figlio, mio nonno, Francesco D’Ottavio è al centro con 
chitarra e mia madre sarà la bambina in bianco.

My name is Daniel Deefholts. I am British, however, my family tales and DNA tells an interesting story mapped across many influential countries and fiery cultures with direct ties to Britain. My maternal line means I am a blood descendant of Italian migrants.

This connection stems from my mother, Sarah and my grandmother, Theresa. Before my mother qualified as a nurse, she picked up work in an Italian cafè in South London. It explains why some of my favourite dishes and desserts were always Italian growing up. I can identify one lesson learned: you should never upset anyone of Italian descent in the kitchen unless you are brave enough!

I have traced my Italian bloodline to 1740 with the help of local residents, my former Italian professor Marzia, and the digitisation of the Portale Antenati. After months of searching high and low for evidence, I located all the references my great-grandfather was unable to source many decades ago. It unlocked new evidence about my ancestral ties and challenges a long-held family hypothesis.

Nanny has always told us that our Pompei ancestors were originally from Naples, Campania before the unification of Italy (Risorgimento). She speculates an ancestor escaped the eruption of Mount Vesuvius in 79 AD and family rumours suggest some of our ancestors were killed by the greatest disaster in history. Modern day DNA testing and archival data reveals our ancestral ties are in fact Southern Italian.

My third great-grandfather – Francesco Antonio Pompei – was from a village called Picinisco situated halfway between Rome and Naples. In pre-Republican times, it belonged to the Kingdom of the Two Sicilies and his parents were domiciled in Strada Codarda. British archival data reveals Francesco was a bootmaker and confectioner master in South London. It must explain my mother’s love and painful indecisiveness for shoes and boots. We all have very sweet tooths. We are willing to fight over the last confetto alla mandorla.

My third great-grandfather, Francesco (right) with his wife, Addolorata (left) and daughter, Philomena (centre) in Italy.

Then by 1891, the UK Census documents that he had settled in Camberwell, London with his family and wife Maria Addolorata. They had thirteen children together. Their surviving children served in the British Armed Forces before the era of fascism and trained as bootmakers, confectioners, tobacconists, hairdressers and machinests. In 1933, his daughter Philomena Loreta gave birth to my great-grandfather David, but years later the German air raids on London had a devastating impact and killed some of our relatives. Fast-forward to the 1950s, my grandmother Theresa Frances and her sister Francesca were born during Britain’s post-war recovery and baby boom.

My grandparents, Theresa Frances, and Gerald Martin.

My mother Sarah, auntie Jade and uncle Robert will remember growing up with many pets including a goat. I remember my grandparent’s British-Italian friend Bob Giola – a market stall trader – originally from Varese who would drop by unannounced, talk for hours, watch tennis on the television with us and tease me hard. He was a true chiacchierone.

My great-grandfather, David holding my mother as a baby.

Discovering the archives has unlocked significant information about my ancestors’ lives, occupations and movements spanning centuries therefore allowing me to piece together facts, stories and hidden data with my family. Learning Italian has proven to be useful in allowing me to map our heritage and read and interpret all these records.

The local parish records also confirm that my last recorded ancestor in 1740 was Francesco’s grandfather – Vincenzo Domenico Pompei – my fifth great-grandfather. He married a Piciniscani woman named Lucia Cervi. He worked as an agricultura contadino. However, the archives reveal his father was actually Domenico Pompei who wasdomiciledin Strada Piazzetta with his wife Gertrude Cocozza.

Now my final mission is to visit the village with my mother to rediscover our roots and consult the parish records dating back to 1500. Who was Domenico Pompei? How did my ancestors end up there? Can I ever attempt to solve parts of this mystery burried in history? Once we have been granted with Italian citizenship it will open a new chapter of integration, adventure and rediscovery.

Shows my mother (left) and auntie Jade (centre) with Philomena (right).
My mother Sarah carrying me on my birthday as a child.

Acknowledgements:

Il Portale Antenati, Ministero della cultura

UK National Archives

London Metropolitan Archives

Southwark Archives

Archives de Paris, Département des publics

Dr Marzia Maccaferri, Queen Mary University of London

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